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28 agosto 2012

Veronesi, Capossela e il magico John Fante


Il festival letterario “Il Dio di mio padre”, con il “reading”musicale in omaggio a John Fante, che si è svolto nella pineta di Torricella Peligna, ha scritto così una delle pagine più belle di questa estate abruzzese.
Poco prima dell’inizio dello spettacolo Sandro Veronesi ha tenuto una lectio magistralis sullo scrittore di “Chiedi alla polvere” che è stata seguita da alcune centinaia di persone in rigoroso silenzio. Veronesi è un fan di John Fante, come i suoi compagni di viaggio di questa magica serata d’Abruzzo, e questo è ciò che si percepisce fin dalle prime battute sul palco. Regna una grande armonia e un sentimento che accomuna e rende tutti più vicini gli uni agli altri. Si alternano alla lettura lo stesso Veronesi e Vinicio Capossela, entrambi capaci d’innamorare e creare un’atmosfera di dolce malinconia e nello stesso tempo gioiosa e di riflessione. Momenti di emozione alta sono quelli che è capace di creare attorno a se Dan Fante, il figlio di John, quando legge in lingua originale le sue liriche, superbamente interpretate in italiano dal bravo Domenico Galasso. Così com’è magnetico Ray Abruzzo quando in perfetto “american english” fa sentire a tutti i presenti la voce autentica di John Fante, in quel linguaggio che fu costretto a inventarsi perché, semplicemente, non esisteva. Collante tra le parole e le emozioni che queste suscitano, la musica di Vinicio Capossela. Un ritmo lento e che accompagna, che reitera pensieri, quasi un prolungamento dei paesaggi e della condizione dell’anima descritti da Fante. Sempre discreto, mai invadente, Capossela ha i tempi giusti per assecondare e accompagnare la lettura. E poi c’è il regalo finale. Siamo nella notte tra sabato e domenica, nelle prime ore della domenica, e la notte è sufficientemente alta quando si è testimoni di un piccolo evento nell’evento. Capossela ha appena raccontato una sua visita negli States e di una serata di struggente malinconia vissuta da “Musso & Frank” ultima traccia fantiana in Los Angeles. La richiesta di un ultimo brano diviene così la sua dedica a Renzo Fantini, senza del quale, sono parole sue, «forse non avrei il mio lavoro in questo modo». Vinicio si siede per l’ultima volta dietro al pianoforte a coda, e partono le note. «Che farò lontan da te pena de dell’anima…», e tutti, dal primo all’ultimo dei presenti non possono far altro che cantare e piangere e ringraziare John Fante per questa serata indimenticabile.


26 agosto 2012

«John Fante il suo cuore è qui»

Terminati i tornanti che dalla Valle del Sangro Aventino conducono su, fino ai 900 metri di Torricella Peligna, s’intravede il profilo del campanile e la sagoma delle case che preannunciano l’ingresso al paese, soprattutto si vede in tutta la sua bellezza il profilo della montagna madre, la Majella. Questa stessa immagine deve aver avuto negli occhi Nick Fante, il papà di John Fante, quando all’inizio del “secolo breve” fece il percorso inverso e si lasciò alle spalle questo panorama per andare a cercare miglior sorte in America. Chissà quante volte si voltò per imprimere nella sua memoria la forma della montagna madre. Certo non poteva immaginare che più di cento anni dopo quella partenza così defilata, quel piccolo paese avrebbe celebrato, addirittura con un festival letterario, anche la sua figura, che John, il figlio che avrebbe avuto proprio in quell’America nella quale aveva cercato fortuna e lavoro, aveva reso immortale in alcune delle pagine più belle della sua produzione letteraria.
Nick Fante è infatti il protagonista de “La confraternita dell’uva”, forse il libro più bello di John Fante, ma è anche Svevo Bandini nel romanzo d’esordio, “Aspetta primavera, Bandini”. E proprio in occasione della ristampa del suo esordio letterario John Fante scrive nell’introduzione, qualche settimane prima di morire, le sue ultime parole che in qualche modo riconducono al nucleo originale della sua famiglia. «Tutta la gente la della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c’è più niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina». Un’immagine familiare che diviene lirica per l’uso onomatopeico delle parole. Qui il “ciabattare” si sente, lo si può ascoltare, basta tendere l’orecchio e lasciare libera la fantasia. Dan Fante è il figlio di John e nipote di Nick e Mary Capoluongo, la donna del ciabattare. Ogni anno ritorna a Torricella Peligna proprio per “Il Dio di mio padre”, il festival letterario dedicato a suo padre. E ogni volta è come un’epifania. 
Anche Dan Fante è uno scrittore e vive a Los Angeles, negli Stati Uniti d’America.
Perché suo padre nell’introduzione alla ristampa di “Aspetta primavera, Bandini”, ha voluto ricordare la madre con un’immagine apparentemente banale ma che ha capacità di assumere una forte valenza poetica?
«Mio padre invecchiando è diventato cieco e pensava alla dolcezza della sua memoria. Dolcezza che ha partorito quell’immagine così bella del ciabattare di sua madre, mia nonna. Come se avesse voluto restituirle una centralità nella sua vita. La sua memoria seleziona e propone un’immagine della quotidianità e la trasforma in ode poetica».
Nei suoi libri John Fante non parla quasi mai direttamente dell’Italia eppure si legge e si respira una “italianità” forte.
«È meravigliosamente chiaro che sente il suo cuore italiano quando scrive. Ho sempre avvertito il suo amore per l’Italia e il suo orgoglio di essere italiano. Per me, come scrittore, è la stessa cosa, un’eredità che mi ha lasciato».
Che tipo di scrittore è stato suo padre?
«Uno scrittore bello. Le sue parole sono chiare senza esagerazione. Una scrittura essenziale e potente. Scrive in prima le persona e ciò è molto difficile proprio perché devi essere forte e potente. Gli scrittori americani hanno questa necessità: essere essenziali, semplici, spontanei. Quasi come un giornalista e lo stile di mio padre è molto simile a quello di un giornalista».
Spontaneità e sincerità che colgo anche nelle parole di Dan soprattutto quando mi mostra ciò che si è fatto tatuare sul braccio destro «perché nessuno osava dire la verità»: Nick Fante morto per alcolismo nel 1997. Nick era il fratello maggiore di Dan, portava il nome del nonno. Un atto di sincerità estremo.
«Quando vado via da Torricella Peligna e torno in America non penso mai alle sofferenze dei miei nonni, o di mio padre, ma porto via con me solo tanto amore». Chapeau.


23 agosto 2012

L'Abruzzo nelle pagine di John Fante


Sandro Veronesi e Vinicio Capossela ritornano insieme a Torricella Peligna dopo quindici anni, e ritornano per lo stesso motivo per cui erano venuti la prima volta: l’amore per John Fante e i suoi libri. Sono infatti tra gli ospiti più prestigiosi della settima edizione de “Il Dio di mio padre” festival letterario dedicato proprio a John Fante, con la direzione artistica di Giovanna Di Lello giornalista e filmaker, che si svolgerà a Torricella Peligna dal 24 al 26 di agosto. 
«Tra le tante cose che si può essere nella vita, si può essere dei fantiani. Cioè “fan” di John Fante […] I fantiani sono un manipolo agguerrito sparso in tutto in tutto il mondo che custodisce e predica il verbo. Io ne faccio parte». Identificarsi in Arturo Bandini è la caratteristica dei fantiani dice Sandro Veronesi in apertura della puntata del programma televisivo “Magazzini Einstain”, andata in onda su Rai Tre nel 1997. Veronesi, uno degli autori oltre che conduttore del programma, si reca a Torricella Peligna accompagnato da un altro “fantiano” d.o.c., Vinicio Capossela. «Un posto di vento e di silenzi. Da cacciatori» sono le prime parole che il cantautore pronuncia alla vista del paese da cui partì alla volta dell’America Nick Fante, il padre di John. Quel programma televisivo, un vero e proprio pellegrinaggio in terra d’Abruzzo, ha avuto il merito di accendere i riflettori su un personaggio fino ad allora poco conosciuto in Italia. Molte cose da allora sono cambiate e oggi, il paese che diede i natali a Nick, Torricella Peligna organizza questo festival letterario che trasforma ogni anno, da sette anni, un piccolo comune di circa 1500 abitanti nel centro dell’universo fantiano. Anche quest’anno, nei tre giorni dedicati al festival, numerosi incontri e ospiti prestigiosi.
Ci sarà il figlio di John, Dan Fante, Masolino e Caterina D’Amico, il primo docente di letteratura americana e la seconda direttrice della casa del Cinema di Roma. Igiaba Scego, scrittrice italo-somala, Federico Moccia, scrittore e neo sindaco di Rosello, l’attore italo americano Ray Abruzzo.
L’edizione di quest’anno rende omaggio al romanzo “Full of Life” pubblicato nel 1952 e che quindi festeggia i suoi primi sessant’anni. Alle ore 23.00 di domenica 26 agosto, in chiusura del festival dunque, ci sarà una lettura collettiva del romanzo il cui incipit sarà declamato in lingua originale dal figlio di Fante, Dan e dall’attore Ray Abruzzo. Saranno invece l’attore Domenico Galasso e gli allievi del laboratorio di lettura interpretativa “Il respiro della scrittura” che prenderanno il testimone e continueranno la lettura del romanzo in lingua italiana. 
Il festival si apre, la mattina di venerdì 24 agosto, con la consegna del “Premio John Fante Opera prima Abruzzo” a Barbara di Gregorio per il libro “Le giostre sono per gli scemi” pubblicato da Rizzoli nel 2011. Nel pomeriggio ci sarà invece prima la presentazione e a seguire la premiazione dei finalisti del “Premio John Fante Opera prima”. I tre finalisti, selezionati da una giuria tecnica composta da Francesco Durante, traduttore delle opere di Fante per l’Italia, Masolino D’Amico ed Emanuele Trevi, sono Francesco Targhetta, “Perciò veniamo bene nelle fotografie” (ISBN), Donatella Di Pietrantonio, “Mia madre è un fiume” (Elliot) e Giuseppe Di Piazza con “I quattro canti di Palermo” (Bompiani). Sabato 25 agosto è la giornata di Sandro Veronesi e Vinicio Capossela. Il primo terrà, nel pomeriggio, una “lectio magistralis” su John Fante, mentre la sera sarà protagonista di un “reading” di brani delle opere fantiane insieme al cantautore di origine irpina. Sempre nella giornata di sabato, alle ore 16.00, ci sarà la presentazione dei romanzi di due autrici abruzzesi, Angela Capobianchi, “Esecuzione”, e Francesca Bertuzzi, “La paura”. 
«Quando anche i Santi ti voltano le spalle, ti resta John Fante», scrive Vinicio Capossela nella prefazione a “La confraternita dell’uva”, forse non siamo arrivati a quel punto ma certo un viaggio con destinazione Torricella Peligna in questi ultimi spiccioli di estate rappresentano un buon investimento per il nostro futuro.
Il programma completo con tutti gli appuntamenti del festival è disponibile sul sito www.johnfante.org


15 agosto 2012

L'arte di salvare l'arte


«Chi salva anche una sola opera d’arte, salva la bellezza», sono parole di Tonino Guerra, poeta, vincitore del premio Oscar nel 1973 per la sceneggiatura di “Amarcord”, film di Federico Fellini. E proprio da una sollecitazione del poeta di Santarcangelo di Romagna nasce una bella storia che oggi è diventata una mostra, “Tesori ritrovati d’Abruzzo: l’arte di salvare l’arte”, che chiuderà i battenti il 7 ottobre e che si svolge nella Rocca Ubaldinesca di Sasso Corvaro in terra marchigiana.
La mostra, curata da Giovanna Di Matteo, Fabio Fraternali e Agnese Vastano, presenta diciotto opere d’arte sacra provenienti dall’Abruzzo e danneggiate dal terremoto del 6 aprile del 2009 dell’Aquila.
Ci svela l’arcano di questa bella storia italiana Salvatore Giannella, giornalista e curatore di “Polvere di sole”, l’ultimo libro di Tonino Guerra di cui è stato amico di lunga data. «L’ultima volta che abbiamo parlato con Tonino dell’Abruzzo è stato per ricordare il terremoto che ha sconvolto l’Aquila. Eravamo riuniti nella giuria del Premio Rotondi ai salvatori dell’arte e ci chiedevamo che cosa poter fare per dare un segnale di solidarietà a quella popolazione. Fui incaricato di un sopralluogo. Con mia moglie Manuela arrivammo in un deposito nella piana del Fucino dove ci fecero vedere le “Madonne” terremotate, decine di opere sacre di grande valore rese irriconoscibili dalla violenza del sisma. Al ritorno, il giurato Tonino Guerra non ebbe esitazioni: “Dobbiamo restaurare quelle Madonne ferite dal terremoto”».
L’appello ha avuto una grande eco e ci sono stati riscontri importanti. Le opere esposte sono state adottate da singoli cittadini, famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche. 
All’appello ha risposto un’umanità varia. C’è lo stilista Ottavio Missoni, il primo a farsi avanti, che ha adottato la “Trasfigurazione di Cristo”, proveniente dalla chiesa di Santa Giusta. Sempre dalla stessa chiesa provengono le tele “S.Michele Arcangelo, opera di Vincenzo Conti di Francesco di Sulmona datato 1800, “l’Assunzione della Vergine, opera del XVII sec. attribuita a Giacinto Brandi, “l’Angelo Custode del XVII sec., e “l’Annunciazione, del XVIII sec. C’è Michelangelo Rossi, che sotto le macerie dell’Aquila ha perso la figlia, l’ingegnere aerospaziale Michela. L’amministrazione comunale e la popolazione di Sassocorvaro con in testa il sindaco, Antonio Alessandrini. Un noto imprenditore alberghiero di Pesaro e Urbino, il conte Alessandro Pinoli Marcucci. Il Distretto Lions 108/A, che ha adottato la “Maddalena penitente” dalla chiesa di San Flaviano. E ancora una famiglia di restauratori di Aramengo, in provinica di Asti, la famiglia Nicola, che ha permesso il recupero totale del “Ritrovamento della vera croce” di Giulio Cesare Bedeschini dalla chiesa di San Francesco di Paola, è stata anche promotrice di una raccolta fondi in Piemonte, da Madrid e dal lontano Lussemburgo.
Giovanna Di Matteo, esperta delegata dall’Arcivescovo dell’Aquila, ha coordinato i lavori, mentre le opere in mostra sono state restaurate dai laboratori di Francesca Aloisio, Berta Giacomantonio, L’Aquila, Elisabetta Sonnino, Roma e Nicola restauri, Aramengo.
«[…] noi parliamo di bellezza quando godiamo qualcosa per quello che è, indipendentemente dal fatto che lo possediamo», ha scritto Umberto Eco, mettiamoci in viaggio dunque e godiamo anche noi di questa bellezza ritrovata.


16 maggio 2012

La vertigine dello spazio


Gli edifici industriali dismessi così come le ex zone industriali esercitano, da sempre, un fascino particolare non solo nei confronti degli artisti ma anche dei semplici cittadini. Sono memorie della modernità, monumenti che diventano tali sotto i nostri occhi. Un fenomeno comune a molte città, non solo italiane. In alcuni casi la loro rivitalizzazione e ristrutturazione, paradigmatico il caso di Bilbao in Spagna, è il volano per la rinascita dell’intera città. Non so se succederà la stessa, identica, cosa per il progetto della “Città della Musica” sul sito dell’ex inceneritore a Pescara, certo è che le premesse ci sono tutte.
«L’area di progetto assume una posizione strategica all’interno dell’ambito metropolitano Chieti-Pescara che gravita intorno alla vallata del fiume Pescara. Con un progetto di riconversione delle numerose fabbriche dismesse, l’area si può affermare come luogo di una nuova centralità urbana, un nuovo “foro” nel punto di intersezione di due importanti infrastrutture viarie: l’asse attrezzato Chieti-Pescara e la circonvallazione Montesilvano-Francavilla», questo è il pensiero del progettista, il prof. architetto Luigi Coccia, (del gruppo di progettazione, 2C+dG, fanno parte anche gli architetti Isabella Cipolla e Carlo Di Gregorio) che “vede” una nuova centralità in luogo di un’area popolata di tanti, troppi, ex edifici. 
Il primo lotto della “Città della Musica” è stato realizzato sul sito dell’ex inceneritore, ma il progetto complessivo prevede la realizzazione di altri manufatti nelle aree limitrofe che andranno a costituire un vero e proprio nuovo centro culturale, obiettivo dichiarato dell’autore: «Una volta svuotato del suo meccanismo interno ormai in disuso, l’ex inceneritore viene riproposto nel suo valore di immagine e “riempito” di un nuovo senso tutto contemporaneo: da smaltitore di rifiuti a fabbrica culturale». Questa prima realizzazione, che si può identificare come “Mediateca per la musica”, contiene uffici, terrazza panoramica, caffetteria, internet point, sala audio/video, archivio musicale, hall, sala eventi, sale prova e spazio espositivo. La seconda fase prevede la costruzione di laboratori musicali, mentre la terza si completa con auditorium, sala di registrazione, arena per concerti e parco per la musica.
Ciò che colpisce di questo nuovo “cristallo” depositato tra il fiume Pescara e l’asse attrezzato, è la forza evocativa dello spazio interno. Un buco alto ventidue metri che toglie il respiro. Uno spazio costruito con rara maestria che sovrappone spazi a spazi ma che continua a poter essere letto come un’unica grande cavità ancestrale dalla quale tutto trae origine. «Il progetto intende esaltare la principale e forse unica qualità architettonica dell’edificio preesistente, quella vertigine dello spazio nascosta al suo interno, che, non appena varcata la soglia, si sprigiona percorrendo in verticale la nuova mediateca». Il rigore delle scelte compositive richiama alla mente il progetto della Turbinenfabrik costruita a Berlino nel 1909 da Peter Behrens, il maestro del Werkbund. Il richiamo è duplice, sia da un punto di vista squisitamente compositivo architettonico sia in relazione alla standardizzazione dei processi costruttivi. Nessun elemento del progetto è fine a se stesso così come nulla è concesso alla retorica dell’ornamento: tutto è ornamento e tutto è struttura. Lo stesso rigore ha caratterizzato l’approccio al cantiere e in particolare l’aver saputo coniugare l’interesse della committenza con l’ottimizzazione dei costi di realizzazione. 
Scrive Aldo Rossi nella sua “Autobiografia scientifica”: «Come nella descrizione del cavallo omerico, il pellegrino entra nel corpo del santo, come in una torre o un carro governato da una tecnica sapiente. Salita la scala esterna del piedistallo la ripida ascensione all’interno del corpo rivela la struttura muraria e le saldature delle grosse lamiere. Infine la testa è un interno-esterno; dagli occhi del santo il paesaggio del lago acquista contorni infiniti, come un osservatorio celeste». E quando si è cima all’edificio, nella zona dove è posizionato il bar, la testa dell’edificio, anche qui come nella statua del San Carlone di Arona, attraverso un nastro continuo di finestre è possibile abbracciare in un unico sguardo la Majella, il Gran Sasso e lo snodo contemporaneo delle strade che conducono in città. Artificio e natura, una delle più potenti dicotomie della modernità.


15 febbraio 2012

Pertini, la Resistenza e l'Abruzzo

Il 15 dicembre 1958 Sandro Pertini scrive al suo giovane cognato, Umberto Voltolina, una lettera per acquietare i dubbi e rispondere alle domande senza risposta che angustiano il diciassettenne fratello di sua moglie. Un carteggio privato, pubblicato per la prima volta, che apre il libro curato da Sandro Pierri, vicepresidente della Fondazione “Sandro Pertini”, “Gli uomini per essere liberi” (add editore, 224 pg., 14,00 €). 
Una selezione di scritti, pubblici e privati, del “Presidente più amato dagli italiani” che svelano meglio e più in profondità di una biografia la statura umana e politica di Sandro Pertini. Trentacinque capitoli, un terzo fa riferimento a periodi antecedenti il 1978, anno della sua elezione a Presidente della Repubblica, che attraversano i temi che gli sono stati più cari e per i quali si è battuto fino all’ultimo dei suoi giorni. Innanzitutto l’attenzione e la tensione positiva nei confronti della scuola e l’educazione per i giovani, la lotta per la liberazione dell’Italia e dell’Europa dal nazi-fascismo, il rapporto con i lavoratori, gli anni dolorosi del terrorismo, i lunghissimi anni della prigionia, e la determinazione e ferma convinzione di far emergere, sempre, il meglio del popolo italiano con orgoglio.
«Noi abbiamo i nostri difetti, ma gli altri non hanno le nostre virtù. Il nostro è un popolo generoso, forte, che ha saputo risollevarsi da situazioni molto gravi», parole pronunciate il 27 settembre del 1978 davanti a una platea di lavoratori anziani, che bene esprimono questo suo profondo convincimento. Ancor più esplicito a tale proposito fu nella seduta del Parlamento del 30 giugno 1950 in risposta alle dichiarazioni del maresciallo Alexander, comandante delle forze inglesi in Italia. «Il Popolo italiano non merita le affermazioni oltraggiose, oggi del generale Alexander, ieri del signor Churchill, perché onorevoli colleghi, il secondo Risorgimento non ha inizio dall’8 settembre 1943. Se una data d’inizio deve essere fermata in questa storia del secondo Risorgimento essa è quella del 1922 […] Il generale Alexander, cinico come può essere solo un inglese, afferma che il bombardamento di Cassino non era necessario alla strategia militare […] Noi diciamo quindi che se l’Italia si è liberata dai tedeschi lo deve anche agli alleati, ma lo deve anche e soprattutto a se stessa, al Popolo italiano». Parole di fuoco che esprimono bene un sentimento autenticamente italiano scevro da provincialismo o peggio ancora da nazionalismo. Autonomia di giudizio, libertà e giustizia sociale i cardini del suo pensiero politico. Nella lettera che apre il libro, a questo proposito, c’è uno dei passaggi più significativi del suo pensiero. «Sii sempre, in ogni circostanza e di fronte a tutti un uomo libero e pur di esserlo sii pronto a pagare qualsiasi prezzo. Ma tu cesserai di essere un vero uomo libero […] se non comprenderai che gli uomini per essere liberi, è necessario primo di tutto che siano liberati dall’incubo del bisogno...». Libertà e giustizia sociale i due pilastri sui quali costruire l’intera impalcatura del nostro vivere insieme, l’essenza di quell’idea socialista cui ha dedicato tutta la sua vita.
Anche per queste ragioni Pietro Pierri, il curatore dell’opera, è convinto che il pensiero di Sandro Pertini sia oggi molto attuale.
Sandro Pertini offre il suo pensiero e la sua esperienza per dare una risposta a molti dilemmi dell’attualità. Le sue parole, raccolte nel libro “Gli uomini per essere liberi”, sembrano essere dirette agli italiani di oggi che sono incoraggiati a riconquistare il loro ruolo nella “res pubblica”, a riscoprire la passione per l’impegno civile. Pertini sprona gli italiani a rivendicare la grandezza e le virtù del popolo italiano che deve e può riscattarsi dalla falsa convinzione di essere un popolo dalla pessima morale civica.
Un nuovo Risorgimento per la nostra giovane storia.
Il Risorgimento dell’Italia è possibile oggi, come lo fu in passato. Il Paese ha un corpo sano che deve conquistare il suo posto sulla scena politica e sociale, rivendicando con passione civile la giustizia, non tanto e non solo quella fondamentale resa dai tribunali, ma la giustizia sociale, attraverso la realizzazione di un sistema di “governance”, di relazioni sociali improntate ai principi di responsabilità e di solidarietà.
Quali sono stati i rapporti del Presidente Pertini con l’Abruzzo?
«Sandro Pertini volle rendere omaggio all’Abruzzo e al fondamentale contributo della sua gente alla causa della libertà con la personale partecipazione alle celebrazioni del trentennale della battaglia di Bosco Martese, nel teramano, che segnò sostanzialmente l’inizio della guerra partigiana. Pertini conferì ai familiari di Ercole Vincenzo Orsini, ucciso a Montorio, la Medaglia d’oro alla Memoria per la Resistenza».
Un riconoscimento importante per rendere omaggio al contributo del popolo abruzzese per la Resistenza.
L’Abruzzo è stato il primo protagonista della Resistenza e molti dei figli di questa terra l’hanno onorata con episodi di vero eroismo. Nell’Abruzzo agiva Giuseppe Gracceva, responsabile militare delle Brigate Matteotti, che aveva come superiore proprio Sandro Pertini. Non deve essere dimenticato che nell’Abruzzo aveva avuto inizio la Resistenza intesa come guerra militare partigiana. L’Italia deve dunque molto al sacrificio degli abruzzesi che combatterono contro le forze nazi-fasciste al costo di centinaia di morti tra la popolazione e i militari».


20 gennaio 2012

Nanni e Moretti e la sinistra da salotto che siede in Parlamento


Leggo con molto piacere, anzi proprio con gioia, che Nanni Moretti sarà il presidente della giuria del 65° Festival del Cinema di Cannes. Il festival transalpino è certamente il più prestigioso tra i festival dedicati alla settima arte e presiederlo è perciò un riconoscimento importante per la persona che riceve quest’onore e per il paese che questa persona rappresenta. Nanni Moretti in Italia è un regista che divide: piace molto o non piace affatto. Io appartengo alla prima categoria. Ho visto tutti i suoi film, e per tanti anni, soprattutto quelli dell’adolescenza e fino ai primi anni dell’università, è stato per me un vero riferimento, anzitutto culturale. Riconoscevo e riconosco in lui, nei suoi film e in ciò che esprimono ancora oggi, pensieri e idee che mi appartenevano e mi appartengono. Come tutti quelli che esprimono attraverso l’arte i propri pensieri e sentimenti anche Nanni Moretti è sempre stato, ed è ancora oggi, una voce fuori dal coro e proprio per questo motivo non proprio amato dall’establishment. E invece proprio l’establishment avrebbe potuto trarre i maggiori benefici attingendo a piene mani dal suo armamentario fatto di parole e d’immagini. Di pensieri e di progetti. Avrebbe potuto guardare per vedere ciò che c’è oltre l’apparire. Ciò che si muove dietro e che spesso non tutti sono in grado di vedere. Ogni film di Nanni Moretti offre questa possibilità: vedere con uno sguardo altro ciò che succede attorno a noi. Oltre le immagini ci sono poi le parole. Ogni film regala almeno una frase che supera la pellicola stessa e diventa patrimonio di tutti e insieme sintesi di un comportamento, di un modo di essere, singolo o collettivo. Una visione della società. «Giro, faccio cose, vedo gente. E l’affitto? E le sigarette come le compri?», è un passaggio di “Ecce bombo”, un film del 1978, che già dice tutto di una generazione che fallirà miseramente la sua missione. E quando i pensieri sono troppo veri o troppo innovativi rispetto al pensiero comune e dominante, si viene messi all’indice. E così è successo che la sinistra da salotto che siede in Parlamento abbia accusato, con mezzi anche subdoli, Moretti e altri intellettuali come lui, di essere “una sinistra da salotto” capace solo di parlare. 
«Anche questa serata è stata inutile. Il problema del centro sinistra è che per vincere bisogna saltare due, tre o quattro generazioni […] Con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai». Era il 2002 e Nanni Moretti da piazza Navona lanciò un Sos al popolo della sinistra italiana. Prima di lui avevano parlato Piero Fassino, il liquidatore dei Democratici di Sinistra, e Francesco Rutelli, che oggi è la terza gamba di un “nuovo” polo politico con Casini e Gianfranco Fini. 
Aveva ragione, ancora una volta. Aveva avuto la capacità di guardare per vedere e per capire.
Negli ultimi quattro anni i presidenti di giuria del Festival del Cinema di Cannes sono stati nell’ordine, Sean Penn, Isabelle Huppert, Tim Burton e Robert De Niro. Quest’anno tocca a lui, a Nanni Moretti. E io sono felice. Assai. È l’Italia che mi piace e nella quale mi riconosco. Assai.


8 dicembre 2011

Sogno n°1


Titolo più appropriato non poteva esserci per questo disco destinato a diventare un cult per gli amanti della musica di Fabrizio De André. Geoff Westley, produttore, arrangiatore e compositore inglese, registra, nei mitici Abbey Road Studios di Londra dieci canzoni del cantautore genovese, dirigendo la London Symphony Orchestra. Una delle più prestigiose orchestre del mondo rende così omaggio al più grande cantautore italiano sottolineando la grande valenza musicale del suo lavoro. «Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero quando a te la sua anima e al mondo la sua pelle dovrà riconsegnare, quando verrà al tuo cielo là dove in pieno giorno risplendono le stelle...», è la prima strofa di “Preghiera in gennaio”, il pezzo che apre il disco, che Faber dedica a Luigi Tenco, la prima delle dieci chicche che questo lavoro riserva. Geoff Westleey fa rivivere la magia della voce di De Andrè che si rivela in totale sintonia con l’esecuzione dell’orchestra londinese. “Ho visto Nina volare” e “ Hotel Supramonte” proseguono il viaggio sonoro di questo primo sogno. La quarta traccia è “Valzer per un amore” che trasporta davvero in un tempo altro. Qui la bellezza dell’esecuzione strumentale incontra la voce musicale di Faber e, inaspettata, la voce malinconica e suadente di Vinicio Capossela. Poi come in un concerto dal vivo un crescendo con “Tre madri”, “Laudate Hominem” con un superbo coro, “Disamistade” e “Rimini” fino a “Anime salve” con Franco Battiato protagonista del secondo e ultimo duetto. Il sogno si conclude, e non poteva essere altrimenti, con le “Nuvole”, il cui titolo Faber aveva mutuato da una commedia di Aristofane.

Titolo Sogno N°1. Fabrizio De André
Autore London Symphony Orchestra
Editore Sony Music, Rca, Nuvole production
Pagine 48 +Cd
Anno 2011


31 ottobre 2011

Roberta e la nuova via della lana


Roberta Castiglione è arrivata a Pescara tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, nello stesso periodo in cui entrava in crisi profonda il comparto tessile, della produzione e della lavorazione della lana. È arrivata in riva all’Adriatico per studiare architettura e di certo non avrebbe mai immaginato che i tratturi, le strade che per millenni avevano collegato l’Abruzzo e la Puglia, sua terra d’origine, sarebbero state così importanti nella sua vita. Conseguita la laurea in architettura e quando il suo percorso umano e professionale è all’inizio di un nuovo ciclo s’imbatte casualmente nel mondo della lana. La scintilla dalla quale prende forma una grande passione, come quella tra Roberta e il mondo della lana d’Abruzzo, è indotta da Sveva che è in arrivo e che cambierà per sempre la sua vita. Le “scarpine di Sveva” rappresentano infatti il punto di partenza di un progetto solo apparentemente visionario e di nicchia che oggi costituisce per Roberta, e non solo per lei, una grande opportunità che coniuga passione, cultura e lavoro. Ma questa è una storia che merita di essere raccontata dal principio.
La passione per la lana d’Abruzzo, proveniente da pecore di razza Sopravvissana (che ha origine dalla pecora Vissana incrociata dalla seconda metà del diciottesimo secolo con arieti Merinos spagnoli, francesi e recentemente Gentile di Puglia) diviene un progetto e Roberta comincia a cercarla su tutto il territorio abruzzese. Riannoda fili con i pastori che lamentavano una scarsa attenzione al loro prodotto e farà ripartire una filiera sempre esistita sul territorio, tra cui anche una filanda, non più pienamente attiva da molto tempo. Ne studia le caratteristiche e si convince che se «fatta conoscere alle amanti della lana naturale e reintrodotta per un uso nuovo, inventando prodotti nuovi e assolutamente contemporanei» può avere diffusione e successo. Lancia un appello dal suo blog, www.robertafilavafilava.blogspot.com, e attende. «L’appello e la partecipazione collettiva al progetto è rivolto a tutti, amanti del knitting e del crochet ma anche a fornitori, produttori, tessitori, artigiani interessati alla lana naturale d’Abruzzo. Il nostro è un appello a tutti coloro che vorranno partecipare a questo progetto, diventandone membri attivi perché desidereranno conoscere questa lana e il mondo che gira intorno ad essa. Aprire un loro knit-cafè d’Abruzzo locale, venire a trascorrere qualche giorno in Abruzzo partecipando alla tosatura delle pecore, o a un corso di tintura o di feltro». Per un po’ di tempo non succede nulla. Poi arriva una richiesta.
«Lana d’Abruzzo è la parola inserita su Google il giorno in cui un’anziana mamma richiede a sua figlia un regalo per il suo compleanno. Lana per fare una coperta a punto tunisi. Un desiderio non da poco visto che il ricordo di questa lana era così lontano che sembrava fosse sepolto per sempre nei ricordi di un’anziana signora». Quando Roberta mi racconta questo episodio siamo seduti al tavolo di un bar all’aperto e fa caldo. Dall’interno del locale giunge una musica a volume troppo alto che quasi copre la sua voce, e questo mi consente di concentrarmi di più sulla sua espressione che nel frattempo muta più volte. Non ha più fretta di raccontare l’evoluzione del suo progetto ma si concentra sul ricordo di Ileana. E come se fosse un mantra ricomincia il suo racconto. «La signora Ileana mi ha ordinato la prima lana. A lei devo tutto probabilmente. Aveva ottant’anni e voleva realizzare il suo ultimo lavoro in lana d’Abruzzo per la figlia». Partono così dall’Abruzzo i primi 4 kg di lana in direzione Milano e dopo qualche giorno Roberta riceve una telefonata. Dall’altro capo del telefono c’è Ileana. «Aveva aperto il grande pacco e si era ritrovata di colpo con la faccia immersa fra la lana. Se l’era portata al petto, sul viso, toccandola, stringendola a sé e quel profumo di sapone misto a lanolina le avevano riportato di colpo alla mente ricordi dimenticati da troppi anni». Fino a questo momento Roberta lavora con Roberto, suo compagno anche nella vita, in una piccola agenzia di design marketing, eon architetture digitali, ma è arrivato il tempo per cambiare rotta. È Roberto ad imprimere una svolta decisiva che trasformerà la passione di Roberta per la lana in un lavoro. Predispone un progetto di design marketing e chiede a Roberta di rendere semplici e riproducibili i prodotti da commercializzare. Inizia un percorso che in un tempo relativamente breve porta alla ribalta nazionale, grazie soprattutto a internet, a interventi sulla stampa specializzata e a una serie di servizi televisivi, il nuovo progetto che dal blog iniziale si arricchisce di un negozio on line, http://creakitshop.com, un nuovo blog, http://creakit.blogspot.com, e un gruppo su Facebook, Social Crochet, in cui Roberta cerca «di trasmettere personalmente e direttamente l’idea di un manufatto semplice e facile da realizzare insegnando a fare crochet e a condividere un sapere antico che diventa contemporaneo e che crea socialità e conoscenza. Che aumenta il senso di appartenenza a una comunità appassionata e incuriosita dall’odore di questa lana». In questo gruppo Roberta, coadiuvata da Rossana, Filly, Katia e Nunzia, tiene corsi di uncinetto 3D avvicinando persone, anche completamente inesperte, a un fare antico di cui si erano perse le tracce. 
«La mia passione è restituire valore a un bene comune e popolare che è stato abbandonato. Con la nostra produzione tante persone hanno ripreso a lavorare in questo segmento e ciò mi riempie il cuore. Per dare slancio a questo progetto bisogna però costruire una rete. Noi abbiamo dato il via, adesso però c’è bisogno di qualcosa di diverso. Abbiamo immaginato, pensato e realizzato un nuovo modello economico che nasce dal basso e non dall’alto».
Le vie della lana solcano oggi i sentieri immateriali del web ma l’elemento umano, la cultura, il cuore e la passione, restano l’elemento indispensabile che «move il sole e l’altre stelle».


25 ottobre 2011

Il mondo di Zeman

Quanto vale in termini di marketing territoriale la presenza di Zdenek Zeman sulla panchina dei biancazzurri? Da quando è arrivato in città, in una calda e festosa giornata d’estate, il nome di Pescara associato a quello del boemo è una costante sui media nazionali. Si sta verificando ciò che successe al tempo della prima Zemanlandia quando una città di provincia come Foggia, divenne, improvvisamente, famosa in tutta l’Italia grazie alle prodezze calcistiche e al mito che stava nascendo con una squadra piena, zeppa, di ragazzi sconosciuti.
Solo per fotografare l’ultimo weekend, la carta stampata e in particolare la Repubblica gli ha dedicato ieri un profilo e una pagina con una delle sue firme più autorevoli, mentre sempre ieri ma in prima serata la televisione gli ha reso un grande tributo con la presenza nel talk show più importante della rai condotto da Fabio Fazio, Che tempo che fa
E Pescara è presente anche nelle risposte, puntuali, pungenti e ironiche che riserva al conduttore.  «Ogni mattina vedo sul lungomare di Pescara centinaia di persone che corrono e nessuno li paga». Quasi uno spot, un invito a godere di questo privilegio, per una città che mostra nuovamente il suo volto vincente e alla quale il pubblico in studio, stimolato da Fazio che ricorda la nuova vittoria della squadra e il terzo posto raggiunto in classifica, tributa un lungo applauso.  
È uno Zeman in forma smagliante. Sempre misurato, soprattutto elegante che cattura l’attenzione fin dalle prime battute. «Le regole nel calcio ci sono, basta farle applicare» tanto per ricordare a tutti che l’esilio calcistico non l'ha cambiato. E ancora «Io ubbidisco e rispetto le regole». Fazio resta rapito dalla velocità di pensiero del boemo che pur affrontando argomenti seri riesce a rendere “leggera” l’intervista. Non mancano battute esilaranti e aneddoti che contribuiscono, televisivamente parlando, a ri-comporre e ri-costruire un personaggio mai banale e di cui, in molti, abbiamo sofferto l’assenza. E perciò ad affermazioni che strappano un largo sorriso anche al conduttore, «Non vado al cinema dal 1974 da quando nei locali chiusi non si può più fumare», si giustappongono pensieri nobili e concetti che riavvicinano al mondo dello sport e del calcio in particolare, «Non bisogna mai dimenticare che il calcio è un gioco». Anche quando Fazio gli chiede dei suoi rapporti con Casillo, il suo presidente a Foggia, Zeman risponde con il sorriso sulle labbra non rinunciando però a una stoccata che restituisce l’esatta dimensione dell’uomo e del professionista. «I primi anni che allenavo il Foggia, Casillo aveva sessanta aziende e il rapporto tra noi era bellissimo. Lui curava le aziende e io potevo fare calcio. Lo scorso anno invece non aveva più aziende e si occupava anche della squadra e il rapporto ne ha risentito». I tifosi del Pescara stiano tranquilli, il patron De Cecco ha tante aziende e non ha nessuna intenzione di venderle.


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