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Le grandi mostre
 


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10 dicembre 2010

1861. I pittori del Risorgimento



A Roma, Scuderie del Quirinale, dal 6 ottobre 2010 al 16 gennaio 2011.


È una mostra sobria e raffinata, che nulla concede alla retorica, quella pensata e messa in scena alle Scuderie del Quirinale di Roma da Fernando Mazzocca e Carlo Sisi. Una selezione di opere, molte delle quali di grandi dimensioni e mai esposte al pubblico prima d’ora, realizzate tra il 1848 e il 1878. Giovanni Fattori, Gerolamo e Domenico Induno, Eleuterio Pagliano, Federico Faruffini e ancora Michele Cammarano, Silvestro Lega, Odoardo Bonanni, Mosè Bianchi, alcuni degli artisti che è possibile incontrare attraverso le loro opere più importanti in 1861. I pittori del Risorgimento, l’evento che ha inaugurato ufficialmente le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
La maggior parte dei quadri esposti è opera di un gruppo di artisti denominati “pittori soldati” perché protagonisti in prima persona delle vicende belliche, i quali a buon diritto possono essere considerati antesignani dei grandi corrispondenti di guerra, siano essi fotografi, scrittori o registi cinematografici. Le loro opere sono racconti per immagini di una narrazione tragica e intensa sui fatti che aiutano a comporre e a comprendere gli eventi.
Gerolamo Induno per esempio con la sua tela La battaglia di Cernaja, un quadro di circa 3 metri per 5, esposto per la prima volta al pubblico proprio in questa occasione, nella vastità della dimensione della tela riporta le fasi della battaglia con una narrazione quasi filmica. Gli scontri a fuoco determinano e definiscono i contorni e l’orizzonte dell’opera. Il comandante dell’esercito a cavallo è al centro della composizione, scruta l’orizzonte con il binocolo, mentre alle sue spalle i graduati confabulano. Più in basso soldati a cavallo attaccano e scortano pezzi pesanti di artiglieria nel cuore dello scontro. In primo piano, in basso a sinistra della composizione, un soldato morente riceve l’estrema unzione da una suora china su di lui con un crocifisso in mano; fanno da cornice a questa triste scena una donna vestita di nero che legge quella che sembra essere una Bibbia, un seconda suora raccolta in preghiera e un bambino che si sporge per guardare in faccia la morte. Alle loro spalle, una parte consistente dell’esercito schierato attende istruzioni. Sopra la linea dell’orizzonte, un cielo immenso, celeste e blu, reso indimenticabile dall’arancio di un tramonto colto nella sua luce migliore.
Il percorso espositivo si snoda su due livelli che propongono ambienti differenti: il primo ha come protagonista il campo di battaglia e le sue scene cruente, il secondo espone la sofferenza e la preoccupazione dipinta nei volti di chi è rimasto a casa e attende, impotente, l’esito della battaglia. Alle scene di guerra “fotografate” dall’interno fanno da contrappunto quelle di vita domestica. Alla polvere dello scontro e al sangue versato sui campi di battaglia si affiancano interni di povere case, abitate da anziani, donne, bambini. In entrambi i casi ciò che più colpisce è la rassegnazione e l’impotenza rispetto agli eventi. Una sensazione di estraneazione e di sospensione che le pennellate di Giovanni Fattori descrivono meglio di chiunque altro. Come a fissare sulla tela, al di fuori del tempo e dello spazio, quegli attimi che precedono la morte o anche la sola attesa della morte, la tragedia degli avvenimenti. Come nel caso di uno dei quadri più belli di tutta la mostra, Lo staffato. Qui la tragedia non è causata dal fuoco nemico ma da un incidente, un piede impigliato nella staffa che fa cadere il soldato da cavallo, causato proprio dalla concitazione degli accadimenti. La corsa senza freni dell’animale fa da contrappunto al corpo ormai esanime dell’uomo che al centro della tela, lasciando una lunga scia di sangue, c’informa della sua imminente morte.
Esistono ovviamente alcune eccezioni, come nel caso di uno dei quadri più noti di tutta l’esposizione, I bersaglieri alla presa di Porta Pia di Michele Cammarano. Qui l’autore si concentra esclusivamente sull’aspetto emotivo: i bersaglieri intrepidi e incuranti del pericolo avanzano con la baionetta protesa in avanti occupando la quasi totalità della tela. Non c’è la descrizione del luogo fisico della battaglia, non è necessaria alla narrazione.
Da non perdere i ritratti presenti in mostra e in particolare il Ritratto di Giuseppe Garibaldi di Silvestro Lega, dove il fiero “Eroe dei due mondi” è fissato sulla tela in una delle sue pose più conosciute: in piedi, al centro della scena, a occupare la quasi totalità della superficie a disposizione, nella sua camicia rossa con la spada ben stretta tra le forti e curatissime mani.
Alla fine del percorso espositivo ci si rende conto che nella mostra non prevale la retorica della guerra e della vittoria, ma emerge piuttosto un senso di crescente e montante malinconia per ciò che poteva essere e non è stato, per quegli ideali in parte o in tutto traditi dalla controversa vicenda storica che prende il nome di Risorgimento. Emerge insomma una divisione netta tra classi sociali, e non si coglie la partecipazione popolare agli accadimenti. La “costruzione” della nuova nazione italiana, fortemente voluta solo da una parte del Paese restituisce e riflette una spaccatura verticale presente nella società. Pensiero che trova la sua piena legittimazione nelle parole di Massimo D’Azeglio del 1861, «L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani». Un concetto che esprime meglio di qualunque altro il mancato coinvolgimento del popolo nella costruzione del processo unitario voluto principalmente dalle élite i cui scopi “ultimi” sono oggetto di discussione e valutazione da parte degli storici contemporanei, grazie a una pubblicistica meno timorosa e più ardita di quella del secolo scorso. Pubblicistica che  alimenta un dibattito sempre più vivo man mano che ci si avvicina alla data delle celebrazioni ufficiali, e che è reso ancor più attuale dalla discussione in atto nel Parlamento italiano sulle riforme costituzionali in materia di federalismo.

1861. I pittori del Risorgimento

6 ottobre 2010 – 16 gennaio 2011
Scuderie del Quirinale – Roma, via XXIV Maggio, 16
www.scuderiequirinale.it

a cura di Fernando Mazzocca e Carlo Sisi

Orari
da domenica a giovedì 10.00-20.00
venerdì e sabato 10.00-22.30


23 aprile 2010

Dai diamanti non nasce niente.



La vita, la musica e le passioni di Faber a Roma.

Fabrizio de Andrè. La mostra sbarca a Roma. Dopo Genova e Nuoro, la capitale d’Italia apre le porte del rinnovato e prestigioso Museo dell’Ara Pacis a Fabrizio De Andrè con una grande mostra multimediale. Sono passati undici anni dall’11 gennaio 1999, il giorno della sua morte, e continuiamo ad ascoltare le sue canzoni come se niente fosse successo. Non abbiamo rimosso la sua scomparsa ma è così bello e soprattutto contemporaneo il materiale che ha lasciato che al dolore per la perdita si affianca la riconoscenza, al rimpianto la voglia di continuare ad ascoltare la sua musica. De Andrè ha saputo dare alla coscienza collettiva un grado di consapevolezza nuovo, perché se è vero che le problematiche dell’uomo sono destinate a rimanere sempre le stesse, lui ha saputo raccontarle con una poetica coniugata a una dimensione letteraria alta. I poeti sono bravi soprattutto per la loro capacità di testimoniare al presente, e in questo Faber è stato immenso. Forse non a caso  Mario Luzi considerava Fabrizio De Andrè un suo collega, un poeta appunto.
La mostra è un viaggio, un’esperienza emozionale, nella vita di De Andrè, dove ognuno può crearsi il percorso che più preferisce. Per cogliere tutto ciò bisogna organizzarsi e programmare una vista di alcune ore.
Una lunga scalinata in discesa, che termina su una bella gigantografia di De Andrè dormiente accanto a un termosifone durante una pausa del tour con la PFM del 1979, introduce al primo ambiente. Un grande parallelepipedo nero invaso dalla musica e dalla voce di Faber. La sala è tagliata in due in senso longitudinale da sei grandi schermi trasparenti; alle pareti i testi delle canzoni che ascolti. Sono i testi originali, con le cancellature e gli appunti. Ogni schermo, lasciandosi attraversare dalle immagini, propone un frammento musicale alla fine del quale si materializza la figura di Faber. Il nero ti avvolge come la musica. E poi quella voce, che al buio e nel silenzio risuona come magica. Molte persone si muovono sicure in quel buio, nessuno parla, qualcuno canta. Ed è solo la prima stanza. Proseguendo nel percorso espositivo sei ora in un corridoio stretto e lungo segnato e misurato da leggii e tavoli multimediali posti sulla sinistra. In questo secondo ambiente inizia il percorso di visita che puoi personalizzare. Si può scegliere tra diversi pannelli tematici posizionati sui tavoli multimediali che attivano una serie di proiezioni.
Il terzo ambiente è quello più suggestivo. La sala dei tarocchi infatti, oltre a presentare parte della scenografia del tour “Le nuvole”, esibisce tre grandi schermi, i tarocchi appunto, dove in loop vengono proiettati i personaggi delle canzoni di Faber e le relative canzoni. Anche in questa sala è possibile interagire creandosi il proprio tarocco e lasciare un segno del proprio passaggio. In fondo, a chiudere la serie dei tarocchi, il pianoforte di casa De André e una gigantografia che ritrae Fabrizio al piano.
Di fronte agli schermi subito dietro i tarocchi, una piccola sala cinema nella quale viene proiettato un video con contributi dell’archivio Rai, molti dei quali inediti. Quando entri t’imbatti in una giovanissima e strepitosa Enza Sampò che circuisce un Fabrizio De Andrè poco più che ragazzo. Ti si apre il cuore. Lo vedi, davanti a te, che suona, solo, con la chitarra e quattro fari che lo illuminano. E mentre lo riascolti ti accorgi che è sempre stato un classico, fin all’inizio della sua carriera. Quella voce meravigliosa, capace di scandire le parole una a una, che le fa capire e comprendere. È attuale e contemporaneo non solo per i testi e per la musica ma anche per come è vestito e per la sua figura. E mentre comincio a scrivere sulla mia moleskine questi primi appunti, arrivano le note di “Amore che fuggi, da me tornerai”. Che riapre il cuore e ti dà vita. Enza Sampò adesso è seduta, spalle alla telecamera, tra tante sedie vuote e ascolta Fabrizio. Non ha fretta De André. Non ha fretta di rispondere alle sue domande. Si lascia attraversare dal tempo e questo scorrere nuovo del tempo, quest’attesa, aiuta a riconciliarsi anche con il proprio tempo. Riattraverso quegli spazi pieni di nero e di silenzio. D’improvviso ecco di nuovo la voce di Fabrizio. Mai inopportuna, sempre complice.
Esco che è ormai sera e fa un po’ freddo. Mentre cammino, con la musica e la voce di Fabrizio nella testa, le immagini e quel buio non mi abbandonano, quasi non mi accorgo che sto passando davanti all’altare dell’Ara Pacis, l’insigne monumento voluto dal Senato romano per celebrare le imprese di Augusto del 13 a.C. Un trionfo di marmo e di bianco. Questa vista un po’ mi scuote e mi distoglie dal torpore. Forse saranno gli “odori” oppure le variopinte ragazze cantate da De André a farmi ritornare in me.
Fabrizio De André era un anarchico nell’animo, nel cuore e nel corpo. E come un anarchico è sempre andato in direzione ostinata e contraria.
«Non chiedete a uno scrittore di canzoni che cosa ha pensato, che cosa ha sentito prima dell’opera: è proprio per non volerlo dire che si è messo a scrivere. La risposta è nell’opera» ha scritto Fabrizio De Andrè.
Adesso, che sono ormai in macchina e sto per ripartire, per non disperdere quelle risposte accendo l’MP3. «Quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento, un giorno qualunque li ricorderai, amore che fuggi da me tornerai, un giorno qualunque li ricorderai, amore che fuggi da me tornerai…»



Fabrizio De Andrè, La mostra
24 febbraio 2010 – 30 maggio 2010
Museo dell’Ara Pacis - Roma, lungotevere in Augusta
www.arapacis.it

a cura di Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica, Pepi Morgia
percorso multimediale Studio Azzurro

Orari
martedì-domenica 9.00-19.00


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23 aprile 2010

La luce della modernità


La mostra proposta presso le Scuderie del Quirinale, una delle tre organizzate per celebrare i primi dieci anni di attività del prestigioso polo museale romano è un vero evento culturale da segnare a penna rossa sull’agenda e da non perdere. Lo è per diverse ragioni.
Il percorso espositivo si snoda attraverso ventiquattro dei 50 dipinti attribuiti con certezza a Michelangelo Merisi da Milano detto il Caravaggio, di cui ricorre il quarto centenario della morte, suddivisi in tre periodi contrassegnati da altrettanti colori. Verde il colore della giovinezza, periodo che va dal 1592 al 1599, rosso per il successo dal 1600 al 1606 e grigio per la fuga dal 1606 al 1610. Tutte opere molto famose e celebrate, che difficilmente potranno essere riunite nuovamente come in questa occasione; Canestra di frutta (Milano, da Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Pinacoteca), Cena in Emmaus (Londra National Gallery), Riposo durante la fuga in Egitto (Roma, Galleria Doria Pamphilij), Bacco (Firenze, Galleria degli Uffizi). Sono solo un assaggio di ciò che vi aspetta. E poi ci sono le altre, sempre a Roma che si trovano nella chiesa di San Luigi dei Francesi, Santa Maria del Popolo, Sant’Agostino, Musei Capitolini, Galleria Borghese, Musei Vaticani. Si possono ammirare utilizzando la “Caravaggio card” creata per l’occasione.
È questa una mostra austera, quasi “francescana”, che pone al centro i quadri del grande genio lombardo senza distrazioni che possano turbare la vista: qui ci sono solo Caravaggio e la sua arte. L’allestimento asseconda questa intenzione ed emerge per sottrazione. Ventiquattro “stazioni” attraversano la sua vita, una vita breve e inquieta «che lo portò da Milano a Roma, a Napoli, a Malta e poi di ritorno, attraverso la Sicilia (Siracusa, Messina e Palermo), di nuovo a Napoli, fino al tragico epilogo di Porto Ercole». Una scelta rigorosa che propone l’artista in tutta la sua autenticità. Nei suoi quadri ci sono pochi ed essenziali elementi. Le storie che racconta sono immediatamente comprensibili perché la narrazione punta direttamente al cuore della vicenda. La luce, quella luce che «il padre della modernità», come scrive Maurizio Calvesi, inventa, è l’elemento determinante che circoscrive e definisce l’opera. Caravaggio traghetta il mondo antico nella modernità trasferendo nella sua pittura due elementi che solo molto più tardi diventeranno patrimonio comune e condiviso: la dimensione autobiografica e quella edonistica.  E forse anche per questo è diventato un’artista molto amato. Molto amato perché ri-conosciuto. Riconosciuto perché ha utilizzato una grammatica oggi di uso comune.
Scrive Claudio Strinati, l’ideatore della mostra: «Il Caravaggio è oggetto, più di ogni altro maestro antico, di desiderio». Egli incarna alla perfezione la figura del comunicatore, oggi si direbbe, multimediale. È autenticamente moderno quando smitizza e avvicina il sacro al profano ponendo al centro dell’attenzione l’uomo comune, della strada. E quando le vicende umane sostituiscono o si mescolano a quelle divine, costruisce la sua grandezza che «risiede innanzitutto nella trasposizione del piano esistenziale nell’opera figurativa».
Molto esplicativo a tal proposito è Davide con la testa di Golia. Si vede un Davide colto in atteggiamento pietoso e quasi commosso dopo aver ucciso Golia, mentre con una mano tiene la spada e con la l’altra la testa del dell’avversario per i capelli. Di fronte alla sua vittima, che ha le sembianze dello stesso Caravaggio, Davide esprime il suo disappunto per ciò che ha commesso «quasi un monito eterno contro l’assurdità della pena di morte» che «se inflitta al nemico o al colpevole, vanifica il senso di colpa e della vita stessa».
Intensità e contrasto analoghi tra pensiero e azione si evincono ad esempio in Giuditta che taglia la testa a Oloferne. Qui la freddezza della bella Giuditta, impegnata a mozzare la testa al generale del re Nabucodonosor, è tradita soltanto da una ruga che le solca la fronte e dalla rigida eccitazione dei capezzoli che traspare dalla camicetta bianca. Nel contrasto evidente tra il corpo virile del maschio pur nell’approssimarsi della morte e la sinuosità della femmina, risiede tutta la forza della narrazione. «È senza dubbio nella drammatica rappresentazione di questo scontro apparentemente impari che Caravaggio è riuscito a rendere perfettamente non solo il racconto veterotestamentario ma anche, e forse soprattutto l’ideologia controriformista che domina ai suoi tempi…».
È un viaggio e un’immersione in un tempo e in uno spazio altri, e quando si arriva alla fine del percorso si ha una consapevolezza maggiore dell’opera di questo genio. Se ti lasci rapire dalle sue atmosfere ed entri in uno dei suoi quadri, accettando di attraversare la sua voglia d’esibizione e di autocompiacimento, che certo provoca turbamenti, sei per sempre suo.
E poi muoversi a fatica tra una folla di persone affamate di bellezza, come può succedere visitando questa mostra, è entusiasmante e difficile. In ogni caso la “marea” di persone che inonda le sale delle Scuderie del Quirinale, al pari delle “maree” che puntualmente inondano i festival di filosofia piuttosto che i reading letterari, testimoniano che la cultura in Italia non è stata sconfitta. Che spesso è umiliata, ma non sconfitta appunto. E che la sottocultura della società dell’effimero e del nulla alla quale la televisione fa spesso da grancassa, passerà, mentre la “bellezza” che si manifesta di volta in volta sotto diverse spoglie, nei colori di un quadro, tra le pagine di un libro, nella forma compiuta di un’architettura, vincerà sempre e per sempre.
Ha scritto André Berne-Joffroy in Le Dossier Caravage che «Ciò che inizia con l’opera di Caravaggio è molto semplicemente la pittura moderna». Per un’artista le cui opere sono state «ignorate e talvolta perfino misconosciute dalla storiografia del Settecento e dell’Ottocento», oltre che essere una bella rivincita, è la certezza che la sua luce sopravviverà a noi e alla modernità.




Caravaggio
20 febbraio 2010 – 13 giugno 2010
Scuderie del Quirinale – Roma, via XXIV Maggio, 16
www.scuderiequirinale.it

ideata da Claudio Strinati
a cura Rossella Vodret e Francesco Buranelli
progetto di allestimento e grafica Michele De Lucchi

Orari
da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 20.00
venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30

P.s.: Un punto di vista altro sulla mostra è quello di Cristina che ne ha scritto sul suo blog
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23 marzo 2010

La donna, l'arte e gli anni '70


Nella prefazione a Il ritratto di Dorian Gray Oscar Wilde scrive a chiusura del suo breve testo: «Tutta l’arte è completamente inutile». L’arte intesa come culto della forma e del bello, l’arte fine a sé stessa. Un’affermazione che continua a far discutere. Certo è che nel tempo distratto e veloce che viviamo l’arte acquista una dimensione universalmente riconosciuta solo quando le si attribuisce un valore economico oppure quando riesce a occupare il centro della scena mediatica. Non è stato sempre così. Non era così per esempio all’inizio degli anni Settanta del “secolo breve”, quando l’arte, attraverso la performance o l’occupazione fisica di spazi e luoghi, irrompeva prorompente sulla scena sociale e politica oltre che culturale. La mostra Donna. Avanguardia femminista negli anni ’70, proposta dalla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, offre di tutto questo una grande testimonianza storica. Oltre duecento opere, per lo più fotografie in bianco e nero e video, di diciassette artiste che proprio in quegli anni hanno posto al centro dell’indagine conoscitiva e della propria arte, da assoluta avanguardia, la donna e la sua identità, sottraendo il corpo della donna a una funzione puramente decorativa o nel migliore dei casi a una semplice e univoca idealizzazione estetica. Le artiste in mostra Helena Almeida, Eleanor Antin, Renate Bertlmann, Valie Export, Birgit Jürgenssen, Leslie Labowitz, Suzanne Lacy, Suzy Lake, Ketty La Rocca, Ana Mendieta, Martha Rosler, Cindy Sherman, Annegret, Hannah Wilke, Martha Wilson, Francesca Woodman, Nil Yalter con le loro opere e la propria storia, tutte riconducibili agli anni Settanta, ossia al cuore della stagione femminista, offrono lo spunto per una riflessione che ci conduce su un terreno oggi molto accidentato: l’identità e il corpo della donna nella società contemporanea.
«Che cosa hanno in comune le artiste di questa mostra?» si chiede retoricamente Gabriele Schor, una delle curatrici della mostra, direttrice e Chief curator della Sammlung Verbund di Vienna, la più grande impresa elettrica austriaca che ha commissionato proprio alla Schor la creazione di una propria Corporate Art Collection che esordisce in Italia con questa mostra.«Quello che unisce le artiste è una coscienza collettiva […] Una delle conquiste più importanti dell’avanguardia femminista fu quella di decostruire, attraverso questa consapevolezza collettiva che le univa, “l’immagine della donna”. Un’immagine che attraverso i secoli era stata investita di proiezioni, stereotipi, nostalgia e desideri maschili, in parte anche grazie agli artisti. L’avanguardia femminista riuscì a dissolvere questo rapporto a senso unico tra soggetto e oggetto in una molteplicità d’identità e di costruzioni identitarie. Queste donne riuscirono dunque a dare un significato del tutto inatteso alle parole di Nietzsche sul rovesciamento dei valori: si misero in cammino invece di farsi belle.»
Un cammino che non è ancora terminato, fatto di provocazione e di sfide, per spostare sempre più in avanti l’asticella e sfidare apertamente il perbenismo e l’ipocrisia della cultura dominante. Come leggere altrimenti Aktionshose: Genitalpanik di Valie Export del 1969, con l’artista austriaca nei pressi di un cinema porno, pantalone con apertura a taglio triangolare in corrispondenza del pube, esibito più che mostrato, nudo, che imbracciando un mitra “costringe” i maschi frequentatori della sala a confrontarsi con un corpo vero di donna piuttosto che con la finzione cinematografica?
Certo non si fa bella e non vuole proporre il suo corpo, in questo caso la faccia, in versione modella, Ana Mendieta nel lavoro Untitled (Variazioni cosmetiche facciali) del 1972. Trentasei pose in cui l’artista cubana preme il suo corpo contro un pezzo di plexiglass deformando e trasfigurando in questo modo la sua figura.
Nil Yalter, nata a Il Cairo alla fine degli anni Trenta, intraprende un cammino artistico che ha come obiettivo l’emancipazione e l’autodeterminazione sessuale della donna nella cultura mussulmana. Antesignana della performance come espressione dell’arte nelle sue opere, l’artista «tematizza i conflitti etnici e culturali legati all’appartenenza di genere e all’identità». Una delle opere esposte è La Femme sans Tete ou La Danse du Ventre. «Il primo video dell’artista si incentrava sul divieto di autodeterminazione sessuale della donna nella cultura mussulmana. Con un lapis nero, attorno al suo ombellico e poi linearmente, Nil Yalter scriveva un testo dell’etnologo e storico della cultura occitana e della poesia trobadorica René Nelli […] Con l’addome così istoriato, Nil Yalter esegue una danza del ventre su una musica turca tradizionale […] Nel 1977, portando avanti le istanze femministe, Nil Yalter spiegò che in alcune regioni rurali della Turchia il marito aveva ancora il diritto di trascinare la moglie “infeconda o riottosa” davanti all’Imam - l’autorità religiosa del villaggio - che le tracciava sul ventre in caratteri cirillici una formula esorcistica». L’arte quindi che traspone e trasforma un gesto della vita reale per farne un elemento di conoscenza e di denuncia.
Di diversa natura e dimensione la performance del 1978 che Suzanne Lacy e Leslie Labowitz tennero a Los Angeles. Qui assistiamo a una vera e propria messa in scena di una pièce teatrale che prevede l’utilizzo di molti personaggi. L’evento scatenante era stata la violenza sessuale con il conseguente omicidio di diverse donne tra l’ottobre e il novembre del 1977 a Los Angeles, assieme ai pregiudizi sessuali che i media introdussero nel racconto degli eventi. La performance, che riunì settanta donne, dieci delle quali attrici professioniste, ebbe un successo clamoroso tanto che le artiste furono invitate in televisione per illustrarne i contenuti. Con il ricavato di quelle partecipazioni televisive, circa centomila dollari, le due artiste americane finanziarono corsi di autodifesa per le donne.
Una mostra, che forse è più giusto definire un percorso conoscitivo ed educativo, che aiuta a riflettere sugli stereotipi della condizione femminile nella società contemporanea. Sulla parità di genere che non pone quasi mai sullo stesso piano e in leale competizione uomini e donne. Quest’anno per esempio, ed è stata la prima volta in assoluto nella storia del cinema, Kathryn Bigelow con The Hurt Locker ha vinto l’Oscar per la miglior regia, la prestigiosa statuetta che consacra e consegna alla storia il lavoro degli artisti del mondo della celluloide.
«Perché non ci sono mai state grandi artiste donne?» si chiede nel 1971 Linda Nochlin, come ci ricorda Gabriele Schor nel saggio introduttivo del catalogo che accompagna la mostra. «Il difetto non è in una nostra predestinazione, nei nostri ormoni, nei nostri cicli mestruali, o negli spazi vuoti del nostro apparato genitale, ma nelle istituzioni e nell’educazione che riceviamo - intendendo per educazione tutto ciò che accade dal momento in cui, testa in avanti, entriamo in questo mondo di simboli, indicazioni e segnali pieni di significato».
Le circa duecento opere esposte a Roma rappresentano, per la società italiana in particolare, una sorta di riscatto dell’universo femminile in un tempo che vede sempre più spesso il corpo delle donne rappresentato in un’unica dimensione: quella del desiderio sessuale attraverso la mercificazione del corpo. Un riscatto del corpo quindi, e della mente.



Donna: Avanguardia femminista negli anni ’70, dalla Sammlung Verbund di Vienna

19 febbraio 2010 – 16 maggio 2010
Galleria nazionale d’arte moderna – Roma, viale delle Belle Arti, 131
www.gnam.beniculturali.it

a cura Gabriele Schor e Angelandreina Rorro
progetto di allestimento Federico Lardera

orari
da martedì a domenica dalle 8.30 alle 19.30
chiuso il lunedì


19 dicembre 2009

Archistar in mostra



Architetture che assecondano e rappresentano la società liquida che abitiamo, e che per loro nuova natura accettano la transitorietà come paradigma della felicità.


Quando alla metà degli anni Ottanta nelle facoltà di architettura italiane si affacciavano, timidi, i primi ammiratori di Frank O. Gehry, piuttosto che di Peter Eisenman, la cultura dominante, e che stava diventando una sorta di accademia, era “la Tendenza”. Lo era certamente nella facoltà di architettura di Pescara. Qui avevano insegnato Aldo Rossi e Giorgio Grassi. Il primo, autore di L’architettura della città, un libro studiato in tutte le facoltà di architettura italiane e non. Il secondo, che aveva già lavorato per la rivista Casabella-continuità diretta da Ernesto Natan Rogers, insieme allo stesso Aldo Rossi, Vittorio Gregotti e Gae Aulenti, interessato allo studio dei fenomeni urbani. Insieme a Rossi e Grassi un gruppo di architetti, per lo più milanesi, si era imposto all’attenzione generale della critica anche perché stava costruendo una vera e propria scuola, tutta italiana che s’interrogava sul rapporto tra l’architettura e la città, sulla tipologia architettonica e, proprio perché scuola in essere, sulla trasmissibilità dell’insegnamento dell’architettura.

Gli altri erano i decostruttivisti, Frank O. Gehry, Zaha Hadid, lo stesso Peter Eisenman, Rem Koolhaas, Bernard Tschumi, Daniel Libeskind e il gruppo Coop Himmelb(l)au. Il termine “Deconstructivist Architecture” era stato universalmente adottato dopo la mostra di Philip Johnson a New York nel 1988, che tenne a battesimo la nouvell vague dell’architettura mondiale.

I primi sono ancora oggi studiati nelle università, i secondi sono diventati “archistar”.

Al progettista del Guggenheim Museum di Bilbao, Frank O. Gehry, la Triennale di Milano dedica uno spazio significativo perché, come scrive Germano Celant nell’introduzione al catalogo della mostra, «[…] Un’esposizione sull’opera di Frank O. Gehry è un evento di significato mondiale in qualsiasi momento e circostanza […] questa è la prima antologica che, attraverso modelli e documenti, disegni e video, nonché contributi tecnologici, copre in maniera sistematica l’intera produzione dal 1997 al 2009.»

E la mostra non tradisce le aspettative. Un susseguirsi di spazi che contengono progetti, plastici, schizzi a matita grossa sui muri. Una sorta di atelier a disposizione di ognuno. I plastici sono al centro delle singole stanze. Gli schizzi più grandi campeggiano sulle pareti. Altri, provenienti da collezioni private, sono incorniciati e autografati. Tanti plastici. Modelli di studio. Colorati. Di carta. Di balsa. Di cartone. Le lamiere di titanio che ricoprono gli edifici di Gehry sono carta in questi plastici; carta appallottolata che lo stesso Gehry lancia ai ragazzi dello studio chiedendo di trasformare quelle intenzioni, quei gesti, in spazi. Sequenze spezzate che cercano una forma. Sequenze dove, cercando, si riesce a leggere la volontà dell’architetto. «Volevo riprodurre tutti i significati della parola trasparenza» scrive Frank O. Gehry; un tentativo riuscito. La sua idea di architettura è più superficie che spazio, più rivestimento che struttura connettiva.

Si possono condividere o meno le architetture, l’architettura di Frank O. Gehry, ma la mostra che gli dedica la Triennale di Milano è un momento di conoscenza e di formazione imprescindibile, per chi ha a cuore le sorti della città.

È invece l’edificio più rappresentativo di Padova, il bellissimo Palazzo della Ragione, che esibisce la mostra personale di Zaha Hadid, ospite d’onore della quarta edizione della Biennale Internazionale di Architettura “Barbara Cappochin”. Zaha Hadid, prima donna a vincere l’equivalente del premio nobel per l’architettura, il Premio Pritzker nel 2004, è l’architetto che ha realizzato il MAXXI di Roma, il museo nazionale delle arti del XXI secolo, presentato alla stampa in questi giorni e che sarà aperto al pubblico la prossima primavera.

Un unico grande spazio, il salone medievale del piano superiore del palazzo realizzato tra il 1172 e il 1219 e affrescato da Giotto, contiene l’installazione/mostra che lo studio londinese di Zaha Hadid ha pensato e realizzato per questa occasione. Ed è una bella sfida tra la sala pensile medievale, costruita senza il supporto di colonne di appoggio, ancora oggi una delle più grandi di Europa, e le macchine per abitare dell’architetto e designer irachena naturalizzata britannica, che sfidano anch’esse le leggi della fisica. L’allestimento/mostra è in realtà un’opera d’arte tra tante opere d’arte. Si resta attoniti per lo stupore quando si oltrepassa la soglia che separa l’esterno, la grande balconata con le volte affrescate, dall’interno, il salone. Il contrasto tra le opere dipinte sulle pareti, tra la sala stessa, la sua dimensione e le opere esposte, emoziona e toglie il respiro. È il concetto di contemporaneità che sembra materializzarsi sotto i nostri occhi. È il passaggio dalle immagini colorate e chiassose del mercato della frutta e verdura di Padova all’atmosfera rarefatta delle strutture bianche e modulari che supportano i disegni e le architetture di Zaha Hadid, che da solo vale il prezzo del biglietto. Cogliere poi il senso del posizionamento dei progetti è già entrare nelle corde dell’architettura di Hadid. Sono oggetti, in qualche caso opere d’arte, che non si relazionano ai luoghi per cui sono costruiti. Ne fanno volentieri a meno. Lo “sciame” che costituisce l’ossatura della mostra assume nomi che sono anch’essi un programma: linee/fasci/reti, onde/gusci/bozzoli, aggregazioni/grappoli/puzzle, campi/sciami, paesaggio/topografia, parametricismo.

Le due mostre, quella dedicata a Frank O. Gehry e quella dedicata a Zaha Hadid, sembrano essere in sintonia e rafforzare il significato del termine coniato proprio per loro, da Gabriella Lo Ricco e Silvana Micheli, “archistar.” Architetti che hanno costruito la loro fortuna utilizzando, alla stessa stregua degli stilisti di moda, le forme in un gioco autoreferenziale. Ed è paradossale che proprio oggi che l’architettura sembra essere oggetto di attenzione da parte di tanti, abbia perduto la sua funzione sociale e dimenticato il significato del termine “collettivo.” Manca cioè la dimensione pubblica dell’architettura. La grande assente è la città, In questi disegni le architetture, costruite o disegnate, sembrano farne volentieri a meno. Architetture che assecondano e rappresentano la società liquida che abitiamo, e che per loro nuova natura accettano la transitorietà come paradigma della felicità.

Scrive Franco La Cecla nel suo saggio Contro l’architettura «[…] in qualche modo le città sono nate per dare occasione a una folla di ritrovarsi e festeggiare qualcosa. Non è forse un resto di felicità collettiva, quella che ci viene appena concessa facendo shopping? […] la città è un luogo di circolazione di un materiale consistente che fluisce come un fiume tra sponde di allegria […] vale la pena inventare una nuova competenza […] dei conoscitori delle forme di vita e dei tipi di abitare […] scienziati dell’umano che non si permettano di sentirsi superiori a esso come ogni stupido piccolo artista di provincia, ma che vogliano imparare la danza per poterla difendere tra nuove sponde di allegria.»

Saranno capaci le archistar d’imparare questa danza?





Frank O. Gehry dal 1997

27 settembre 2009 – 10 gennaio 2010

Triennale di Milano


a cura di  Germano Celant in collaborazione con Frank O. Ghery e Gehry Partners, LLP

progetto di allestimento Studio Cerri & Associati, Pierluigi Cerri, Alessandro Colombo

in collaborazione con Francesca Ceccoli, Marta Moruzzi, Francesca Stacca.


Orari

Domenica, martedì, mercoledì, venerdì, sabato dalle 10.30 alle 20.30

giovedì dalle 10.30 alle 23.00

chiuso il lunedì


Per informazioni  tel. +39 02 724341

www.triennale.it


Zaha Hadid

27 ottobre 2009 – 1 marzo 2010

Palazzo della Ragione –  Padova


a cura di Zaha Hadid Architects

progetto Zaha Hadid Architects: Zaha Hadid, Patrik Schumacher, Viviana Muscettola, Michele Pasca, Woody Yao,

Elif Erdine.


Orari

dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 18.00

chiusura biglietteria ore 17.00


Per informazioni e prenotazioni tel. +39 049 2010121

www.bcbiennial.info


9 novembre 2009

Roma. La pittura di un Impero



Alle Scuderie del Quirinale fino al 17 gennaio 2010, la grande pittura della Roma Imperiale


«La nostra civiltà si fonda sul riconoscimento della inarrivabile grandezza dell’antichità classica. Dai Romani abbiamo derivato la tecnica del nostro pensiero e del nostro modo di sentire. Ai Romani dobbiamo la nostra coscienza sociale e la disciplina della nostra anima. Non è un caso che i Romani non fossero in grado d’inventare un nuovo ordine di colonne, un nuovo ornamento. Per far questo erano già troppo progrediti. Essi hanno derivato tutto questo dai Greci e lo hanno adattato ai loro scopi…» Così scriveva Adolf Loos, architetto, intellettuale, tra i più importanti di quell’avanguardia artistica che all’inizio del secolo scorso rivoluzionò il modo di pensare e di vivere dell’Europa intera. Karl Kraus, Arnold Schönberg, Peter Altenberg, i compagni di viaggio di Loos. Letteratura, musica, poesia, pittura e architettura gli strumenti che utilizzarono per un cambiamento che si può definire epocale. Nel testo introduttivo al catalogo della mostra Roma. La pittura di un Impero, Eugenio La Rocca, che ne è il curatore con Serena Ensoli, Stefano Tortorella e Massimiliano Papini, esprime lo stesso concetto che quasi cento anni fa esprimeva Adolf Loos: nulla s’inventa e tutto si costruisce su ciò che sappiamo e abbiamo imparato. Una lunga premessa per spiegare in maniera dettagliata e circostanziata che i Romani, pur essendo in piena continuità, con la tradizione greca, sono capaci allo stesso tempo d’introdurre novità sostanziali nel campo della pittura. La Rocca cita la teoria della formazione dei fasci fibrosi di George Kubler, che ha immaginato l’esperienza dell’arte come un continuum che va avanti per addizione. Anche l’artista più illuminato, più visionario, non può prescindere dal contesto in cui opera, e la sua arte, anche se per distacco, è comunque influenzata da tutto ciò che è venuto prima.

La mostra abbraccia un lungo arco temporale, dal I secolo a.C. al V secolo d.C., e mette in scena per la prima volta tutte insieme, opere che provengono da diversi musei. Tra questi il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra, i musei archeologici di Monaco, Francoforte, Zurigo e ovviamente i musei di casa nostra, come il Museo Archeologico di Napoli, gli Scavi di Pompei, il Museo Nazionale Romano, i Musei Vaticani e Capitolini di Roma.

Un’esposizione che aiuta a comprendere la società romana nella sua complessa articolazione. Che c’informa di come vivevano gli antichi Romani, di come erano decorate le loro case, dei loro gusti e della loro cultura. Circa 100 le opere esposte, organizzate in cinque sezioni: l’apparato scenografico delle pareti, il paesaggio e le vedute paesistiche, il mito, la natura morta, il ritratto. Affreschi, e in certi casi intere pareti, dipinti a tempera e ad encausto (cera fusa), su tavola, su lino o su vetro.

Al primo impatto ciò che più colpisce è l’originalità della produzione pittorica romana. Generalmente si è spesso dato maggior rilievo ad altre arti, come la scultura piuttosto che l’architettura, e per consuetudine si è portati a pensare alle rappresentazioni del mondo classico come a immagini esclusivamente in bianco e nero. Questa finestra sulla romanità ci racconta un’altra storia, fatta della varietà e dei colori della vita. La mostra è in questo senso un percorso nello spazio e nel tempo. Una passeggiata, stretta e lunga, che ti avvolge con una luce bianca attenuata dal grigio delle pareti espositive. In alcuni punti la passeggiata si allarga, e accoglie delle insenature, piccole piazze pentagonali che ti catturano con il rosa novello, il rosso, il viola, il verde e l’azzurro del cielo. Un cielo senza nuvole.

Qui s’incontra Ulisse. Ulisse e le sirene, Ulisse ed Euriclea, Ulisse e i Lestrigoni. «Tale mito pervade l’imagerie d’epoca imperiale in svariate classi di materiali come mosaici, rilievi in pietra, lastre fittili, sarcofagi e gemme e veicola messaggi diversi in dipendenza dei contesti e del periodo d’impiego, perché la celebrazione della virtus di Ulisse può associarsi al motivo della seduzione intellettuale, musicale ed erotica delle sirene.» E Ulisse è il viaggiare. Fuori e dentro di sé. È l’attesa e la speranza. È la lotta dell’uomo contro i limiti invalicabili. Il suo vagabondare viene descritto e rappresentato con paesaggi fiabeschi che «spesso tendono a sovrastare le figure, tanto che la porzione in cui Ulisse naviga verso la casa di Circe», per esempio, «assurge di fatto a pittura di paesaggio, senza alcuna scena determinata, ma con uno stretto di mare inquadrato da una rupe e da una spiaggia da cui risalgono gradatamente le alture».Più avanti s’incontrano il paesaggio e le vedute paesistiche propriamente dette. Qui tutto galleggia nello spazio. Le figure, le case, i monumenti, la natura stessa. Fluttuano avvolti da una sorta di gradevole nebbia. Ed è un trionfo di colori, una gamma cromatica dal sapore orientale dove predomina il colore viola. È la sezione che più emoziona, per la dimensione delle opere esposte e per lo stupore che genera lo loro visione. La passeggiata diventa altro quando i ritratti, la produzione detta del Fayyum, prendono il posto delle vedute o del mito di Ulisse. Le pareti grigie, in questo spazio sempre uguale eppure nuovo, sono occupate da parallelepipedi neri che contengono come scrigni pezzi pregiati. Ritratti. Volti di uomini e donne. Sguardi, espressioni che dall’Impero Romano giungono a noi, ora e qui. Ancora una volta lo stupore è dato dalla qualità delle opere esposte, dalla preziosità e unicità degli esemplari. Su tutti emerge un Ritratto maschile su vetro da Pompei. «Il piccolo ritratto su vetro, un pezzo eccezionale sia per natura che per conservazione, venne rinvenuto nel 1907 nella V regio pompeiana…Il ritratto è dipinto a freddo su una lastrina incolore, priva di strato vitreo di copertura…La resa del volto e in particolare degli occhi, intensamente espressivi, avvicinano l’opera ai ritratti del Fayyum…Il ritratto in oggetto, per la delicata e raffinata esecuzione della quale mancano a Pompei confronti, fu dunque realizzato in Campania da artigiani alessandrini o importato da Alessandria nella prima metà del I secolo d.C.»

“Roma. La pittura di un Impero” è perciò l’occasione per conoscere da vicino la pittura romana, per valutarla in condizioni ottimali di luce e per vedere opere che nel loro insieme raccontano una storia. Per i più esperti sarà possibile rintracciare in questi dipinti «tecniche pittoriche dell’era moderna, come la macchia, l’utilizzo del chiaro oscuro a tratteggio, la lumeggia tura che sembrano anticipare le acquisizioni del XIX e del XX secolo.»

La mostra rende merito inoltre, ai tanti artisti che non hanno un nome e che hanno contributo in maniera determinante a fare della pittura una delle arti più apprezzate di tutti i tempi.

Il progetto espositivo di Luca Ronconi e Margherita Palli con la collaborazione di Valentina Dellavia accompagna la lettura delle opere. Costruisce un percorso e un gioco di luci che non interferiscono con l’arte, ma l’assecondano e la

rendono ancor più preziosa.

«Il presente si costruisce sul passato così come il passato si è costruito sui tempi che lo hanno preceduto» scriveva Adolf Loos in Parole nel vuoto all’inizio del secolo. E questa mostra nella sua essenziale rappresentazione ne è una prova.


Roma. La pittura di un Impero

24 settembre 2009 – 17 gennaio 2010

Scuderie del Quirinale – Roma, via XXIV Maggio 16


a cura Eugenio La Rocca, Serena Ensoli, Stefano Tortorella, Massimiliano Papini

progetto espositivo Luca Ronconi, Margherita Palli con Valentina Dellavia


Orari

da domenica a giovedi dalle 10.00 alle 20.00

venerdi e sabato dalle 10.00 alle 22.30


Per informazioni e prenotazioni +39 06 39967500

www.scuderiequirinale.it




27 ottobre 2009

Edward Hopper. Il realismo come possibile racconto del mondo



«Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo», è una dichiarazione di Edward Hopper (1882-1967) che si legge all’inizio del percorso espositivo, prima vera mostra antologica che si tiene in Italia su uno dei più grandi e popolari artisti americani del ventesimo secolo. Milano e Roma le città che ospitano questo grande evento culturale. La mostra che approda in Italia, curata da Carter E. Foster, è un viaggio nell’avventura artistica di Edward Hopper. Un percorso di conoscenza, organizzato in sette sezioni e con 160 opere, che attraversa tutta la sua produzione e tutte le tecniche di rappresentazione. C’è l’Hopper incisore, l’Hopper acquerellista e l’Hopper più noto a tutti che dipinge a olio su tela. Un percorso per comprendere il certosino lavoro di preparazione che c’è dietro ogni suo lavoro. I quadri di Hopper sono, almeno nelle intenzioni dell’artista, opere compiute dove nulla è lasciato al caso.  E quando giungiamo di fronte a Morning Sun, la rappresentazione plastica di questo processo è sotto i nostri occhi. Di quest’opera, del 1952, possiamo ammirare il quadro, gli schizzi a penna sul quaderno, i disegni di studio con la Conté crayon, la sua matita preferita, e infine l’installazione del video artista austriaco Gustav Deutsch che propone un’opera interattiva ricostruendo la scenografia dello stesso quadro. Sul lato opposto della parete c’è una teca che contiene un quaderno, e poco più a destra un monitor multimediale che permette di sfogliarne le pagine. Il quaderno è uno di quelli per fare i conti, una sorta di diario di cassa, quelli con la copertina rigida per intendersi. Ogni pagina è disegnata. Disegni a penna e appunti. Quello che risulta subito evidente è l’attenzione maniacale per la luce, anche se si tratta solo di piccoli disegni. Qui si legge il tentativo di Hopper di fissarla sulla carta, catturarla e fermarla per sempre su quella parete, su quel porticato, o sul viso della moglie Jo che, dal 1924 data del loro matrimonio, diviene la sua unica modella. Lì di fronte a te, in quel preciso istante, c’è Edward Hopper, il raccontatore di storie. Di storie americane di tutti i giorni. Lontano dagli stereotipi che riescono a percepire una sola America che si sviluppa in altezza, frenetica. Hopper non è interessato alle mode, o alla trasformazione veloce della città che soprattutto all’inizio del 1900 è travolgente; al contrario la sua attenzione è catturata dai luoghi dove si è già depositata la polvere del tempo. Sono gli edifici vittoriani a stimolarlo piuttosto che i nuovi grattacieli di New York. Sono le sequenze anonime di edifici privi di valore architettonico a far scattare in lui la molla decisiva del narrare. Hopper li rende universali. Come non riconoscere infatti, in quegli edifici industriali con i serbatoi dell’acqua in cima a tutto e in quella periferia dell’impero, ciò che negli stessi anni ritrae l’italiano Mario Sironi? Immagini che rappresentano e restituiscono una solitudine fino a quel momento sconosciuta e perciò inespressa: la solitudine della nuova metropoli. Ecco dunque svelato l’arcano dell’affermazione di Hopper che leggiamo all’inizio del percorso. L’artista non riesce a trovare le parole per esprimere lo spleen della condizione contemporanea dell’abitare e del vivere. Quel senso di estraniazione che si prova di fronte al processo di meccanizzazione che sempre più attraversa la vita di tutti, e che di fronte a dimensioni non più controllabili ti fa pensare alla fuga come unica possibile via di salvezza. Come Charlie Chaplin in Tempi moderni anche Hopper s’interroga, con occhi altri, su ciò che i cambiamenti producono nelle persone, nel loro cuore innanzitutto.
«Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa» è la seconda affermazione di Edward Hopper che incontriamo proseguendo la visita. La luce attraversa la tela di Hopper e attraversandola cambia la percezione e la concezione stessa dello spazio e del tempo. I protagonisti dei suoi quadri sono sospesi in un presente eterno. Non hanno un prima e un dopo; vivono eternamente quell’attimo che Hopper sa cogliere. La sua pittura è anche per questo finzione. Più assomiglia alla realtà e più è finzione. L’uso della prospettiva in particolare gli serve per inventare questa finzione e creare storie. In realtà è la prospettiva che falsa lo sguardo sulla realtà, ma proprio qui risiede la creazione. E proprio qui, in questo paradosso, che prende corpo l’opera d’arte.

La sua pittura è per questo motivo anche cinema: per la capacità di saper “vedere” ciò che non c’è. Di saper immaginare una sequenza e poi quella successiva. Questa sovrapposizione dei piani, grazie all’uso improprio della prospettiva, rende l’opera di Hopper “navigabile”. E come se l’artista lasciasse spazio allo spettatore, ad ognuno di noi, per intervenire. Per interpretare ovviamente, ma anche per occupare quegli spazi lasciati vuoti, quegli scorci. I suoi quadri sono ricordi e forse, anche per questo, sono spesso solo porzioni di spazio; scorci appunto. Sulle sue tele ci sono persone, non la gente. Presenze immobili, che danno la sensazione di voler essere altrove. L’inquietitudine è la vera cifra stilista di Hopper, che riesce a trasferire questo concetto dalle persone alle cose e viceversa. Anche i muri, nelle sue tele, sembrano essere inquieti. Hopper materializza questa condizione e la trasporta su tela. Guardare un suo quadro t’innamora. Case, oggetti, persone, divengono una lente d’ingrandimento sulla condizione della modernità. In questo senso forma e contenuto in Hopper, spesso, si equivalgono. Entrambe hanno la capacità d’imporsi e di restare impresse nella mente di chi guarda.

Hopper ha saputo sovvertire il concetto di luogo comune. Come è stato scritto da più di un critico, è stato ammirato «per le strade che apre all’immaginario», ha saputo trovare la bellezza nel quotidiano, qualche altro ha scritto, e nella banalità.

«Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo.» Rileggendo questa frase alla fine del percorso e dopo aver visto le opere esposte ci si può rallegrare che Hopper non sia stato anche un grande scrittore. E ripensando a «Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa» si può affermare che la bellezza dei quadri di Hopper risiede in quella luce del sole racchiusa e custodita, per sempre, nelle sue tele.

Il suo è un realismo che trascende il significato stesso del termine per divenire il racconto di un mondo, il mondo che Hopper ha abitato e che è possibile ri-conoscere in altri mondi.

L’antologica Edward Hopper a Milano, ripercorrendo la sua storia artistica, si pone anche come la storia di molti.
Succede sempre così ai più grandi: raccontando di sé raccontano di noi.


P.S.: una notazione a margine merita il catalogo, edito da Skira, curato, come la mostra, da Carter E. Foster, che aiuta a capire le opere esposte e soprattutto, cosa sempre da sottolineare, è scritto bene. Da “esibire” assolutamente nella propria libreria.


Edward Hopper

14 ottobre 2009 – 31 gennaio 2010

Palazzo Reale – Milano, piazza del Duomo 12

www.edwardhopper.it


a cura
Carter E. Foster

progetto espositivo e direzione lavori
Cesare Mari, Paolo Capponcelli, PANSTUDIO Architetti associati


Orari

Tutti i giorni 9.30-19.30

Lunedì 14.30-19.30

Giovedì 9.30-22.30


Per informazioni e prevendita biglietti tel. +39 199 202202

www.vivaticket.it


 


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13 aprile 2009

Egitto. Tesori sommersi



L’Egitto e i faraoni, le piramidi con i misteri che gelosamente custodiscono, sono per noi, sin dai primi anni della nostra vita, elementi di grande fascinazione. Alessandria d’Egitto, Heracleion, Canopo, nomi che evocano mistero e, con il mistero, fascino. Città scomparse o sommerse da più di duemila anni. Oltre 500 reperti archeologici ritrovati nella zona del Delta del Nilo costituiscono il cuore della mostra Egitto. Tesori sommersi. Allestita alla Reggia di Venaria, come unica tappa italiana di un percorso che ha sedotto e affascinato tutta l’Europa, Berlino, Parigi, Bonn e Madrid, ha fatto registrare in poco meno di un mese nella residenza di piacere e di caccia progettata dall’architetto Filippo Juvarra, quasi 60.000 presenze.
Più che una mostra è un’immersione in una dimensione e un mondo altro. Un viaggio tra oggetti riemersi dal profondo del mare che ci parlano della cultura e della bellezza di un popolo. E come sempre accade quando attraversiamo la cultura egiziana, siamo costretti a confrontarci con una delle poche certezze della nostra vita: la morte.

Ma andiamo con ordine e ritorniamo a un giorno del 1991 quando l’archeologo Frank Goddio a capo di una squadra che comprendeva scienziati, storici, egittologi, fotografi, con l’Istituto Europeo di Archeologia Subacquea (IEASM) cominciò a riportare alla luce i tesori che oggi possiamo ammirare a Torino. Un lavoro lungo e paziente iniziato trent’anni prima grazie alla scoperta casuale di una grande statua nelle acque del porto di Alessandria d’Egitto da parte di un sommozzatore principiante. E proprio Frank Goddio è il curatore della mostra che oggi è possibile ammirare a Torino, l’allestimento invece è di Robert Wilson. Quando incontriamo Robert Wilson è sempre riduttivo parlare di allestimento o di regia. Wilson è un artista che si esprime attraverso molti registri. La sua duttilità, unità a una curiosità estrema, lo ha portato a collaborare con tanti artisti, Allen Ginsberg, Tom Waits, David Byrne, William S.Burroughs. Con Philip Glass ha realizzato quel capolavoro che è Einstein on the beach. Wilson non allestisce, mette in scena. Per questa occasione ha chiamato la sua amica Laurie Anderson a comporre la musica, colonna sonora della mostra. Una musica per ogni ambiente per permettere allo spettatore di “concentrarsi e vedere le opere”. Per entrambi il centro dell’interesse è uno scorrere del tempo altro, si potrebbe definire lentezza, ma non lo è. La mostra è un viaggio nello spazio e nel tempo che l’allestimento/regia di Robert Wilson e la musica di Laurie Anderson, plasmano e assecondano. Un viaggio in cui contano solo le emozioni.

Un tunnel nero, Ocean corridor, inondato dalla musica ti accoglie e ti accompagna in quella che possiamo considerare una vera e propria immersione, che se ci si lascia trasportare, separa dal mondo reale e conduce in una nuova e diversa dimensione di cui hai una reale consapevolezza quando ti trovi catapultato nel Contemplation space, davanti alla stele di Tolomeo VIII Evergete II, uno straordinario monumento ritrovato nella città di Heracleion. La stele alta 6,10 metri e larga 3,10 m, è di granito rosa e pesa 15, 7 tonnellate. Siamo adesso in un ambiente ovattato dove il rosa, che emerge e si fa largo nella pietra, media il passaggio estremo tra il nero e il bianco. La musica accompagna questo nostro andare e modifica la percezione stessa dello spazio. Avanziamo e d’improvviso siamo inondati dal blu. Il ritmo della musica aumenta e una processione di dei, re e regine sembra travolgerci: siamo nella foresta sommersa, Sunken forest. Una vera rappresentazione scenica che toglie il fiato. È archeologia e nello stesso tempo arte contemporanea. E quel blu e quel nero insieme ti danno la sensazione di essere davvero sotto il livello del mare. Spazi creati dalla luce, dove le figure partecipano, con la luce e la musica, alla rappresentazione del tutto. Gli elementi messi in scena vengono come generati dalla luce che ne fissa una volta per sempre le caratteristiche e ne determina le facce, gli sguardi, da proporre allo spettatore. Un’alternanza di pieno e vuoto, bianco e nero e blu, trasparenza e matericità. Un allestimento minimalista, forte e discreto da essere quasi una mostra nella mostra, un viaggio nel viaggio. Quella luce e quel bianco e quel nero e quel blu, evocano. Evocano ciò che non c’è e che ti pare di vedere e nello stesso tempo esaltano e rendono protagonisti assoluti della scena i tesori sommersi d’Egitto. Il silenzio e la musica e la luce e poi di nuovo la musica, il nero e il blu ti avvolgono e ti aiutano a viaggiare con la mente nello spazio e nel tempo. E dopo la processione e i re e le regine, eccoci nell’Alveare delle meraviglie. La luce, questa volta bianca, è con i piccoli, piccolissimi, oggetti, e il suono di scalpelli e martelli un tutt’uno e sembra arrivare da lontano. Lo stupore continua nella sala delle Sfingi. Lo spazio muta ancora. Pareti di tulle racchiudono statue che provengono da Alessandria, Canopo, Heracleion. Sono tante, tutti uguali eppure tutte diverse per come il mare le ha conservate. Al centro della sala racchiuse e avvolte da una trama delicata di bianco, guardano, immobili, e lasciano intravedere i contorni del corpo modellati dalla luce che ne ha decreta la forma. Qui il viaggio rallenta la sua corsa per fermarsi, quasi, nella stanza successiva, Liquid space. Amuleti e piccole statue, unguenti e profumi rituali, incenso e specchi, raccontano della religiosità e dei riti per omaggiare e purificare gli spazi sacri. Torna il bianco che disegna il profilo sinuoso dello spazio Waves power, onde. Contenitori trasparenti avvolti nel bianco custodiscono e nello stesso tempo svelano teste di sfingi provenienti da Canopo. Siamo quasi all’epilogo della nostra immersione. Lo spazio ridiventa buio e sinuoso. Piccoli oblò contengono ami, chiodi, strumenti della vita quotidiana. È un passaggio in apnea che ti conduce nell’ultima sala: Queen’s dream. La sala della regina. Uno spazio rarefatto con piccole sfumature di blu accoglie la statua di una regina. Come appena uscita dalle acque di un bagno rituale, indossa una tunica che aderisce al corpo mostrandone le generose forme. Potrebbe essere la regina Arsinoe II considerata la reincarnazione di Afrodite, dea della bellezza, protettrice della fecondità, degli  esseri umani e signora del mare.

Con l’immagine di Arsinoe II negli occhi lasciamo l’Egitto e il suo tempo e torniamo a Torino e al nostro tempo.

Certo Torino è lontana. Ma pensate che con poco più di 700 km avete la possibilità di incontrare il fascino e i segreti dell’Egitto. Alessandria, Heracleion, Canopo e i tesori che il Nilo ha custodito per quasi 2000 anni. Farete un viaggio che vi porterà dal 700 a.c. fino all’800 d.c. Un viaggio nello spazio e nel tempo che il bianco e il nero e il blu di Robert Wilson e le fascinose melodie di Laurie Anderson renderanno indimenticabile. Forza allora, è ora di partire. Che il sogno cominci.


Egitto. Tesori sommersi

7 febbraio - 31 maggio 2009

Reggia di Venaria – Scuderie Juvarriane


a cura Franck Goddio

allestimento Robert Wilson

musiche e ambientazione sonora Laurie Anderson


Orari

martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: 9.00-18.30

sabato: 9.00-23.00

domenica: 9.00-20.00

lunedi: chiuso tranne i festivi.


Per informazioni +39 011 4992333

www.lavenariareale.it




27 febbraio 2009

Genova per noi…



Genova per noi è un’idea come un’altra, ratatatà, ratatatà, ratatatatà, canta Paolo Conte, e quando dall’autostrada, che scende giù fino al mare, si comincia a vedere Genova, mi torna sempre in mente questa canzone. Ratatatà, ratatatà, ratatatatà.
Uno splendido sole e un vento bello che arriva dal mare e sale su fino a via XX settembre è lo spettacolo che trovo al mio arrivo. Il tempo di lasciare la valigia in albergo e sono già nel sottoportico di Palazzo Ducale all’ingresso della mostra. Fabrizio De André, la mostra. Il sole è ancora lontano dal mare.
Cinque grandi arcate a formare uno spazio longitudinale invaso dalla musica e dalla voce di Fabrizio De André. Una serie di schermi che si lasciano attraversare dalle immagini, a destra per tutta la lunghezza della parete i testi delle canzoni proiettati sul muro e sulla sinistra, incastonati nel muro come reliquie, oggetti e foto del cantautore genovese. In fondo, a chiudere la serie degli schermi, il pianoforte di casa De André e una gigantografia che ritrae Fabrizio al piano.
Il nero ti avvolge come il blu e la musica. E poi quella voce che al buio e nel silenzio risuona come magica. Molte persone, nessuno parla, qualcuno canta. Ed è solo la prima stanza.
Quando arrivi alla fine del percorso t’imbatti in una giovanissima e strepitosa Enza Sampò che circuisce un Fabrizio De Andrè poco più che ragazzo. Ti si apre il cuore. Lo vedi, davanti a te, che suona, solo, con la chitarra e quattro fari che lo illuminano.
E mentre lo riascolto, seduto nelle ultime file della piccola sala video, mi accorgo che è sempre stato un classico, fin all’inizio della sua carriera.
Quella voce meravigliosa, capace di scandire le parole una a una e che le fa capire, comprendere. È attuale e contemporaneo non solo per i testi e per la musica ma anche per come è vestito e per la sua figura. E mentre comincio a scrivere sulla mia moleskine questi primi appunti, arrivano le note di “Amore che fuggi, da me tornerai”. Che riapre il cuore e ti da vita.
Enza Sampò adesso è seduta, spalle alla telecamera, tra tante sedie vuote e ascolta Fabrizio.
Non ha fretta De André. Non ha fretta di rispondere alle sue domande. Si lascia attraversare dal tempo e questo scorrere nuovo del tempo, quest’attesa, aiuta a riconciliarsi con il proprio tempo.
Riattraverso quegli spazi pieni di nero e di blu e di silenzio. D’improvviso si riode la voce di Fabrizio. Mai inopportuna, sempre complice.
Esco che è ormai giunta sera e fa un po’ freddo. Mentre cammino, con la musica e la voce di Fabrizio nella testa e le immagini e quel buio e quel blu che non mi abbandonano, quasi non mi accorgo che sto passando davanti alla chiesa di San Lorenzo. Un’architettura straordinaria con quei marmi in fasce bicrome, bianche e nere, che raccontano della potenza e della gloria di Genova.
Questa vista un po’ mi scuote e mi distoglie dal torpore, o forse saranno gli odori o ancora le variopinte ragazze cantate da De André a farmi ritornare in me.
E mentre penso a tutto ciò sono arrivato in via dei Giustiniani, nel posto dove cenerò.
Antica Sa Pesta, il nome della trattoria. Se siete a Genova questa è una tappa obbligata al pari della visita al nuovo porto di Renzo Piano piuttosto che al Carlo Felice di Aldo Rossi.
Mentre aspetto una delle ragazze per l’ordinazione, sposto le posate e comincio a leggere sulla tovaglietta di carta color senape.

Antica Sa Pésta, le origini
In genovese “Sa Pésta” significa sale pestato (fino) che un tempo si otteneva raffinandolo col pestello nel mortaio. Il sale era una delle maggiori fonti di guadagno dei genovesi e monopolio dell’antica Repubblica di Genova. Scaricato dalle navi veniva custodito in depositi speciali nel porto e poi venduto al pubblico in “spacci” detti “spatole”. L’antica “ Sa Pésta” originariamente era luogo di vendita di sale che da “grosso” veniva raffinato per comodità degli acquirenti. Nel medioevo il Comune di Genova decretò che fossero sottoposti a monopolio anche il pane e il vino; pertanto l’attività di “spaccio” della Sa Pésta” si estese ben presto alla vendita al minuto di tali generi di prima necessità e con breve passo anche ad una ristorazione di tipo rapido. Fu in tal modo che ebbe origine uno dei più antichi locali ove venivano cucinate torte di verdura ed altre specialità popolari. In particolare veniva preparata la “farinata”, che nel XV secolo in latino era detta “scrippilita” per il suo tipico scoppiettare nel “testo” (teglia di rame stagnato) durante la cottura al fuoco a legna. L’antica denominazione si estese anche al proprietario chiamato “O Sa Pésta”. Tutt’ora il locale è volutamente conservato nel suo aspetto tradizionale d’altri tempi.

E la torta di verdure, di cipolle e la farinata ti lasciano assaporare una Genova che ancora c’è e che vive lì, in quei vicoli. In quel suk italiano, in quella mescolanza di razze e di colori che è ancora oggi il centro storico di Genova.
Esco che è ancora più buio e fa anche più freddo. Torno in albergo. Mi aspetta “Mi sono perso a Genova” di Maurizio Maggiani. Un nuovo viaggio in questa città. Questa volta di parole. Di parole colorate.


4 gennaio 2008

Scrivere per libertà e disobbedienza


Mentre salgo la scalinata che mi porta all’interno del Vittoriano, mi chiedo che cosa diavolo significhi fare una mostra su una giornalista e soprattutto cosa vedrò nelle sale che contengono la mostra. Perciò quando, percorsa la lunga scalinata, sono davanti al grande portone del palazzo che ospita la mostra sono ancora distratto dalla domanda che mi ronza in testa da più di un’ora: cosa significa fare una mostra su un giornalista?
L’ingresso è gratuito come gratuito è il guardaroba che è ormai quasi pieno quando arrivo. Lascio il cappotto e la borsa mentre tengo con me gli occhiali e la moleskine.
Nella prima sala ci sono una decina di persone. Mi sembrano tutte coppie. Coppie di signori anziani che osservano, leggono, con grande concentrazione tutto il materiale esposto. Uno di loro, un bel signore sulla settantina, capello brizzolato e molto elegante, rompe il silenzio che regna nella sala quando arriva davanti ad una parete dove ci sono tante foto di un’Oriana Fallaci giovanissima, tutte ordinate in maniera rigorosa in piccole cornici color legno scuro, e con voce chiara e forte dice: “Ma Oriana non era così triste. Era allegra, estroversa. Sempre e comunque una rompiscatole. Mi avvicino a questo signore, incuriosito dalla passione e la sicumera con la quale pronuncia quelle parole, e gli chiedo: “Scusi ma eravate amici?”
E lui per nulla sorpreso mi risponde con grande chiarezza: “No, ma è come se lo fossimo stati. Ho letto tutto quello che ha scritto, da quando ha iniziato a scrivere. Abbiamo la stessa età. E le posso assicurare che Oriana non corrisponde all’immagine che queste foto trasmettono”.
Emilia era il nome di battaglia di Oriana Fallaci, allora quattordicenne, durante la Resistenza. Il papà, Edoardo Fallaci, antifascista ed esponente di Giustizia e Libertà, l’aveva coinvolta con il ruolo di staffetta di città e di montagna. E la foto che la ritrae sulla bicicletta con la quale effettuava il suo compito nella guerra antifascista, con le trecce che le delimitano e definiscono il viso, apre la mostra e ti accoglie nella prima sala.
Comincio a capire cosa possa significare una mostra su una giornalista e lo capisco sempre di più man mano che attraverso le sale.
Ci sono i suoi oggetti, le sue cose. Cappelli, occhiali, taccuini ed agende. Stralci dei suoi articoli. I video delle sue interviste con “La Storia”.
C’é l’elmetto, lo zaino e la borraccia che l’hanno accompagnata in Vietnam. Ci sono le lettere pubbliche e private. Ci sono le cartoline e le cartoline che inviava a suo nipote Edoardo. Mi ha colpito in particolare una di queste, inviata dall’America che dice più o meno così: Caro Edoardino oggi due uomini hanno messo piede sulla Luna. Ciao Oriana.
Oriana parla, Firenze e la vita, Le prime grandi inchieste, La corsa alla luna, Nei punti caldi del mondo, Il Vietnam, I libri, Cara Oriana, Un uomo, Libano e Golfo, Oriana intervista, La Rabbia e l'Orgoglio, sono le sale tematiche che s’incontrano in questo viaggio nella vita professionale e umana della Fallaci che è appunto la mostra: Oriana Fallaci. Intervista con la Storia.
Una vita, quella della Fallaci che ha attraversato il novecento, vissuta con intensità e passione. Intensità e passione e maestria e bravura che ha saputo mettere nel raccontare quel secolo per i giornali di tutto il mondo.
“Il mio giornalismo è passionale perché la mia mente è passionale, perché le mie idee e le mie credenze sono passionali. E la mia mente, le idee, non stanno né dentro gli umori uterini né dentro gli ormoni coglionari. Stanno nel cervello…”
L’uomo che sbarca sulla Luna, le guerre e la guerra in Vietnam in particolare, i grandi personaggi della storia del novecento, da Martin Luther King a Bob Kennedy, da Yasser Arafat a Deng Xiaoping, e poi ancora Indira Gandhi, Muammar Gheddafi, Henry Kissinger, Ruhullah Musavi Khomeini, Golda Meir, Reza Pahlavi, Ariel Sharon, e poi Alekos Panagulis, leader della resistenza greca contro il regime dei colonnelli al quale dedicherà uno dei suoi libri più belli: Un uomo.
“Era morto l’uomo che amavo e m’ero messa a scrivere un romanzo che desse senso alla tragedia. Per scriverlo m’ero esiliata in una stanza al primo piano della mia casa in Toscana ed era stato come infilarsi in un tunnel di cui non si intravede la fine, uno spiraglio di luce... Dentro il tunnel lo spazio non aveva più spazio, il tempo non aveva più tempo e la Storia non esisteva. Non vedevo mai nessuno, non rispondevo mai al telefono, non leggevo mai i giornali: il mio cervello era un muscolo che agiva esclusivamente in funzione della fatica in cui mi stavo distruggendo, del fantasma a cui cercavo di ridare vita col ricordo e con la fantasia”.
Con queste parole la Fallaci rievoca il ricordo dei tre anni impiegati per scrivere Un uomo agli studenti del Columbia College di Chicago nel 1980.
Ecco cosa significa fare una mostra su una giornalista, mi dico. Spiegare attraverso immagini e parole il suo percorso e soprattutto riuscire a far capire perché la Fallaci diceva: “Già quando avevo cinque-sei anni non concepivo nemmeno un mestiere che non fosse il mestiere di scrittore. Il giornalismo all’inizio per me fu un compromesso, un mezzo per arrivare alla letteratura”.
E qui capisco un’altra cosa, perché sulla sua tomba c’è scritto: Oriana Fallaci, scrittore.
Il romanzo Insciallah, che gli vale peraltro il Super Premio Bancarella nel 1990, da inizio, prima di un lungo, lunghissimo, silenzio che si autoimpone, alla riflessione sull’Islam e sul fondamentalismo islamico.
Poi arriva l’11 settembre 2001, e con l’11 settembre arriva La rabbia e l’Orgoglio. E qui inizia un’altra storia. Un lungo articolo scritto per Il Corriere della Sera rompe l’altrettanto lungo silenzio che si era imposto.
Una requisitoria, un’invettiva piena di rabbia, nella quale la Fallaci si scaglia contro l’Occidente, debole, a suo avviso, nei confronti del mondo islamico.
Yasser Arafat, per quello che rappresenta, è uno degli uomini contro il nutre un vero e proprio odio che si evince dalle parole che gli dedica nella parte iniziale e centrale dell’articolo: Perché se lo incontrassi di nuovo, o meglio se gli concedessi udienza, glielo urlerei sul muso chi sono i martiri e gli eroi…I suoi nonni, Illustre Signor Arafat, non ci hanno lasciato che qualche bella moschea e un libro col quale da millequattrocento anni mi rompono le scatole più di quanto i cristiani me le rompano con la Bibbia e gli ebrei con la Torah…Ma cambiamo discorso. Io sono molto ammalata, si sa, e a parlare con gli Arafat mi viene la febbre.”.
Un’exursus che attraversa la cultura occidentale e quella islamica e le mette a confronto. Un confronto che si alimenta di aneddoti personali, di storia e che ammalia il lettore in un crescendo di emozioni che la sua scrittura oggettivamente crea.
Questo articolo ha dato il via in Italia ad un dibattito che spesso ha superato gli stessi intenti della sua autrice, credo. È stato vivisezionato in ogni sua parte e ogni sua parte è stata oggetto di commenti ed ha scatenato tante passioni e mai indifferenze, disinteresse.
Dopo questo articolo, che la Fallaci termina con un avvertimento per l’allora direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli: “Col che ti saluto affettuosamente, caro il mio Ferruccio, e t'avverto: non chiedermi più nulla. Meno che mai, di partecipare a risse o a polemiche vane. Quello che avevo da dire l’ho detto. La rabbia e l'orgoglio me l'hanno ordinato. La coscienza pulita e l'età me l'hanno consentito. Ma ora devo rimettermi a lavorare, non voglio essere disturbata. Punto e basta”, ci saranno ancora tre libri. Il primo è proprio la pubblicazione dell’articolo stesso, La rabbia e l’orgoglio, e poi a distanza di tre anni altri due volumi sullo stesso tema, La forza della ragione e L’Apocalisse. Inutile sottolineare che questi libri hanno venduto milioni copie.
Sono arrivato alla fine del percorso e della mostra e devo ammettere che sono stanco. E la stanchezza non è una stanchezza fisica ma mentale. Sono anche un po’ frastornato.
La vita di questa donna è stata una vita piena di tante cose e di tante vite e che ha attraversato tante vite. Una vita così piena presuppone la presenza di tante Oriana Fallaci.
C’è una Oriana Fallaci attivista convinta della Resistenza, una Fallaci grande giornalista, forse la più grande giornalista italiana che si è saputa imporre in tutto il mondo, c’è la Fallaci scrittore e poi c’è la Oriana Fallaci del dopo 11 settembre.
Molti, soprattutto a sinistra, tendono ad evidenziare l’ultimo aspetto della sua vita e per questo ad esprimere un giudizio totalmente negativo su di lei. Molti, soprattutto a destra, tendono ad evidenziare l’ultimo aspetto della sua vita e per questo ad esprimere un giudizio totalmente positivo su di lei.
Niente di nuovo sotto il sole. Dispute ideologiche o post ideologiche che non aiutano a capire e che soprattutto tendono a considerare solo un aspetto, peraltro parziale, della sua immensa produzione culturale.
Io sono totalmente e convintamente contrario alle tesi che la Fallaci sostiene nell’articolo La rabbia e l’orgoglio. Quell’articolo non mi piace. Non mi piace il sentimento che esprime, la rabbia appunto, e nemmeno l’orgoglio a cui si aggrappa o si appella. E trovo alcuni passaggi ingiustamente ingenerosi nei confronti del nostro Paese, come per esempio quando scrive:“…Così, quando ho visto bianchi e neri piangere abbracciati, dico abbracciati, quando ho visto democratici e repubblicani cantare abbracciati «God save America, Dio salvi l' America», quando gli ho visto cancellare tutte le divergenze, sono rimasta di stucco… Ah, se l'Italia imparasse questa lezione! È un Paese così diviso, l'Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali.”
Ingiustamente ingenerosi perché in momenti così drammatici, com’è stato sicuramente l’11 settembre per l’America, anche l’Italia ha dimostrato di saper essere unita, forte e solidale. Mi vengono in mente l’alluvione di Firenze o i terremoti in Friuli e in Irpinia. In queste occasioni tutto il Paese ha saputo reagire unito. A Firenze come a Gemona, a Pescopagano come a Cividale del Friuli, c’era tutta l’Italia che spalava tra le macerie o recuperava libri sommersi dal fango. Ed erano uomini e donne del nord e del sud del Paese che insieme hanno ricostruito o recuperato morti e feriti tra le macerie. Esattamente come hanno fatto i bianchi e i neri di New York o i tanto, e giustamente, celebrati vigili del fuoco americani.
E poi quel sentimento di superiorità dell’Occidente così vergognosamente ostentato in faccia all’altra metà del mondo. Quel continuo alimentare odio e disprezzo per interi popoli che non riesco a capire e che non voglio nemmeno giustificare.
Mi sembra, in ultima analisi, che da quell’articolo trasudi un odio e un’intolleranza che non sono accettabili proprio in nome di quella libertà e di quel volersi liberare da tutti i fascismi, di destra e di sinistra, che la stessa Fallaci ha inseguito per tutta, o quasi, la sua vita.
In ogni caso tutto ciò non può farmi dimenticare quello che c’è stato prima dell’11 settembre. Non mi fa dimenticare le battaglie e il voto per i Radicali, non mi fa dimenticare le battaglie contro la guerra, non mi fa dimenticare il suo essere in prima linea nell’affermare il movente politico dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini, non mi fa dimenticare le meravigliose pagine di Un uomo e di Se il sole muore.
Perciò pur esprimendo la mia contrarietà totale alla Fallaci de La rabbia e l’orgoglio non riesco a non essere d’accordo con quanto afferma Lucia Annunziata in una testimonianza riportata sul catologo della mostra: “…Oriana Fallaci ha avuto una vita professionale eccezionale, ha venduto milioni di libri, è stata un modello per intere generazioni di donne, e ha inventato molte cose del moderno giornalismo: dopo di lei la tecnica (meglio: l’arte) dell’intervista non sarà mai più la stessa… È stata la prima giornalista di un mondo globalizzato - di lingua italiana, profondamente fiorentina e italiana, ma a casa solo in aereo e a New York… Sappiamo però che la sua ultima voce, l’ultimo capitolo del suo libro professionale l’ha scritto a New York, dall’America, sull’America, ma dedicato all’Italia. Il lavoro che ha fatto dopo l’11 settembre è discusso e discutibile - forse. Ma d’immensa vitalità. Prendere o lasciare, amarla o meno, se non è Oriana Fallaci una Grande Italiana, allora non ne conosciamo molte.”
Volevo vedere questa mostra e sono contento di averla vista.
Volevo vedere questa mostra soprattutto per riflettere su tutto ciò che si è scritto e si è detto su questa donna, dopo la sua morte. Sulle sue idee e sul suo lavoro.
Adesso che l’ho fatto mi sento meglio, molto meglio, per certi versi sollevato.


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