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14 febbraio 2012

La neve al tempo di facebook


C’è stata una fila lunghissima alla SIAE per registrare il titolo “La nevicata del ’12”. Il secondo ha registrato “La nevicata del 2012”. Il terzo, pensando di spiazzare tutti, ha tutelato “Una nevicata da fine del mondo”. Dal quarto in poi erano tutti in paranoia e hanno atteso il loro turno solo perché avevano aspettato sotto una fitta nevicata e aiutato a spalare gli accumuli di neve davanti al portone.
Tutti erano costantemente collegati a internet. Connessi contemporaneamente al proprio profilo di facebook e di twitter per trarre ispirazione e novità da foto, filmati o aggiornamenti di stato. A un certo punto della giornata, l’ufficio era ancora chiuso, la neve cadeva copiosa e lenta, il cielo era diventato tutto bianco, le parabole erano inservibili e sky non dava più segnali di vita, cessa anche la connessione ad internet. Scene di panico hanno attraversato la lunga fila che ormai si snodava fino all’ingresso del Liceo Classico. «Hai rete?», «Ti funziona internet?», «Facebook è morto pure a te?». Queste le domande più gettonate che ognuno ha fatto al proprio vicino. Quando i quesiti sono arrivati all’ultimo della fila, che nel frattempo era diventato penultimo, le domande erano diventate affermazioni categoriche ed erano così modificate: 1. La rete non tornerà prima di domani; 2. Hanno oscurato internet per non far diffondere le foto dei disagi; 3. Per riattivare facebook bisogna iscriversi di nuovo e lasciare anche il numero della carta di credito.
La piccola comunità di aspiranti autori che si era spontaneamente formata davanti all’ufficio della SIAE, era presa da un momento oggettivo di sconforto. L’impossibilità di connettersi a internet, per “colpa” della neve, stavano sgretolando le loro ultime certezze. Talmente profonda la crisi in atto che molti di loro non sapevano più neanche perché erano lì. Avevano dimenticato il motivo per cui facevano un’interminabile fila allo sportello della SIAE, al freddo e sotto una copiosa nevicata come non si vedeva dal ’56, il 1956.
«Nel 1956 non esisteva la protezione civile e i comuni italiani non erano sull’orlo di una crisi finanziaria come oggi. La “nevicata del secolo”, come fu definita dalla stampa, interessò tutta la penisola e le temperature furono rigidissime. Meno ventidue a Torino, meno sedici a Milano, meno undici a Firenze, meno sei addirittura a Roma. Renato Rascel prima e Franco Califano successivamente, dedicarono una canzone alla storica nevicata. Mia Martini vinse il premio della critica a San Remo interpretando proprio “ La nevicata del ’56”». Chi parla è un ragazzo sulla trentina che sfoggia tutta la sua cultura wiki con una ragazza di qualche anno più giovane di lui che lo precede nella fila. Lei è stupita e ammaliata dalla cultura sfoggiata dal suo vicino e mentre lo ascolta, cerca, invano, di collegarsi a wikipedia per verificare la veridicità delle sue affermazioni. Ma niente, non c’è nessun collegamento. Internet non funziona. 
Nel frattempo il serpentone è diventato molto più lungo, adesso arriva all’incrocio con via Nicola Fabrizi, e sta già superando il Bar Brasile puntando decisamente verso il mare. L’arrivo di nuovi aspiranti autori oltre ad allungare la fila cambia anche il contenuto della conversazione che si snoda lungo tutto il percorso. Le notizie del momento sono le seguenti: «I colli sono isolati dal resto della città, pagano lo scotto perché hanno sempre votato a sinistra». «Alla pineta sono caduti tutti i pini. La colpa è della mancata manutenzione». «A Fontanelle non c’è acqua e la gente non può uscire di casa». Quando la notizia arriva ai primi, quelli a ridosso del portone della SIAE, è accompagnata da boati di giubilo, c’è di nuovo la rete. 
I più smanettoni sono già sui profili facebook dei loro amici, in particolare di quelli che abitano ai colli, per cercare conferma alle notizie che giungono da via Nicola Fabrizi. Una quindicenne, sarà la decima o undicesima della fila, urla: «Ecco ho le foto della Pineta». Per un attimo è anarchia. Tutti vogliono sapere il nome della ragazza per chiederle l’amicizia e farsi taggare sulle foto. In poco meno di cinque minuti, Samantha, questo il nome della ragazza, Samantha con l’acca, riceve circa duecento richieste di amicizia. In molti non ci riescono perché quando il suo nome giunge all’altezza del Bar Brasile è diventato Giovannha con l’acca. I fortunati che hanno ricevuto l’amicizia e sono stati taggati sulle foto hanno assunto l’aspetto del capitano Achab, anche qui c’è l’acca, quando vede lo sbuffo di Moby Dick all’orizzonte che precede di poco il Pequod. Parte la festa del “mi piace”, cliccato su ognuna delle oltre cinquanta foto che Samantha, in poco meno di dieci minuti, è riuscita a taggare. Nelle foto un gruppo di pini, saranno sei, forse sette, caduti e ritratti da posizioni diverse in modo tale da dare l’illusione di essere molti di più. Quando la fila lambisce ormai il marciapiede del lungomare la strage dei pini è ormai compiuta. Non c’è più un albero in piedi alla pineta. Sulle foto che ha taggato Samantha è evidente che è avvenuta una strage.
Nel frattempo è arrivato l’omino che finalmente apre gli uffici della SIAE. La fila ha uno scossone, come un nuovo sussulto, un gemito di piacere. I primi della fila sono i più eccitati. Il primo in particolare, che poi è una prima, ha gli occhi che brillano di felicità.
«Calma, non vi accalcate. Sistemeremo tutti, non vi preoccupate», sono le prime parole che proferisce l’omino SIAE.
La fila intanto non diminuisce, adesso è giunta sulla spiaggia che non si distingue più dal resto del contesto urbano. L’ultimo arrivato, che poi non è l’ultimo arrivato ma semplicemente un anziano signore che si sta godendo il mare d’inverno con la neve, per un attimo è distolto dal suo guardare e chiede al ragazzo che è davvero l’ultimo della fila: «Scusi giovanotto, è successo qualcosa di grave?». 
Il ragazzo gli fa cenno con la mano di aspettare. È riuscito finalmente ad ottenere l’amicizia da Samantha e sta cliccando su “mi piace”. Dopo aver omaggiato anche l’ultima foto, scrive il commento all’intero album: «N’gulo, una strage». Poi finalmente alza lo sguardo ma non c’è più nessuno che gli pone domande.
Contemporaneamente, più avanti, in lontananza, quasi all’altezza della madonnina, l’anziano signore sta smanettando sul suo iPhone. Ha cliccato su <Stato>e gli si è aperta una finestra <A cosa stai pensando? >.
«Sono la neve. Perché non alzate, almeno per un attimo, lo sguardo dai vostri arnesi e guardate in alto, nel cielo? Sentireste anche il mio sapore. Non mi meritate». <Pubblica>.


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7 luglio 2009

L'alba del quattordici luglio


13 luglio 2008, ore 5.30
Il quattordici luglio è ormai giunto e Robert Mc Johnson è sempre più solo.
Schegge di pensieri gli invadono la testa e si sovrappongono in un intricatissimo puzzle che non riesce a ricomporre. Trascorre tutti i giorni in un déjà vu che lo consuma lentamente. E mentre pensa alla sua vita vera, quella fuori da qui per intenderci, quasi sempre perde i sensi e si ritrova sprofondato sulla branda con la testa penzoloni, le braccia abbandonate sul pavimento e i piedi puntati contro il muro. Un calore che parte dalla testa e attraversa tutto il corpo è il segnale che il peggio è passato e allora, solo allora, una sensazione di benessere lo acquieta.

Ore 7.30
È stato trasferito nella stanza dell’ultimo giorno. È una stanza più piccola di quelle precedenti, con il water d’acciaio inox in un angolo e, ovviamente, la luce artificiale. Il linoleum verde invade ogni spazio e riflette la luce in modo da far sembrare quel posto un obitorio. Le pareti sono bianche, di un bianco immacolato, e la porta di un bianco leggermente più avoriato.
Non ci sono colori qui che non siano il verde del linoleum e il bianco dei muri. Non si odono rumori se non lo stridente battito dei manganelli sulle porte che serve a non far dormire per più di due ore consecutive tutti i presenti.
L’ultima volta che Robert Mc Johnson aveva visto la luce naturale e i colori si trovava nel cortile del tribunale. Il presidente della corte aveva da poco letto la sentenza e lui era ancora sotto shock. Lo stato confusionale in cui si trovava fu accentuato dai flash dei fotografi presenti in aula e dalle urla liberatorie dei parenti di John, la sua vittima. In quel trambusto fu portato di peso fuori del tribunale dove, ammanettato e circondato da poliziotti armati, percorse il piccolo viale del cortile che lo separava dal furgone per la traduzione. C’era un cielo terso e grandi nuvole bianche, il cui contorno era disegnato e reso visibile dal sole che vi si celava a ridosso. Si scorgevano il profilo della città e le grandi insegne luminose sui tetti che, seppur spente, erano ben visibili. In particolare fu colpito da una grande insegna rossa che collegava virtualmente tre edifici e che simboleggiava un paio d’ali spiegate in volo.
Era un gran bel pezzo di cielo e Robert Mc Johnson non comprese immediatamente che era l’ultimo pezzo di cielo della sua vita.

Ore 10.30
I vestiti gli stanno larghi e le dita delle mani sono diventate lunghe e scheletriche. Non ha mai avuto mani tanto lunghe e magre.
Mangia pochissimo perché mangiare lo distoglie dai suoi pensieri e lo riporta fisicamente e con forza in quel luogo. Si estrania pensando di essere da un’altra parte, in situazioni diverse, in compagnia di altri o anche solo della sua ombra, della sua solitudine e, in qualche caso, della sua rabbia.
Oggi però non riesce a distrarsi. Ci ha provato e non c’è riuscito. È troppo nervoso, ha paura e suda. Suda come non mai prima d’ora. Gli tremano le mani e ha una fottuta tachicardia, tanto accentuata che ha l’impressione di correre all’infinito.
Un subbuglio interno gli sale dallo stomaco fin dentro la gola ed esplode, inatteso. Vomita.
Una gran chiazza verde oro impatta con violenza sul pavimento disegnando una forma irregolare. Contemporaneamente si è cagato addosso con la stessa forza e intensità. Ora si sente più leggero, rifiuto tra i rifiuti.
Tutto si è bloccato quel 4 luglio 1998, quando una voce ferma e autoritaria ha detto: «Condannato a morte». Quella frase secca e sibillina l’ha subita senza poter replicare. Ancora oggi non riesce a togliersi dalla mente la faccia di quel giudice che l’ha pronunciata senza tradire la minima emozione.
Ma ora va meglio. Si è liberato di tutto. Se non fosse per il cattivo odore che risale le pareti e ritorna giù più forte e acre di prima starebbe ancora meglio.
Hanno ripulito, ma l’odore è rimasto sospeso nell’aria. Ha chiesto di cambiare stanza ma gli hanno risposto che il regolamento non lo prevede.
«Cazzo, se non potete cambiare l’aria cambiate il regolamento!» pensa ad alta voce senza arrabbiarsi.

Ore 14.30
Si è appena svegliato dopo aver dormito per quasi due ore. Si era accasciato ai piedi della branda, aveva premuto forte le mani sulle palpebre e senza accorgersene si era addormentato. Non gli succedeva da quando era entrato in quel posto. Se non fosse stato per quell’inutile sbattere di manganelli sulla porta forse avrebbe continuato a dormire. Desiderava tanto dormire.
L’essersi liberato di tutto ciò che aveva dentro gli aveva fatto bene, come se avesse respirato a pieni polmoni aria fresca. In tutti quegli anni non era mai successo. Conviveva con gli incubi che non lo abbandonavano mai e quando, spossato, cercava un po’ di riposo i fantasmi abitavano il suo tempo. Un tempo lento e sempre uguale. Un tempo sbandato e confuso.
Per evitare i fantasmi premeva con forza le dita sulle palpebre fino a quando piccole stelle bianche cominciavano a danzargli davanti agli occhi con ritmi sempre più incalzanti, che lo conducevano dolcemente a uno stordimento totale. Solo allora, dopo lunghi e continui tentativi, riusciva a restare solo. Quando non cela faceva ad allontanarli, e questo capitava spesso, l’accompagnava un senso d’impotenza devastante e stava malissimo.
Venivano a trovarlo in tanti, una sequenza ininterrotta di figure ibride e spettrali. Lo interrogavono, accusavano, senza mai accettare repliche. Mai hanno usato toni gentili o parole di conforto. Quando andavano via lo lasciavano in uno stato d’angoscia e d’abbandono sempre nuovo ma sempre uguale.

Ore 16.30
Quando gli viene in mente John, perché è così che chiama ormai affettuosamente John Delano Smith, prova sensazioni contrastanti. Ci sono momenti in cui pensa a lui con affetto. Pensa alla sua famiglia, ai suoi genitori, a sua figlia. Spesso pensa alla moglie di John e alla nuova vita a cui l’ha costretta. Pensa a quelli che potevano essere i suoi sogni, le sue aspirazioni. Ci sono momenti invece in cui lo detesta. Quando pensa per esempio a quella mattina del 21 marzo del 1997 e a quella stramaledetta National Reserve Bank.
John era in coda allo sportello davanti a lui. Se non avesse voluto fare l’eroe non avrebbe incrociato il proiettile che era partito accidentalmente dalla sua pistola colpendolo alla tempia. Non lo aveva mai visto prima di allora e la prima immagine che aveva di lui era, purtroppo, anche l’ultima. Si ricordava perfettamente gli occhi spalancati e la bocca piena di sangue. Occhi increduli e insieme angosciati che chiedevano una spiegazione, un perché. Una domanda alla quale non aveva avuto il tempo di rispondere. Donne che urlavano, bambini che piangevano, il suono crescente delle sirene delle macchine della polizia che si avvicinavano alla banca; impossibile qualunque tentativo di soccorrere il povero John. Una confusione totale. Tutti correvano mentre lui restava immobile e incredulo, con gli occhi di John Delano Smith che continuavano a interrogarlo e ai quali non aveva saputo dare in quegli ultimi, drammatici, attimi di vita, nessuna risposta. Perché non era rimasto in fila con le mani alzate, come tutti gli altri? Quando gli agenti erano arrivati, lo avevano trovato in piedi, vicino al corpo ormai inerte di John Delano Smith, la pistola ancora fumante e gli occhi persi nel vuoto.

Ore 18.30
Il passo felpato e un mormorio crescente annuncia l’arrivo dell’ultima cena e delle guardie. La prima apre il passavivande mentre la seconda infila il vassoio. Un espresso italiano e una sambuca con la mosca, questo è quello che ha chiesto. Con gesti lenti e apparentemente abitudinari mescola accuratamente lo zucchero con il cucchiaino disegnando cerchi concentrici nella tazzina e sorseggia il caffè. Poco dopo con la stessa attenzione di prima beve la sambuca lasciando il chicco di caffè come ultimo gusto da assaporare. È un bel gusto amaro quello che ha scelto. Gli è sempre piaciuto il caffè italiano. Nel suo quartiere pochi hanno avuto il privilegio di assaggiarlo, mentre nessuno ha mai sentito parlare di sambuca con il chicco di caffè.
Anche a sua moglie piaceva molto il caffè italiano. Si erano conosciuti davanti a un caffè italiano e quando era nata Rosemarie, la loro unica figlia, le aveva portato cioccolata e caffè italiano. Erano felici. Il lavoro non andava benissimo ma si amavano. Questo bastava per andare avanti. Poi era nata Rosemarie, la piccola e meravigliosa Rosemarie. Ogni giorno le portava un piccolo regalo e lei impaziente, sul far della sera, lo aspettava dietro la porta di casa per questo rito giornaliero che concludeva le loro giornate. Rosemarie, seppur piccolissima, aveva imparato a riconoscere il rumore della sua macchina. Non appena lo udiva si copriva gli occhi e lo aspettava emozionata dietro la porta d’ingresso. Era bellissima. Bionda con i riccioli che le scendevano lungo la schiena e quegli occhi verdi e profondi; avevano sempre una luce speciale che li rendeva pieni di luce. Il caffè italiano e la sambuca con la mosca gli ricordano quel tempo, un tempo andato.
Il sapore del chicco di caffè ora sta svanendo così com’è svanito quello dell’espresso e della sambuca. Manca poco tempo ormai. Comincia a sudare di nuovo. Suda e ha una fottuta maledetta paura di morire. Una fottuta maledetta paura di morire.

Ore 20.30
Stanno arrivando. Nemmeno questa notte lo lasceranno in pace. Si sdraia sulla branda e comincia a premere forte le mani sulle palpebre per provare a mandarli via. Non ci riesce. Li sente arrivare, sono sempre più vicini. Preme ancora più forte fin quasi a farsi male. È una lotta impari ma non demorde. È la sua ultima notte e vuole restare solo.
Dopo un lunga lotta molla. Spossato abbandona la presa. In posizione fetale così come ha sempre fatto aspetta il loro arrivo. Si tiene la testa tra le mani e si accorge che con le ginocchia riesce a toccarsi il mento, è diventato talmente magro e perciò agile che potrebbe lavorare in un circo. Mentre questi pensieri sciolgono momentaneamente la sua tensione, i rumori assordanti che solitamente precedono l’arrivo dei fantasmi si smorzano. Una calma irreale cala nella stanza.
Si materializza un profilo sempre più somigliante a quello di suo padre. Adesso lo vede davanti a sé, muto. Prova ad avvicinarsi ma i suoi passi trovano solo intralci. Ostacoli invisibili e irremovibili. Smette di provarci e si siede sul bordo della branda a guardare incredulo il volto di suo padre. Prova a parlare, ma anche le parole non riescono a superare la barriera che gli impedisce di avvicinarsi. Si arrende e si acquieta.
Passano lunghi, interminabili istanti prima che succeda qualcosa d’altro.
Sente di nuovo i rumori che annunciano altri arrivi. Ha il terrore che il padre scompaia. Prova ad alzarsi ma ormai il corpo è come inchiodato alla branda. Tutti i muscoli sono bloccati. Solo i pensieri corrono veloci nella mente. Di nuovo vede materializzarsi un profilo. È quello di Rosemarie. La piccola Rosemarie con i suoi riccioli biondi e il suo splendido sorriso si mette accanto a suo padre. È bellissima con il vestito blu del suo primo compleanno e la paglietta che la fa assomigliare a una bambolina.

Ore 22.30

Non sa quanto tempo è passato. Rosemarie e suo padre sono ancora di fronte a lui, muti, ma sono lì. È felice come non lo era stato mai in quel posto. Non hanno detto una parola, hanno sorriso tutto il tempo senza mai parlare. Robert Mc Johnson è sereno. È come se quelle due presenze avessero di colpo cancellato i momenti di disperazione e gli avessero restituito la speranza, quella speranza che gli hanno negato per sempre.
Più passa il tempo e più è sereno; e con la serenità anche quel posto non gli sembra poi così deprimente e brutto. Suo padre e Rosemarie sono sempre di fronte a lui e anche se non hanno detto una parola è certo di aver udito le loro voci. Non ha sentito neanche il rumore dei manganelli sulla porta.
D’un tratto di nuovo rumori e confusione; e tra rumori e confusione suo padre e Rosemarie svaniscono. Non ha avuto neanche il tempo di salutarli.
I suoi occhi, quasi come dei radar cominciano a scandagliare lo spazio circostante alla ricerca di suo padre e Rosemarie, ma la voce di un uomo che proviene dal fondo della stanza richiama la sua attenzione. Alza gli occhi con difficoltà e poi sempre più chiaramente scorge il profilo dell’uomo che ha ucciso: John Delano Smith. Si sente male. Lentamente i muscoli si rimettono in movimento. Il cuore ricomincia a battere forte.

Ore 4.30
Forse è in pieno delirio. È sudatissimo e puzza da fare schifo.
John avanza sicuro verso di lui e si siede al suo fianco sulla branda. È sbarbato di fresco e non suda per niente. Lo guarda con un’aria serena e cerca con la mano la sua mano. Robert Mc Johnson gliela porge e John comincia ad accarezzarla con cura. Continua a fissarlo negli occhi con un accenno di sorriso che s’interrompe non appena inizia a parlare.
«Ho imparato a conoscerti in questi lunghi dodici anni che hai trascorso qui. Sono venuto per salutarti.»
Dopo queste parole fa un piccola pausa, smette di accarezzargli la mano, si alza e si dirige di nuovo in fondo alla stanza. Robert Mc Johnson continua a sudare sempre di più tanto che la camicia ha cambiato colore. John è di nuovo di fronte a lui e lo guarda, fisso negli occhi.
«Uccidere non ha nessun senso, mai».
Senza dire altro svanisce nel nulla.

Ore 5.30
Robert Mc Johnson è di nuovo solo. Spossato si stende sulla branda, la testa sotto il cuscino, cercando di fermare la corsa dei pensieri che incontrollabili percorrono le strade della sua mente ormai sull’orlo della pazzia.
Anche John se n’è andato, nello stesso modo in cui erano svaniti suo padre e la piccola Rosemarie. Non gli ha lasciato dire nulla. Del resto cosa avrebbe potuto dirgli? Che era sinceramente dispiaciuto per quello che era successo? Tutto quello che c’era da dire lo aveva detto John. E poi il tempo per cercare risposte era alla fine.
Ormai manca pochissimo. Cerca di restare calmo ma non ci riesce, è impossibile. Va avanti e indietro come un animale in gabbia, anzi si sente un animale in gabbia che aspetta, paziente, il suo turno al mattatoio.

14 luglio 2008, ore 6.30
Gli hanno dato una divisa pulita che gli sta un po’ larga. In catene, circondato da uomini armati, percorre i suoi ultimi passi. Il corridoio è tirato a lucido come le armi delle guardie che lo accompagnano nel breve tragitto che lo separa dalla camera della morte. Sono arrivati.
Robert Mc Johnson entra dopo due guardie e si trova davanti una gran finestra semicircolare oscurata con una tenda nera. Al centro della stanza l’ultimo giaciglio. Non vuole essere aiutato da nessuno e con una calma inconsueta si stende per cercare la posizione giusta. Gli legano polsi e caviglie al letto. Un medico gl’infila quattro aghi in vena. Robert Mc Johnson con le mani e i piedi legati e gli aghi celati accuratamente sotto un lenzuolo è pronto. Si alza il sipario. Le sostanze in vena circolano veloci e si accorge che vede con difficoltà. Non riconosce gli occhi indiscreti e avidi che dietro la finestra assistono allo spettacolo della morte. Sono venuti fin qui per vederlo morire e non aspettano che questo.
Robert Mc Johnson è sempre più solo.
Questi ultimi, concitati attimi lo hanno reso stranamente tranquillo, non suda più e gli sembra di essere persino sereno. Ha paura, una fottuta paura, ma è sereno. Mentre pensa alle ultime parole di John, sente che le sostanze stanno entrando nel suo corpo e lentamente si propagano in tutte le sue membra.
Sente arrivare la morte mentre la paura si allontana sempre più.
Ora non riesce più a vedere gli occhi che gli sono di fronte. Perde i sensi. In questo limbo, incosciente, sa che tutto sta per concludersi.
Il quattordici luglio è appena iniziato e Robert Mc Johnson adesso è davvero solo.


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1 luglio 2009

Il colore delle lucciole

Mi hanno chiesto dei racconti da pubblicare, nei mesi di luglio e agosto, su un quotidiano. Ho rispolverato racconti che avevo scritto un po' di anni fa. Questo è il primo.




Era seduta tra molte sedie vuote e il suo corpo, costretto in un abito minuto, sprigionava un’idea felice della vita. Io ero lì per un servizio giornalistico. Ascoltavo e cercavo di fissare i passaggi cruciali degli interventi per scrivere il mio pezzo. Inizialmente non l’avevo notata. Scrivevo e contemporaneamente ascoltavo. Fu dopo un po’ che il suo fissarmi, una sorta di attrazione magne¬tica, mi catturò.
Era seduta due o tre file più avanti, tutta spostata verso si¬nistra, dove la fila delle sedie si interrompe per far posto al grande salice che campeggia, solitario, nell’anfiteatro. Restai inizialmente un po’ stupito dalla sfrontatezza e dal¬l’autorità con cui mi guardava. Non riuscivo a fissarla negli occhi. Mi imbarazzava la sua fermezza, forse la sua bel¬lezza.
Mi ricordai che ero venuto per lavorare e cercai di concen¬trarmi su ciò che stava succedendo sul palco delle premia¬zioni. Ci provai e fu un fallimento. Non riuscivo più a to¬gliermi dalla mente la sua figura.
Cominciai a sognare e a scrivere.
«…Si alzò e si incamminò verso di me, fissandomi sempre negli occhi. Non ebbe tentennamenti. Mi arrivò accanto, spostò la ‘cartelletta’ che era sulla sedia al mio fianco, la posò in terra, si sedette.
Non parlò, non parlai.
Sentivo forte la sua presenza. I nostri corpi si attraevano e feci una gran fatica per mantenere la calma.
Accavallò le gambe e si sedette piegando leggermente le spalle verso sinistra dalla parte opposta alla mia. Potevo, da questa nuova posizione che aveva assunto, scorgere con molta nettezza il profilo del suo viso che avevo visto fino ad al¬lora sempre nella sua interezza. Svelava una ruga ab¬bastanza profonda; le disegnava un profilo della bocca che prima non avevo colto. Continuai a guardare quella ruga quasi m’aspettassi di scoprire chissà quali segreti o confi¬denze.
Volevo parlarle, ma non ci riuscivo. Pensavo continua¬mente a come rompere il ghiaccio ma mi ritrovavo sempre nella stessa condizione: la bocca impastata e la lingua che sembrava assopita. E allora cominciavo di nuovo a pensare a cosa dire; ma più mi sembrava di aver trovato la chiave di volta più arrossivo.
Provai molto imbarazzo e il pensiero che non aspettasse al¬tro che una mia parola mi metteva sempre più in una condi¬zione di inferiorità.
Un soffio di vento le sollevò il lembo del vestito lasciando trasparire la rotondità del ginocchio e portando con sé un leggero profumo di limone. Quest’odore, fresco, estivo, mi liberò da quella morsa in cui ero caduto e sembrò stemperare la mia ansia.
Mise la mano sulla mia e i nostri occhi si incrociarono. Restammo così per pochi attimi. Poi lei si alzò e tornò a se¬dersi dov’era prima, due o tre file più avanti tutta spostata verso sinistra…»
Un lungo applauso mi scosse dai miei sogni e mi riportò alla realtà. Mi voltai d’istinto, verso sinistra, verso il grande salice. File di sedie vuote.
Ripresi a scrivere. Le pa¬role ora scorrevano di nuovo veloci sui fogli. Mi voltai di nuovo. File di sedie vuote. Mi rasserenai.
Ormai il mio pezzo era quasi pronto, mancavano solo al¬cuni dettagli che avrei aggiunto il giorno successivo in re¬dazione. Ripiegai i fogli e nell’allungare la mano per pren¬dere la mia cartelletta mi accorsi che non era più sulla sedia. Era a terra, addossata alla fila che mi stava dinanzi. Con un gesto meccanico mi piegai per riporvi i fogli al suo interno, e allungandomi scorsi di nuovo la sua sagoma.
Un grande ventaglio nero con decori gialli e rossi e sfuma¬ture di viola le copriva parzialmente il viso. Continuava a guardarmi con la stessa intensità di prima. Ogni tanto si voltava verso il palco e nel farlo lasciava che io intrave¬dessi, da lontano, la sagoma prorompente dei seni, che nel muoversi restavano a mezz’aria, come sospesi, tra il vestito e il suo corpo.
Un altro applauso, più lungo di quello precedente, segnalò che la manifestazione era finita. Ci fu un gran trambusto. Signore ingioiellate che pressavano per essere fotografate accanto al divo dell’ultimo musical televisivo, uomini che parlottavano tra di loro mostrando una finta indifferenza per ciò che stava accadendo, bambini che correndo rovesciavano le sedie delle ultime file rimaste vuote dopo le premiazioni. Tutto questo durò diversi minuti. Minuti per me intermina¬bili.
Lei rimase immobile con il ventaglio tra le mani. Continuava a guardarmi, sola, vicino al salice, in quella fila interminabile di sedie vuote. Mi alzai, d’istinto, e m’in¬camminai verso di lei. Il cuore mi batteva forte. Le gambe mi tremavano e cominciai a sudare.
Inciampai una, due, tre volte.
«Mi chiamo Andrea e sono un giornalista» le dissi.
«Priscilla» mi rispose fissandomi negli occhi.
Mi sedetti vicino a lei dando le spalle al grande salice. Cominciammo a guardarci e nessuno dei due proferì parola. Mi persi nel suo sguardo.
«Forse è il caso di andare, stanno per chiudere» mi disse dopo un po’.
«Certo» le risposi con un filo di voce.
Mi alzai, spostai un paio di sedie per farla uscire con più fa¬cilità. Dopo l’uscita, oltre il cancello che delimitava lo spazio dell’anfiteatro, c’era il mare. Andammo da quella parte e cominciammo a camminare, senza scarpe, a piedi nudi, sulla battigia.
Sentivo il cuore battere forte nella gola mentre guardavo le auto sfrecciare sul lungomare. Priscilla non parlava. L’umidità della sera aveva or¬mai completamente bagnato i miei vestiti e cominciavo ad avvertire una stanchezza che pareva bloccasse anche i miei pensieri. Priscilla invece non mostrava il minimo fastidio. Il suo andare, al contrario del mio, era sempre più lieve. Arrivammo ai grandi alberghi, là dove la strada piega e la riviera si sdoppia. Continuammo a camminare sulla battigia e prendemmo la direzione nord che ci portava sempre più fuori città. Non una parola tra noi, eppure avevo, forte, la sensa¬zione di averci parlato a lungo. Mi sembrava di conoscerla bene dopo quella lunga passeggiata. Avevo acquistato familiarità con la sua muta presenza. Mi bastava incrociare il suo sguardo e strin¬gerle la mano.
Arrivati al punto in cui il fiume si ingrossa e si getta nel mare ci fermammo. Non sapevo bene che ora fosse; era si¬curamente molto tardi, mezzanotte, forse l’una. Ci se¬demmo sulla carena di una barca rovesciata. Cominciava a far freddo e le appoggiai la mia giacca sulle spalle. Con un movimento molto lento della mano la sfilò e la ripose sulle mie gambe. Restai stupito per la pacatezza del suo gesto e per l’indifferenza al freddo che mostrava. Dopo un po’ si alzò e si diresse verso la barca che era di fronte alla nostra. Cominciò a girarle intorno fin quando non riuscì a trovare un pezzo di legno con la punta ricurva. Notai che lo guardava e lo ispezionava con una cura maniacale; tolse delle appendici più piccole e ritornò verso di me. Si sistemò proprio di fronte, a gambe incrociate, e cominciò a disegnare esoteriche forme sulla sabbia. Disegnava cerchi concentrici che a in¬tervalli regolari si interrompevano per far posto ad altri centri concentrici. Non capivo bene quei disegni anche perché la luce dei lampioni che arrivava dalla strada era rada e mi impe¬diva di vedere fino in fondo. Provai ad avvicinarmi, ma lei mi fece cenno di stare seduto. Cambiò posizione e cominciò di nuovo a disegnare. La trama era sempre la stessa, cerchi concentrici che si interrompevano per far posto ad altri cer¬chi concentrici. Pur vedendoli meglio non riuscivo a capire il senso di quei disegni. Mi alzai e questa volta non mi fermò. Cominciai a girare attorno ai due disegni.
«Forse potresti spiegarmi cosa significano» le chiesi men¬tre continuavo a girare con la testa china cercando di capire da solo il loro mistero.
Non ebbi risposta. Mi fermai e mi accorsi che ero rimasto solo.
Priscilla era splendidamente nuda con i piedi immersi nel¬l’acqua e il vestito che galleggiava poco distante da lei. Provai ad avvicinarmi ma una forte luce, intensa e molto chiara, mi impedì di andare oltre. Mi coprii gli occhi con le mani esercitando una pressione così forte da provare dolore. Non avevo paura ma provavo un senso di forte smarrimento. Ci fu un gran boato seguito da un gran silenzio. Mi nascosi il viso con la giacca e mi accovacciai. Dopo un po’ rialzai la testa e mi accorsi che Priscilla che non era più lì.
Cominciai a cercarla, ma non la trovai; sembrava essersi volatilizzata. Dopo un po’ vidi il suo vestito che continua a galleggiare sulla riva. Restai attonito. Passai quasi tutta la notte su quel pezzo di spiaggia ma null’altro accadde.
Ritornai sulla strada e mi accorsi che nonostante l’ora tarda era ancora molto trafficata. Un via vai impressionante di macchine, batteva su e giù la nazionale in cerca di facili amori a buon mercato: il mercato delle lucciole. La con¬fusione mi rincuorava perché avevo bisogno di compagnia e quelle anime che vagavano nella notte mi davano sollievo.
Mentre camminavo, con passo sempre più veloce, per ¬tornare a casa i fari di una macchina illuminarono una delle ragazze. Aveva un vestito molto stretto e minuto e un grande ventaglio nero con decori gialli e rossi e sfuma¬ture di viola.
Mi fermai e cercai di farmi largo tra le macchine in coda che aspettavano tran¬quille il loro turno. Mi avvicinai tanto da poterla toccare.
«Priscilla come sei arrivata fin qui?» le chiesi con voce in¬credula.
«Gira al largo, devo lavorare» mi rispose con un’aria scoc¬ciata e stanca.
«Sono Andrea» le dissi assumendo un tono di voce più convinto.
«Và via, lasciami stare!» mi rispose più scocciata di prima.
Le auto che erano state buone fino a quel momento comin¬ciarono a strombazzare e capii che ero di troppo. Attraversai la strada e tornai sul lato del mare. Camminai di nuovo spedito fino a quando i fari di un’altra macchina illuminarono una ragazza che era un po’ più avanti, poi un’altra e poi un’altra ancora. Erano tutte uguali. Avevano tutte lo stesso vestito e un grande venta¬glio nero con ricorsi gialli e rossi e sfumature di viola.


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25 gennaio 2009

ZOSIA, di Enzo Verrengia [6]



E siamo arrivati all'ultima puntata di Zosia. Volevo ringraziare ancora Enzo Verrengia per questo bel regalo che ci ha fatto. E adesso scopriamo chi è l'assassino.

Riassunto.
Interrogando Sergio, il capitano Montichiari, che indaga sull’uccisione di Zosia, scopre che due delle persone coinvolte, Bruna e Roberta, hanno rapporti con i Paesi dell’Est. Cui appartiene anche la Polonia, da dove proveniva la vittima.

Il coupé di Federico si avventò fuori dalla curva alle spalle del mio SUV nel tratto più impervio della strada a tornanti che collegava la costa al paese dell’entroterra in cui si trovava la stazione dei carabinieri.
La sgommata di Federico sul piazzale davanti alla villa, la mattina dell’arrivo, era stata una esibizione. Adesso dimenava i piedi tra acceleratore e freno per spingermi fuori strada. Il SUV ha il vantaggio della stabilità. A patto di mantenere velocità e assetto ragionevoli. Sui tornanti no. Il coupé di Federico inchiodava, il mio cassettone sbandava e perdeva la presa sull’asfalto.
Mirava a sorpassarmi e farmi deviare oltre il bordo della strada, dal lato della pendenza. Il SUV sarebbe precipitato fra i pini, con nessuna alternativa per l’autista, io.
Sorpresi Federico in contropiede. Uno smacco per l’ex calciatore di promozione. Infilai il SUV in un sentiero da picnic e affondai nella pineta fino a una piazzola. Lui, alle mie spalle, pigiava troppo per seguirmi all’impronta. Lo slancio del coupé l’aveva sospinto più in là. Per riprendermi dovette frenare a farsi una centinaio di metri in retromarcia. Io avevo avuto l’agio di scendere dal SUV e scarpinare fra gli alberi. Non correre, come una lepre o un coniglio.
Federico arrestò il coupé dietro il mio SUV e scese già di corsa, pigiando sugli aghi secchi con quei suoi piedi temprati alla sola maestria del calcio.
Gli balzai addosso dal ramo sul quale mi ero predisposto all’agguato.
Lo immobilizzai con un braccio a grosso rischio di frattura, se forzavo la presa.
- Secondo te, i carabinieri avrebbero creduto a un mio incidente con il SUV? - gli rimproverai.
- Confessavo io stesso - sibilò Federico. - Movente passionale, il mio. Vendetta. Tanto Zosia l’hai uccisa tu.
Ansimavo un po’ convulso, raschiando per l’umidità resinosa che si sprigionava dai pini.
- Sì - riconobbi alla fine. - Zosia l’ho uccisa io. Ma tu non volevi vendicarla. Hai altro da coprire. Per cui vale la pena finire dentro con una accusa diversa e patteggiare la riduzione della pena.
Sfoderai il telefonino e chiamai Montichiari.
Un attimo prima, la villa di Andrea e Bruna dominava il piazzale in cima alla salita di asfalto, non dissimile dagli altri templi innalzati dalla borghesia al culto della villeggiatura. L’irruzione delle auto di ordinanza con i lampeggiatori accesi e le sirene spente fu molto meno plateale dello stridore sul pietrisco del coupé di Federico, all’inizio della rimpatriata.
Io arrivai con il SUV dalla stessa direzione del giorno in cui, a tavola, dietro una bordata di parole maturava la morte di Zosia. Federico aveva deciso di risparmiarsi un’ingessatura al braccio e collaborava tacendo e astenendosi da gesti avventati. Specie dopo essersi reso conto di quello che sapevo sentendomi anticiparlo per telefono al capitano Montichiari.
Quest’ultimo venne dalla mia parte, mentre gli uomini dell’arma occupavano ogni via di accesso al piazzale.
La porta d’ingresso era aperta e non vi fu la necessità di bussare o sfondarla. Andrea, Bruna, Lorenzo e Roberta stavano sulla balconata, senza aperitivi.
Nessuno di loro ritenne di dover ulteriormente simulare. La loro occasione l’avevano perduta quella mattina, quando Zosia non era riuscita a uccidermi e io avevo spinto all’estremo la legittima difesa.
- Capitano - esordii, - purtroppo per lei, quelli che ascolterà sono soltanto gli avanzi di un’indagine molto più impegnativa.
Il bresciano solenne e brizzolato non ne fu scosso.
- L’idea della rimpatriata fu del Dottor Andrea Cansiano, dirigente dell’ASL. Perché ormai era sicuro che la mia ripresa delle frequentazioni puntava a tenerli nel mirino. Le mie consulenze al ministero non lo fuorviavano. Mi davano in quota a quei servizi di cui lo Stato ammette l’esistenza solo a malincuore. Anche la professoressa Bruna De Carlo, pediatra benefattrice, che aveva avuto l’idea di avviare il traffico di organi dall’est durante le sue esperienze nei balcani. Lì e più oltre, all’est, i bambini muoiono di violenza in quantità industriale. Bastava attivare il canale giusto e trovare i finanziamenti. La maestra Morrese inventa gli scambi pedagogici e il marito, l’alacre e salutista ragionier Losito, dirotta nell’impresa i soldi che affidano alla sua finanziaria. Federico Gentile si occupa dei trasporti di organi con la copertura di informatore scientifico che viaggia per distribuire medicinali. Comincia tutto cinque anni fa, quando in Polonia conosce Zosia, addestrata da servizi deviati di Varsavia, disposti a entrare nella combinata, fornendo una vigilante, lei. Ma in Polonia ci sono capitato anch’io, sulle tracce del traffico di organi. L’ultima volta, di recente. - Accennai alla busta con la bandiera polacca che conteneva la Madonna Nera regalata a Bruna. - Compito di Zosia era anche di provvedere agli intrusi della mia specie. Per questo hanno organizzato il fine settimana nella villa, invitandomi. Io sapevo che loro sapevano. Gioco di specchi. O scene. Di una recita che ha incluso le contumelie e i graffi di Roberta alla polacca. Il mattino dopo, Zosia mi ha seguito nella pineta, mentre passeggiavo. Era brava nell’omicidio a mani nude. Poco intonato per Zosia, che significa “saggezza”. D’altro canto, non c’è stato nulla di saggio in tutto questo.
Guardai Bruna, e in un istante mi ripresi tutto l’amore regalatole da adolescente.
Più tardi, Montichiari mi accompagnò sulla spiaggia: - Insomma, l’ha uccisa per legittima difesa.
Non era più una domanda. Montichiari spostò gli occhi da me a Federico. Malgrado volesse rimediare all’errore della polacca, lo avevo risparmiato. Gli imputati dovrebbero sempre arrivare in aula, senza perdite preventive.
- Ci rivediamo al processo, capitano - promisi. - La morte di Zosia sarà la parte meno rilevante.
Arrivò un elicottero anfibio, del Servizio: la mia preferenza degli apparecchi ad ala rotante come mezzi di trasporto. Mentre mi issavo a bordo, tornai sulla mia convinzione che certi panorami possono uccidere. Deve soltanto farlo qualcuno per loro. Hanno bisogno di un assassino. In questo caso, Zosia. Peccato per lei che anch’io me la cavassi a mani nude.
(6. Fine.)


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24 gennaio 2009

ZOSIA, di Enzo Verrengia [5]



Riassunto. L’inchiesta sull’uccisione di Zosia è condotta dal capitano Montichiari. Il quale per prima cosa scopre che nessuna delle persone coinvolte ha un alibi per le prime ore del giorno in cui è avvenuto il delitto.

L’omicidio di Zosia, per il solenne e brizzolato capitano Montichiari, poteva essere avvenuto all’interno stesso della villa di Andrea e Bruna, tanto ci chiamava tutti a una probabile colpevolezza. L’ufficiale dell’Arma scartava la tesi del balordo o dell’accolita respinti. Dalla perizia necroscopica sulla salma non si denotavano moventi sessuali. A Montichiari premeva acclarare il nostro piccolo assortimento, a partire dalla proprietà immobiliare.
Ordinaria e niente affatto cospicua, la villa non apparteneva al Dottor Andrea Cansiano, dirigente dell’ASL e protagonista recente di una lotta alla malasanità con il licenziamento di una cerchia di medici accusati di avere provocato la morte dei loro pazienti. La proprietaria era sua moglie, la professoressa Bruna De Carlo, luminare di chirurgia pediatrica, era apparsa in televisione durante le guerre balcaniche, celebrata dall’ONU dopo una serie di interventi nell’Europa orientale. Non meno straordinari dei suoi trapianti effettuati in occidente.
Il ragionier Lorenzo Losito, con la sua finanziaria, aveva contribuito a innescare un megaprestito di banche locali alle aree più disagiate dell’Europa orientale, da dove l’ex Impero del Male si era ritirato per inadeguatezza. Lo coadiuvava la sua brillante coniuge, la maestra Roberta Morrese, che favoriva scambi pedagogici con gli istituti elementari di quei Paesi usciti da una terza guerra mondiale mai combattuta ad armi nucleari e perduta sul piano dello sviluppo.
Quanto a Federico Gentile, la sua qualifica di informatore scientifico suonava irreale fra tante celebrità. Compresa la mia che, pur essendo tutt’altro che visibile in termini di giornali e televisione, aveva l’autorevole supporto della Farnesina. Dal Ministero mi qualificavano “collaboratore”. Il capitano stampò la mail e me la sventolò da dietro la scrivania del suo ufficio al comando stazione.
- “Collaboratore” non significa “innocente di diritto” - sbraitò.
- No - gli concessi.
- Cominciamo da questa riunione fra amici nella villa dei Cansiano.
- Dei De Carlo, capitano  ribadii. - L’ha ereditata Bruna dai suoi, e lei e il marito non ci vanno quasi più, d’estate. Hanno acquistato qualcosa di più consono a Zermatt, con vista sul Cervino. La villa, qui, la sfruttano solo per queste rimpatriate.
- Appunto, parliamone - mi incoraggiò Montichiari. Non per ascoltare pettegolezzi, ma per acquisire agli atti la mia versione delle circostanze. Un altro modo di definire la delazione.
- Si ritrovano nei periodi meno frequentati. Che so, a febbraio, prima del caldo, o a fine estate.
- E lei?
- Io? Dopo il liceo, li avevo persi di vista per i miei incarichi poco sedentari. - Puntai l’indice sullo stampato della mail inviata dalla Farnesina. - Poi, cinque anni fa ho ripreso a incontrarli e mi toccano anche le rimpatriate alla villa.
Montichiari aprì la mano destra e la spinse verso di me: - Cinque anni? La stessa epoca del viaggio di Gentile in Polonia. Da dove è tornato con la morta.
- Piace anche a lei la matematica, capitano?
- Sì, quando trasforma le coincidenze in possibili moventi. Lei, cinque anni fa, ritrova il Gentile, già suo compagno di liceo, che ha divorziato e torna dalla Polonia con una donna giovane e attraente. Un incentivo a rinfocolare l’amicizia.
- Varrebbe anche per Andrea e Lorenzo. Il dottor Cansiano e il ragionier Losito. Anche loro hanno conosciuto Zosia cinque anni fa, ma si vedevano da prima con Federico, con il Gentile. Non avevano mai perduto i contatti, dopo il liceo.
- A proposito, perché, anche se ha fatto il liceo, Losito è ragioniere?
- Perché gli interessava lavorare subito nelle finanziarie e, anziché sopportarsi quattro anni di economia all’università, ha dato la maturità commerciale da privatista.
- Poteva risparmiarsi il liceo.
- No. Lì era più facile prepararsi un buon matrimonio. La Morrese. Roberta. Figlia di latifondisti che hanno investito una congrua parte di profitti agricoli nella finanziaria del Losito. Tutti recuperati con gli interessi.
Montichiari annuì. Quindi si sporse in avanti: - Tutto questo, però, va molto indietro nel tempo.
Sì. Anche quello che avevo omesso. Lo scotto di essere scartato da Bruna in favore di Andrea.
- Avviciniamoci all’epoca dell’omicidio. Il giorno prima, alla villa.
Non un giorno intero. La metà. Eravamo arrivati per l’ora di pranzo, rimandandolo soltanto di quei pochi minuti frivoli da dedicare all’aperitivo, subito inquinati dai risentimenti verso Zosia.
Risentimenti culminati nella lite del pomeriggio, che riferita a un capitano dei carabinieri, sfociava nella delazione.
- Sa, qui noi dopo pranzo abbiamo l’abitudine della controra - iniziai.
Un altro assenso muto di Montichiari.
- Federico, il Gentile, non l’ha sciupata per la pennichella. Lui diceva che Zosia era una bomba a tempo e voleva consumare la miccia prima dell’esplosione.
- Chiarisca.
- Era molto più giovane di lui e poteva succedere che lei si stancasse. Oppure che per il Gentile arrivasse l’età delle ridotte prestazioni.
L’assolo di Federico aveva praticamente invaso tutte le orecchie di casa. Soprattutto quelle di Roberta, che a cena, dopo la mia conversazione a due con Bruna, era andata sull’esplicito nelle recriminazioni su Zosia.
- Sai che cosa mi dà fastidio di voi che venite qui a disastrare le famiglie? - le aveva urlato. - La spudoratezza. Vi fa piacere che si “senta” come siete brave.
- Se qualcuno si sentiva, era Federico - la corresse Andrea, a testa bassa.
- Ma che, siamo bambini? - si schermì Federico, compiaciuto.
- Bambini? - gridò Roberta. - Io vado all’est per educare una nuova generazione di bambini, o meglio bambine, che devono crescere con il rispetto della propria persona. Non siamo tutti corpi da vendere, hai capito, Zosia?
- Tu e tu vende lo stesso, con matrimonio - aveva replicato la polacca, con quella sua magistrale abilità di superare il volume altrui a sussurri.
Bruna si era lasciata assalire dal demone del rancore, pronunciando per la prima volta un epiteto inequivocabilmente osceno all’indirizzo di Zosia.
Roberta aveva travalicato. Non tutti i segni sul cadavere erano dei gabbiani. Alcuni derivavano dai graffi inferti a Zosia da Roberta prima che la bloccassimo.
(5. Continua.)


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23 gennaio 2009

ZOSIA, di Enzo Verrengia [4]



Riassunto. Sergio riordina con un criterio molto personale l’ordine dei fatti culminati nell’uccisione di Zosia. Nella sua narrazione, torna sempre sulle conversazioni avvenute il giorno prima a casa di Andrea e Bruna. Intanto, però, il ritrovamento del cadavere innesca l’indagine.

Nessuno di noi aveva un alibi. Peggio ancora, nessuno di noi poteva confermare le dichiarazioni degli altri. Perché nessuno di noi si trovava in compagnia all’ora presunta in cui Zosia era stata uccisa.
Sempre che non l’avesse fatto uno sconosciuto o una torma di predatori umani, dalla mano pesante e dal carattere irritabile in un attacco di delusione.
L’onere, la pena o il merito di trovare il cadavere di Zosia attaccato dai gabbiani era toccato a Lorenzo. Lui correva ancora, malgrado gli anni trascorsi da quando vinceva ai cento metri nei tornei d’istituto. Qui, approfittava dell’alba sull’arenile compatto per non rinunciare alla sua consuetudine di aprire il giorno in velocità.
A me non piace correre. È da lepre o da coniglio. Preferisco passeggiare. Anche in pendenza, fra i pini che si susseguivano fin quasi sulla sabbia.
Bruna e Roberta erano scese a piedi sul litorale, in direzioni opposte. La prima verso il mercatino che occupava un poggio a strapiombo sul mare. La seconda verso la litoranea, diretta al breve assembramento di negozi fra gli alberghi e i condomini.
Andrea aveva preso la macchina. Anche Federico. E nessuno dei due si era preoccupato di altro che mettere in moto e fare manovra per togliersi dal piazzale antistante la villa. D’altro canto, nemmeno le donne e Lorenzo avevano ritenuto di dover informare sulle rispettive uscite. Normale. Viviamo senza accorgerci che tutte le nostre azioni possono costituire argomenti di indagine e ogni cosa un indizio. Il che risponde al problema che si pone Raskòl’nikov in “Delitto e castigo”: «Perché quasi tutti i delitti saltano fuori e si scoprono, e le tracce di quasi tutti i delinquenti si delineano così chiaramente?»
Inoltre, l’unico a poter giustificare la sua levataccia era Lorenzo, notoriamente devoto all’esercizio fisico. Ma neanche questo serviva da alibi. Anzi, accresceva i sospetti a suo carico, qualora vi fosse premeditazione. Approfittando della sua risaputa passione per la corsa, era andato fuori con il sole ancora basso e l’intento di uccidere.
Nella concitata rincorsa mnemomica che poi impegnò tutti nel ricordare il proprio orario di uscita dalla villa, sfuggì un dettaglio. Ci aveva comunque preceduto Zosia. Era stata lei a scendere per prima di casa. Uno qualunque di noi sei l’aveva poi seguita per ucciderla.
Lorenzo correva sulla battigia compatta quando aveva adocchiato lo stormo di gabbiani dai pigolii affamati. Picchiavano tutti verso un punto ai piedi della pineta, dove gli alberi mettevano radici sull’ultimo tratto di terreno, prima delle rocce e della spiaggia.
Il cadavere di Zosia l’aveva riconosciuto dai vestiti che portava. Quelli del giorno prima: un maglietta sbracciata e un pantaloncino di tela.
Si era fermato a non pochi metri dallo scempio. Con la mano in automatico al cellulare, sul quale avevo composto il 112.
Io ero arrivato dalla direzione opposta, camminando.
Lui mi aveva indicato il pasto degli uccelli con il mento e un pallore che gli schiariva l’abbronzatura di vacanze già consumate su altre coste.
- Non ti avvicinare. I gabbiani possono aggredire.
Raccomandazione superflua. Avevamo rivisto insieme “Gli Uccelli”, di Alfred Hitchcock.
Per liberare il corpo di Zosia da quei becchi affamati, dovemmo attendere i carabinieri sul loro corteo di due fuoristrada che segnarono la riva con il passaggio di gomme pesanti.
Sotto la ferrovia, si formava un ponte che dava l’accesso alla spiaggia dalla provinciale. Tre chilometri abbondanti fino al cadavere e a noi. Il primo a scendere fu il capitano. Ordinò a un graduato di sparare in aria per disperdere i gabbiani e i quattro colpi di automatica furono gli unici della vicenda, sebbene per compiere l’omicidio fosse bastata una mano nuda. Da individuare.
Il capitano Montichiari confermava la simmetria capovolta con cui lo stato disloca gli ufficiali dell’Arma: meridionali al nord e settentrionali al sud. Un bresciano già solenne e brizzolato a meno di quarant’anni non era esattamente in tema qui, sulle rive basse dell’Adriatico. Ma neppure in una barzelletta sui carabinieri.
Quando sentenziai che Zosia era stata uccisa, senza nemmeno avvicinarmi al cadavere, mi assorbì con un’occhiata. Ci incamminammo verso i resti della necrofagia e Montichiari prese il cellulare, scambiando impressioni con un “dottore” all’altro capo della linea.
- Di solito ci si aspetta una procuratrice trentacinquenne - lo stuzzicai.
- Sono tutte impegnate con la delinquenza organizzata. E il sostituto competente mi ha delegato. Dovrà accontentarsi di me.
Nonostante il lavorio dei gabbiani, l’ecchimosi sulla nuca di Zosia si notava alla perfezione.
- La causa di morte - esposi al capitano Montichiari. - Un fendente le ha spezzato il collo. Prima di cadere sulla spiaggia, per lei era già finita.
L’ufficiale mi dedicò soltanto la visione periferica dei suoi occhi: - Conosce il mestiere.
Non un complimento. Il principio di un’accusa.
Sperai di scagionarmi: - Faccio il consulente per la Farnesina. Per andare in posti sconsigliati, seguiamo corsi di pronto soccorso e traumatologia.
Montichiari si volse a Lorenzo: - Anche lei è del ministero?
- No. Ho una finanziaria.
Con gli altri, fummo acquisiti nel successivo fascicolo aperto dal capitano. Mi figuravo tutti, scremati dal corredo anagrafico e ordinati per cognome.
Cansiano Andrea: dirigente ASL.
De Carlo Bruna, coniugata Cansiano: pediatra.
Gentile Federico: informatore sanitario.
Javrosky Zosia, convivente del Gentile: disoccupata.
Losito Lorenzo: operatore finanziario.
Morrese Roberta, coniugata Losito: insegnante elementare.
Valenzano Sergio: ministero degli esteri.
Restammo a vegliare su Zosia, sfigurata dai gabbiani, fino all’arrivo del mezzo che doveva prelevare il corpo. In volo. Un elicottero anfibio della guardia costiera utilizzato per il soccorso in mare. Melodrammatica ed eccessivo, malgrado la mia preferenza degli apparecchi ad ala rotante come mezzi di trasporto. Posandosi sulla risacca, accrebbe la desolazione del litorale disertato dai bagnanti. Veniva il dubbio che non se ne fossero andati per la chiusura delle vacanze ma perché avevano presagito l’uccisione di Zosia.
(4. Continua.)


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22 gennaio 2009

ZOSIA, di Enzo Verrengia [3]



Riassunto. La rimpatriata di fine settimana fra Sergio, Andrea, Bruna, Lorenzo, Roberta, Federico e Zosia, finisce con l’assassinio di quest’ultima. Per risalire al movente, non resta che analizzare i rapporti all’interno del gruppo. E lo fa Sergio, il narratore.

Zosia da sola nella pineta poteva avere attratto un balordo o un branco.
Eppure la sua morte aleggiava dal giorno prima. Negli sguardi e nelle parole che le si appuntavano addosso.
Roberta rimproverò a Zosia la sua linea inattaccata dai cedimenti che le donne di marca occidentale sviluppano da giovanissime: - Dev’essere la vostra alimentazione. - Alimentazione con due zeta, per calcare il concetto e la cadenza locale.
Bruna rimestava nel “bigos” e nella discussione: - Non credo. Le calorie dello stufato sono tantissime. A mangiarlo almeno due volte alla settimana, come dice Zosia, si vedrebbe l’effetto. È proprio il fisico che cambia.
- Sì - rimarcò Lorenzo. - Mio nonno raccontava delle profughe polacche…
- A quei tempi erano magre anche le profughe italiane - lo interruppe Federico con il gusto dichiarato della contraddizione, non per difendere Zosia.
- La bellezza varia da un posto all’altro - insistette Bruna, con gli occhi su tutti e il resto di se stessa impegnato nello sforzo di evitarmi.
- Però, a cucinare, cucina bene - si complimentò Andrea, aggiungendo una scorta proteine animali al suo principio di obesità, con una forchettata di “bigos”.
Lorenzo si accese una sigaretta di metà pasto, dispersa dalle folate di brezza che salivano dal mare.
Oltre la ringhiera della balconata, i tetti e i giardini della altre ville digradavano in basso fino alla litoranea. Il mare tagliava l’orizzonte con una striscia netta di azzurro più cupo di quello del cielo. Faceva caldo, ma non c’era foschia.
- Tu, come va? - mi chiese Federico.
- Normale.
- Che ci sei andato a fare lì?- indicò la busta con la bandiera nazionale, abbandonata in un angolo della balconata ai refoli di brezza marina.
- Un convegno.
Roberta e Bruna seguitavano ad accanirsi nel martirio di Zosia.
- Perché spendo una cifra in palestra, se poi mi vengono i nervi a infilare un costume che non nasconde le smagliature?-  recriminò Roberta.
Era perfino attraente, con il pareo firmato che costava cento volte il prezzo di quelli venduti dagli ambulanti. Le smagliature le aveva nell’equilibrio personale. Si rifiutava di cedere il passo a una nuova concorrente, sulla piazza dell’immaginario maschile.
- Io ci ho rinunciato, alla palestra - ammise Bruna, accendendosi anche lei una sigaretta.
Era meno procace di Roberta. La riscattavano gli occhi e il naso, svirgolato all’insù. Tre dettagli che mi avevano regalato innumerevoli notti di insonnia.
Federico si alzò, scostando all’indietro la sedia, che stridette sul pavimento della balconata.
- Voi, scusate la mano pesante, non capite. Non capite proprio. - Si rivolgeva a Roberta e Bruna, associando nell’accusa tutte le donne di marca occidentale. Prima fra tutte, la sua ex moglie. - Zosia viene da una situazione differente. Le smagliature, le palestre, le diete, lì sono tutte parolacce.
- Vero - lo sostenni.
- Tu sei l’autorità in materia - mi lanciò addosso Andrea, risentito.
- Quale materia? - si informò Lorenzo.
- Tutte - asserì Bruna, rafforzando la tesi del marito.
- Però, voi sta qui a festeggiare  mormorò Zosia, con il capo chino sul suo piatto di “bigos”.  - Invece litiga. Per colpa mia.
Succede sempre che quando in molti si discute a voce alta, un’uscita sommessa ottiene il silenzio.
-Non litighiamo - la corresse Federico.  -Tanto meno per colpa tua. Sei un oggetto d’interesse.
- Oggetto? - rilanciai.
Federico sbuffò: - Ho bisogno di un giaciglio per la controra. Lo sapete, no? Per me fa notte due volte al giorno.
Era lo stesso anche per noi.
L’ennesimo inconveniente delle ville al mare sta nella sottigliezza delle pareti. Perciò, nel pomeriggio, dovetti sorbirmi in audio l’esecuzione di Federico a letto con Zosia. Un assolo, e lei unica spettatrice, indifferente.
All’imbrunire, mi sorpresi da solo, poggiato sulla ringhiera della balconata. Di spalle al panorama, nella stessa maniera di Zosia prima degli aperitivi. Ciò che intendevo rimirare sedeva sul divano in similpelle della sala, con una rivista dell’anno prima arricciata dall’umidità invernale.
- Sono usciti tutti? - chiesi a Bruna.
- Stavi qui. Non li hai visti?
- Stavo qui, ma non c’ero.
Bruna gettò la rivista arricciata nel caminetto: - Dovresti smetterla di rispondere alla telefonate di Andrea, quando ti
invita qui. Sarebbe meno penoso per tutti.
- Oppure più comodo.
- Senti, Sergio. Le trattative fra noi due si sono chiuse il giorno che sono andata a firmare in comune la promessa con Andrea.
- Con Andrea e uno stipendio da direttore dell’ASL.
- No, con Andrea e la sua solidità di uomo, a prescindere dal reddito. Tu eri un ragazzo che si rifiutava di crescere. E lo rimarrai. Sempre. Anche la tua difesa di Zosia, a tavola.
- Ho pronunciato solamente due parole.
- Bastavano. Hai spalleggiato Federico nei confronti di quella irresponsabile che è venuta qui a sfasciare una famiglia.
- La famiglia in questione era già sfasciata. E il viaggio all’est l’ha fatto Federico. Per rimediare una schiava. Mentre Zosia potrebbe dare lezioni di maturità a Carla, che ci ha messo il doppio dei suoi anni per capire che il corpo non basta.
- Non parlare di Carla, che probabilmente tirava anche te, quando non scrivevi poesie per me. Lo sai che grazie a Federico non è andata all’università, e adesso deve fare la bidella per rimediare i soldi dell’affitto, senza nemmeno dei figli come sostegno.
- Cioè non può pretendere più alimenti.
Bruna si alzò, afferrando l’icona della Madonna Nera: —Io non sono quella che adoravi. Non lo sono mai stata. Nemmeno Carla, a suo tempo.
- Non credo che Federico provasse per lei sentimenti così elevati.
- Tu e lui siete molto più uguali di quello che appare.
- Non fisicamente, spero.
Bruna lacerò l’aria greve della sera con una risata improvvisa, che si prolungava all’interminabile. A tratti scemava, per riprendere, convulsa.
- Fammi ridere con te - la sollecitai.
Bruna smise: - Ti importa del fisico, no? Come tutti. - Mise la Madonna Nera accanto alla rivista accartocciata: - Chi ha avuto l’idea di questo fine settimana?
Smisi di provocarla. Per lasciarla sbollire. Adesso, se mi rigiro quella sua domanda nei pensieri, so la risposta. Chi aveva avuto l’idea di quel fine settimana mirava a una cosa sola: uccidere.
(3. Continua.)


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21 gennaio 2009

ZOSIA, di Enzo Verrengia [2]



Riassunto. Alcuni amici si ritrovano per il fine settimana in una villa al mare. Sono Andrea e Bruna, i padroni di casa, Lorenzo e Roberta, Federico e Zosia, e Sergio, il narratore. Dietro la cordialità del  pranzo devono nascondersi dei retroscena preoccupanti, perché il mattino dopo sulla spiaggia viene ritrovato il cadavere di Zosia.

La matematica vale anche per gli esseri umani.
Ciascuno di noi è la somma di variabili non infinite. E si può sempre elaborare un teorema per spiegare come siamo fatti.
Specialmente se si comincia con un aperitivo e si finisce con un cadavere.
Io, che a scuola non capivo i numeri, avevo imparato a usarli per la mia professione. Ora mi sentivo abbastanza ferrato.
Il giorno prima che Zosia venisse straziata dai gabbiani sulla spiaggia, lei era meno scomposta. Ma non per questo più viva. Anzi, ritta controluce sulla soglia della balconata, aveva una fissità che anticipava il rigor mortis sfoggiato poi, distesa all’obitorio.
Era l’unica di spalle al panorama. Espresso in numeri: una su cinque.
Gli altri si assiepavano sulla balconata intorno agli aperitivi con versi e risate da cani che si disputavano avanzi.
Io, all’interno, cercavo di posare le chiavi, l’orologio e il portafoglio. Tre elementi, nuovi numeri. Teorema su di me: lo faccio sempre in una casa non estranea.
Quella di Andrea e Bruna aveva la peculiarità di tutte le ville al mare. La sala sviava verso la balconata, per evitare assembramenti su una superficie piuttosto ridotta. L’arredo rustico era incongruo. Il caminetto non serviva a granché d’inverno, se non a portare dentro l’aria umida del maestrale.
Lasciati i miei averi portatili su una cassapanca, sollevai il sacchetto di plastica sul quale campeggiava una bandiera nazionale.
- Bruna - chiamai.
Lei, anziché rispondermi, alzò nella mia direzione un bicchiere in cui spumeggiava qualcosa di giallo.
Per andare da lei, mi toccò sfiorare Zosia, sulla soglia: - Scusa.
- Sergio - il coro smozzicato di voci.
- Lui è un cammello - mi canzonò Federico, avvinghiando Zosia e trascinandola sulla balconata. - Regge senza bere per chilometri e chilometri.
Numeri anche questi.
- Un pensiero. - Porsi a Bruna la busta con la bandiera nazionale.
- Dall’altro capo del mondo - interloquì Lorenzo.
- No. Da molto più vicino - lo corressi, indicando la bandiera.
Lorenzo la identificò: - È di là che venivi, quando mi hai risposto al cellulare dall’aeroporto?
- Una tappa - precisai.
Bruna accettò il regalo con un sorriso incrinato e tirò fuori dalla busta l’involto che conteneva. C’era da disfarlo, senza spargere i trucioli di polistirolo dell’imbottitura. Lei ci riuscì, con il sorriso che si incrinava sempre di più, per lasciarle sul viso frammenti di apprensione.  Dall’unità ai numeri decimali. Altra matematica.
Il quadro di legno che venne allo scoperto era una replica costosa dell’originale, con la firma di un celebre realizzatore di icone.
- La Madonna Nera - svelò Andrea, prendendo la moglie per un braccio.
- Tutte le Madonne dovrebbero essere nere, come quella autentica - precisai. - “Nigra sum, sed formosa”. In Palestina, il colore della pelle non era quello anemico delle donne medioevali cui si ispiravano i pittori nostrani.
- Il pozzo di scienza sta per traboccare - mi omaggiò Federico, stringendosi Zosia che contrasse le labbra in una smorfia di fastidio.
Lorenzo e Roberta rimirarono la Madonna Nera tra le mani di Bruna e annuirono con approvazione.
- Questo è un regalo - convenne Andrea, liberando il braccio della moglie.
- Un pensiero - ripetei.
- Lo so già che abbiamo creato un allineamento magico, con questa giornata - decretò Federico, mollando Zosia.  - È stata un’idea da premiare.
In realtà, nessuno ricordava più chi l’aveva avuta. Con gli anni, le chiacchiere ai cellulari sostituivano quasi del tutto le nostre frequentazioni. Ogni tanto, però, bisognava stare insieme. Fisicamente. Almeno per tornare a fiutarci gli uni con gli altri, per non scordare i nostri odori.
Zosia ne aveva uno molto più recente. Sentito per la prima volta cinque anni prima, al ritorno di Federico dalla Polonia. Ci era andato per un viaggio di nozze al contrario, che lui chiamava “luna di bile”, con cui festeggiare il suo divorzio da Carla.
Federico aveva giocato troppo a calcio e tendeva a risolvere tutto con i piedi. Così aveva sbattuto fuori di casa una moglie che lui considerava ormai complicata solo perché non era più la bellona di paese corteggiata e sposata venticinque anni prima. Paradosso di un’epoca che trasformava molti in imbecilli e aiutava una donna vistosa ad accorgersi di se stessa, oltre il suo corpo. Federico non poteva sopportare l’ex bambola di carne divenuta problematica e in cerca di spazi più vasti del letto da scaldare al marito. Gli era bastato cambiare modello e cilindrata. Aveva optato per la produzione dell’est. E anche il rapporto fra Carla e Zosia comportava dei numeri. La polacca ne aveva parecchi in più.
Bruna sparecchiò il tavolo dagli aperitivi e Andrea preparò per il pranzo. Che non nasceva sul posto. Lorenzo e Roberta avevano portato la teglia del timballo e Zosia il resto. Specialità polacche, dall’originario e radicato “bigos”, stufato di carne, cavoli e crauti, aromatizzato con prugne secche e spezie, ai “golabki”, involtini di cavolo (ancora) ripieni riso, e per completare i “pyzy”, gnocchi extralarge di patate. Non esattamente il migliore menù per un pranzo di agosto, anche se in coda al mese. Volevano compensare in anticipo per la tavolata natalizia cui sapevamo di non poterci ritrovare. E comunque, era escluso un giudizio di Alain Ducasse o di altri chef della sua caratura.
-Le altre ville sono vuote - constatai, intaccando la mia porzione di timballo con una voracità rimasta anche quella all’adolescenza.
-Dopo il ferragosto, se ne vanno tutti. Ma ormai sono sempre di meno - mi aggiornò Bruna, definitivamente incrinata. - Molti vorrebbero vendere.
- Il mondo è diventato più grande - si rallegrò Federico.  - O più piccolo, dipende. -Assestò un’occhiata in tralice a Zosia.
- Noi non vendiamo - ci rassicurò Andrea.
- D’altronde, c’è meno ressa, più intimità - opinò Lorenzo.
- Ma sì. In pochi, si ha il campo libero. - Ancora un residuo calcistico nel parlare di Federico.
- Il campo libero per cosa? - domandai.
- Per tutto - mi liquidò Federico.
Anche per uccidere Zosia.
Quel tratto della conversazione a tavola, avvenuta neanche ventiquattro ore prima, mi scorreva a ripetizione nella testa mentre osservavo il cadavere finalmente sgombrato degli uccelli.
(2. Continua.)


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20 gennaio 2009

Un racconto per gli amici di culture metropolitane



Un mio amico, uno scrittore, ha deciso di regalare agli amici di culture metropolitane un racconto. È un giallo a puntate che è stato pubblicato la scorsa estate su un importante quotidiano italiano. Anche qui sarà pubblicato a puntate a partire da oggi. La prima, delle sei puntate previste, è preceduta da un mia recensione.

Prima di partire con la lettura un grazie a Enzo Verrengia, anche da parte vostra, che ci regala queste belle pagine.

Zosia, Enzo Verrengia

Zosia è un giallo in cui il crimine è a sua volta un giallo.
Ma procediamo con ordine.

Fuori stagione s’incontrano, in una villa al mare, un gruppo di amici. Sono tutti, o quasi, ex-compagni di scuola che nel reincontrarsi mettono in scena una sorta di autocoscienza collettiva. Un microcosmo in cui, tutti, ci siamo ritrovati tante volte. Incontri che si ripetono stancamente e che non fanno altro che testimoniare in modo implacabile lo scorrere inesorabile del tempo. Amori, odi e rancori che si ricongiungono. Il peggio di noi che ri-emerge e staziona, come sospeso, in quelle stanze che hanno vissuto altre stagioni, altri amori, odi e rancori. Poi ci sono le coppie. Quelle che si sono formate e quelle che si sarebbero potute formare. E poi c’è l’ira funesta delle cagnette a cui hanno sottratto l’osso, come avrebbe scritto Fabrizio De Andrè.

Con una scrittura essenziale e ricca di riferimenti, letterari e cinematografici, che attinge al meglio della letteratura di genere, Enzo Verrengia ci regala una piccola gemma. In poche, pochissime, pagine, è capace di descrivere così in profondità i personaggi che sembra di conoscerli da sempre. Personaggi che mettono a nudo le nostre imperfezioni, capaci di svelare ciò che, spesso, non riusciamo a svelare neanche a noi stessi. Criminali o vittime sono trattati tutti alla stessa maniera in una sorta di par condicio narrativa che ci terrà con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.

A leggere bene tra le righe il giallo trae la sua forza e la sua credibilità da una serie di luoghi comuni presenti nella nostra società e che solo la dimensione letteraria è capace di trasformare da elementi, tutto sommato, banali, in elementi decisivi e costitutivi della stessa struttura narrativa. E così il giallo assume una dimensione altra e diviene contemporaneamente uno spaccato sociale dei tempi che abitiamo. E mentre la storia scorre via veloce e cominciamo a metabolizzare ciò che stiamo leggendo, ci coglie impreparati l’epilogo.

A questo punto mi fermo, perché per essere l’introduzione alla lettura di un giallo forse ho già scritto troppo.

Buon giallo a tutti.

Titolo Zosia
Autore Enzo Verrengia
Anno 2008

L’autore

Enzo Verrengia, vive tra Foggia e Pescara. Dopo aver frequentato il DAMS di Bologna, inizia il suo lavoro di autore, giornalista e scrittore. Realizza sceneggiati radiofonici per la RAI, adattamenti teatrali, spy-stories per la collana “Segretissimo”, sceneggiature a fumetti per “Martin Mystère”. Ha pubblicato alcuni romanzi e per ultimo il saggio Il complottario (Avagliano 2006), La notte degli stramurti viventi e numerosi racconti. Traduce dall’inglese per le case editrici Nord e Longanesi e conduce corsi di scrittura creativa.



ZOSIA. di Enzo Verrengia [1]

Che strano ripensarci ora, quando tutto è già successo.

Avevo una convinzione: certi panorami possono uccidere. Nel senso che la loro bellezza elimina la necessità della presenza umana. A contemplarli, ci si sente inutili, con la voglia di sparire. Invece, fra le pinete che si affacciano sul mare la morte aveva assunto la sua parvenza più propria.

Quella di un corpo in decomposizione.

Andrea e Bruna, i padroni di casa, ci attendevano nella loro villa. Lorenzo e Roberta venivano dalla superstrada, che sbucava più in alto e ridiscendeva a tornanti attraverso gli alberi. Federico e Zosia, preferivano la litoranea, più trafficata ma solare e caratteristica, specie nella salita che si inerpicava fra le casupole del borgo abbarbicato sulle rocce. I pescatori le affittavano a villeggianti capaci di scambiare i disagi per semplicità. Dopodiché, il percorso tornava in piano, con quei chilometri tra la spiaggia libera e la ferrovia, fino alla zona residenziale nella pineta, dove avremmo trascorso il fine settimana.

Io facevo ancora un’altra strada. La più difficile. Perché non passava nello spazio, ma nel tempo.

Era il tentativo di riprodurre le condizioni della mia adolescenza. Una pratica che ormai applicavo a tutto, da sempre. O meglio da quella stessa adolescenza verso la quale non erano possibili svolte a U sull’asse della freccia temporale. L’unico modo per violare le leggi della fisica stava nel tornare indietro con la mente. Molto più che ricordare e basta. Protendersi nel passato con ogni risorsa interiore.

In questo caso, si trattava di riprendermi un amore sfuggito nelle maglie di quella rete che l’esistenza cala addosso a chiunque, impedendo le mosse alternative, quelle che potrebbero modificare tutto e realizzare le aspirazioni.

Certo, esisteva anche un tracciato, che seguivo. Lo stesso sul quale arrancavo molti anni prima, con una moto da cross di seconda mano. Era la provinciale ormai quasi dismessa che tagliava i centri interni del promontorio e finiva nella pineta, diramandosi nell’intrico dei viali asfaltati e in forte pendenza lungo i quali si allineavano le ville. Ognuna con la propria loggia o balconata sul versante costiero. La veduta rimaneva la stessa. Cambiavano soltanto l’altezza e l’angolazione.

La villa di Andrea e Bruna sorgeva alla metà esatta del ripido pendio. Alle spalle, costruzioni liberty degli anni trenta, dimenticate dagli eredi dei proprietari e troppo costose per il mercato immobiliare. Di sotto, qualche complesso a schiera, d’imitazione mediterranea, con gli intonaci a bucciati da rifare per l’erosione marina.

Parcheggiai il SUV noleggiato all’aeroporto di Fiumicino sotto l’ombra di un pino che sporgeva dal muro liberty più vicino.

Sul piazzale davanti all’ingresso della villa, l’entrata di Federico avvenne con uno stridore delle gomme del suo coupé, che divelsero il pietrisco del fondo stradale più logoro e scatenarono una tempesta di polvere su piccola scala.

- Con tanto spazio sul lungomare - si lamentò con i piedi a terra.  - Dovevano costruirsi la villa in cima al mondo.

- I panorami bisogna conquistarseli - fu il mio saluto.

Zosia scese dopo essersi data un’occhiata allo specchietto incorporato nell’aletta parasole.

Erano spaiati. Di più. Stonavano nella stessa macchina, nello stesso piazzale e nella stessa vita.

Lui basso e tarchiato, calvo, con i resti di una gioventù da calciatore di promozione nei polpacci robusti che gli spuntavano dai pantaloni corti. Lei alta e un po’ trascendentale con quei capelli biondo cenere cortissimi.

- Ciao, Sergio - mi salutò Zosia. Il suo accento polacco sembrava coltivato accuratamente per resistere all’italiano.

Spaiati, sì.

Ma il più spaiato ero io.

L’auto di Lorenzo e Roberta guadagnò lo slargo senza melodrammi. E anche loro, scendendo, diedero un’impressione di sobrietà che era l’opposto di quella offerta da Federico e Zosia.

Lorenzo conservava la sua solida snellezza da primatista dei cento metri ai tornei d’istituto nella linea regolare e decisa del tronco. Roberta, un fulgore corvino di sinuosità e morbidezza, era tutta nel suo sorriso per nulla appannato.

Andrea e Bruna, che vennero ad accoglierci fuori dal cancello, rappresentavano la via di mezzo fra la disparità grossolana di Federico e Zosia e l’equibrio riposante di Lorenzo e Roberta.

La loro era una coppia che intrigava.

Andrea, un po’ tendente alla pinguedine da scarsità di esercizio, sovrastava Bruna, minuta ma non fragile. Le passava spesso un braccio intorno al collo. Non solo se io fissavo gli occhi su di lei un istante in più del dovuto. Anche se Federico smetteva di sorreggere Zosia per la schiena e scendeva con le pupille sui fianchi di Bruna.

Io ero il meno guardato di tutti.

Però non si parlava che di me.

Di me che facevo il diplomatico. Di me che volavo nei posti che gli altri vedevano in televisione. Di me che si sapeva cosa dovevo diventare.

Avevo rinunciato definitivamente a spiegare che non facevo il diplomatico, bensì l’analista politico. Che nei posti dove capitavo, la peggiore difficoltà sorgeva sempre dalla ressa di turisti in cerca di avventura. Che non avevo mai saputo cosa dovevo diventare. Tanto meno ora che c’ero riuscito.

- Quando le persone che passano il tempo a girare il mondo trovano un fine settimana per dedicarsi agli amici, è festa solenne - decretò Roberta.

Per gli altri, suonò da invito a entrare nella villa.

Era mezzogiorno. Sulla balconata erano già pronti gli aperitivi. Insieme ai discorsi con i quali si vorrebbe riempire il vuoto che si apre da un momento all’altro fra persone incapaci di parlare perché non hanno pensieri da condividere.

Funzionava benissimo.

Peccato che fra noi fosse il contrario.

Quei discorsi servivano a coprire i troppi pensieri che avevamo da condividere e che, prigionieri nelle nostre teste, brulicavano urtando contro le pareti interne delle scatole craniche. Uccelli prigionieri che sbattevano le ali e uscirono allo scoperto il mattino dopo.

Erano le frotte di gabbiani che beccavano il cadavere di Zosia, ai piedi della pineta, nel punto in cui gli alberi finivano sulla spiaggia.

Per lei, si concludevano tutte le possibili settimane.
(1. Continua.)


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6 agosto 2008

Le avventure di Cri-Cri, il grillo canterino

Chi ha raccontato per più di una volta fiabe a una bambina o a un bambino sa benissimo che le fiabe devono essere sempre uguali a se stesse. Non si può modificare nulla. Non una virgola può essere spostata, pena un pegno altissimo da pagare. Una sorta di litania ripetuta all’infinito che ti chiede il perché di ogni pur minimo cambiamento. E un’altra cosa che sicuramente sa chi ha raccontato fiabe a una bambina o a un bambino è che le fiabe inventate piacciono di più, una sorta di  battaglia contro la globalizzazione ante litteram.
Tutta questa premessa per dire che Le avventure di Cri-Cri, il grillo canterino è una favola che raccontavo a Carla e che oggi racconto a Caterina e che in qualche modo fui costretto a scrivere proprio per i motivi che spiegavo prima: per ripeterla sempre uguale a se stessa.
L’ho scritta per Carla e oggi la racconto a Caterina ma se qualcun altro volesse utilizzarla saremmo contenti.
Buona lettura.



C’era una volta un grillo canterino che si chiamava Cri-Cri, e abitava su una quercia gigante che si trovava al centro di una gran foresta. Il grillo Cri-Cri era tutto verde e delle piccolissime stel­line rosse e gialle gli coprivano le ali facendole somigliare al cielo di notte.




Cri-Cri aveva tre cicciulini che si chiamavano Cri, Cro e Cru. La mattina si svegliavano molto presto e dopo aver preparato la colazione alle otto meno cinque in punto Cru, il più piccolo dei tre, con un bacino sulla guancia svegliava anche il papà, il grillo canterino Cri-Cri.

Dopo aver fatto colazione Cri, Cro e Cru si preparavano per la scuola, salivano sul dorso del grillo Cri-Cri e iniziavano così una nuova giornata.

Anche quella mattina come tutte le mattine quel rito si ripeté.

Mentre attraversavano la foresta sorvolarono la casa del serpente Psi-Psi che, come sempre, si diver­tiva a tirar fuori la lingua per spaventare Cri, Cro e Cru.

Poco dopo le nove arrivarono a scuola, salutarono il papà e insieme entrarono in classe. I tre fratellini giocarono tutta la mattina e si divertirono a fare scherzi alla maestra Paola e a suor Agnese, sempre impegnate a dise­gnare e costruire giochi per tutti.

Quelle mattine spensierate scorrevano via velocemente e dopo aver pranzato, puntuale come un orologio svizzero, alle tre meno un quarto in punto arrivava il grillo canterino Cri-Cri. Cri, Cro e Cru aspettavano in portineria il loro papà che dopo aver baciato tutti e tre ripartiva in volo con i grillini sul suo dorso.

Quel giorno, mentre facevano ritorno a casa, un temporale li sorprese per strada. Il grillo cante­rino Cri-Cri subito si riparò sotto un balcone e aspettò che spiovesse. Il temporale durò molto e mentre aspettavano si fece buio. Quella sera non c’era la luna e i tre cicciulini cominciarono a lamentarsi al pensiero di dover attraversare la foresta e sorvolare la casa del serpente Psi-Psi con quel buio.




Il grillo canterino Cri-Cri capì subito il timore dei tre cicciulini e per tranquillizzarli chiese aiuto a Sacripante, lo zio elefante. Mentre Cri, Cro e Cru piangevano, in lontananza si udì il passo pesante dello zio elefante. «Eccomi, non abbiate paura, vi accompagnerò io a casa, adesso siete al sicuro» disse loro Sacripante alzando la proboscide ed emettendo un forte barrito.

E così il grillo canterino Cri-Cri e i tre piccoli Cri, Cro e Cru salirono sulla schiena dello zio elefante e si avviarono sulla strada di casa. Quando giunsero al margine della gran foresta, Sacripante si fermò di colpo perché si era ricordato che doveva accompagnare al cinema il piccolo cuginetto Dumbo. «Cari miei - disse rivolgendosi ai tre cicciulini - purtroppo vi devo lasciare qui, ma non abbiate paura: chiederò aiuto allo zio leone che sicuramente vi riporterà a casa.» Dopo aver salutato anche il grillo canterino Cri-Cri, Sacripante, lo zio elefante, alzò la proboscide, emise un nuovo e più grande barrito, e scom­parve nel buio della notte.

Cri, Cro e Cru cominciarono a piangere, e la paura era tanto forte che faceva vedere loro il serpente Psi-Psi dappertutto: quella liana, quel fruscio, quel piccolo movimento dell’aria erano forse lui? Il grillo canterino Cri-Cri cominciò ad agitarsi e non vedendo arrivare lo zio leone pensò bene di ripararsi su un grande olmo.

Nel frattempo il serpente Psi-Psi, che aveva assistito a tutta la scena per incutere paura ai tre piccoli grilli, si piazzò sotto l’olmo con la lingua che roteava nell’aria e gli occhi di fuoco.

Cri, Cro e Cru piangevano così forte che tutti gli animali del bosco sentirono il loro grido d’aiuto.

Allora il serpente Psi-Psi si av­vinghiò al tronco dell’albero e lentamente cominciò ad arrampicarsi. Il grillo canterino Cri-Cri, non sapendo più cosa fare per difendere i suoi cicciulini, cominciò a lanciare addosso al serpente Psi-Psi tutto quello che gli capitava tra le piccole zampe.

La faccenda sembrava ormai volgere al peggio, ma ecco che in lontananza si udì il possente ruggito di Gedeone, lo zio leone, che si avvicinava velocemente.




Il serpente Psi-Psi con un balzo in avanti tentò di mordere le sue piccole prede, ma il grillo canterino Cri-Cri afferrò i tre cicciulini e volò via su un altro albero. Il serpente Psi-Psi non si perse d’animo; scese dall’olmo e si diresse velocemente verso il secondo albero. Ma mentre stava per arrampicarsi, il ruggito dello zio leone lo raggiunse improvviso e lo costrinse ad una ritirata tra l’erba alta del sottobosco.

Un cinguettio assordante accompagnato dai versi di tutti gli animali della foresta testimoniò la gioia per lo scampato pericolo. Cri, Cro e Cru si abbracciarono felici e strinsero forte forte il loro papà, il grillo canterino Cri-Cri. «Ehm, ehm, forse vi siete dimenticati di qualcuno» protestò intanto Gedeone, lo zio leone, che si era piazzato sotto l’albero con l’intenzione di non far avvicinare nessuno.




«Certo che non ci siamo dimenticati di te» urlano i tre cicciulini. In un attimo, con un piccolo volo saltarono sulla criniera dello zio leone che tutto fiero e con sguardo da vincitore s’incamminò nella foresta.

Nel frattempo le nuvole si erano diradate, e la luna era tornata alta e lucente nel cielo illuminando tutta la foresta. I tre cicciulini non avevano più paura e, abbracciati al grillo canterino Cri-Cri sulla criniera di Gedeone, lo zio leone, sorridenti fecero finalmente ritorno a casa.



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