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Diario
 


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25 giugno 2012

La torrida passione dei tifosi pescaresi


In questi primi giorni d’estate, a Pescara, la temperatura é altissima. Quella esterna, in verità, é alta anche in tante altre città e non solo abruzzesi, quella interna invece é da bollino rosso piú a Pescara che altrove. Dal 20 maggio, il giorno di Sampdoria-Pescara che ha segnato il ritorno della squadra adriatica in serie A, la temperatura della passione dei tifosi biancazzurri é infatti altissima, e lo é in modo costante e permanente. Non accenna a diminuire nonostante molte cose siano cambiate da quell’indimenticabile pomeriggio di fine maggio. Il Pescara di Zeman, capace di segnare 90 gol e di vincere il campionato, non esiste piú e non potrà più esistere perché non c’é più il suo condottiero, e, non c’é più il suo formidabile tridente d’attacco, Sansovini-Immobile-Insigne. Eppure, nonostante questo, la passione dei tifosi non conosce flessioni. Le lunghe code per acquistare l’abbonamento per il prossimo campionato di serie A lo dimostrano solo parzialmente. Una passione che non é dunque figlia di un innamoramento fine a se stesso ma ha, certamente, radici molto più profonde. La passione per il calcio, infatti, tocca sfere intime e personali che tendono al sublime quando divengono anche rito collettivo, ne parlava Pier Paolo Pasolini quando definiva il calcio come una rappresentazione sacra del nostro tempo capace a suo dire, di sostituire il teatro. Il poeta de “Le ceneri di Gramsci” non é stato, ovviamente, l’unico intellettuale ad interessarsi e a scrivere della passione per il calcio, tanti altri suoi colleghi se ne sono occupati, il francese Jean Paul Sartre per esempio sosteneva, addirittura, che «il gioco del calcio è la metafora della vita».
Se dunque il calcio é una metafora della vita come dobbiamo interpretare la passione e l’amore che non sembra conoscere ostacoli da parte dei tifosi del Pescara? Quale significato attribuire alle migliaia di cittadini che, dopo la partita Pescara-Nocerina ultima di campionato, si sono riversate in strada trasformando la città adriatica in un piccolo carnevale brasiliano in Italia?
Certo non si può liquidare la faccenda con un’alzata di spalle, commenti sarcastici o sostenere che sono questioni marginali e che non ci riguardano. Ci riguardano, riguardano tutti noi. É una grande energia positiva che sta attraversando la città e che non va dispersa. Non va dispersa soprattutto perché non riguarda solo una sparuta minoranza della nostra comunità, ma al contrario coinvolge molte persone, intere famiglie e soprattutto moltissimi giovani, alcuni dei quali hanno assistito a una partita di calcio per la prima volta nella loro vita. Giovani e giovanissimi come Marco Verratti che oltre ad essere un tifoso del Pescara é stato ed è tuttora uno dei protagonisti principali del successo sportivo della squadra adriatica. Il piccolo Rivera ieri ha dato un’ulteriore prova e testimonianza della sua bravura e tempestività, qualità che lo hanno reso noto a tutta l’Italia. In perfetta sintonia con il tempo che vive e anticipando anche il comunicato ufficiale della società ha reso noto il suo pensiero attraverso la sua pagina facebook. «Rimango a Pescara e rispetto il contratto con la società. Non ho firmato e preso impegni con nessuno. Ora pensiamo alla serie A!!!!». Dopo circa un’ora la Pescara calcio, e contestualmente tutti i siti internet italiani d’informazione sportiva e non, annuncia formalmente di aver ritirato Marco Verrati dal mercato, mettendo così fine a una telenovela che cominciava a stancare tante persone. La stucchevole e ripetitiva pantomima del calcio mercato può avere infatti come protagonisti principali molti calciatori ma non tutti. I più forti non possono partecipare a questo “circo Barnum”. L’acquisto di un calciatore “importante”. qual è oggi certamente Verratti, non può essere discusso così a lungo senza che si dimostri l’effettiva volontà di rimuovere gli ostacoli. Non é stato bello leggere il nome di uno dei pochi fuoriclasse del calcio italiano accostato allo scambio con calciatori improbabili. Che fossero vere o meno quelle voci bene ha fatto Verratti a porre fine a questa situazione. La sua presa di posizione testimonia la maturità e il grande equilibrio raggiunti dopo un anno indimenticabile di vittorie e di sacrifici. Il giovane campione ha detto dunque basta. Il tempo delle parole é terminato, adesso si pensa a noi. Si pensa a costruire e rendere concreto il sogno della serie A per il nuovo Pescara. Le ambizioni personali passano in secondo piano, é questo il tempo di supportare e dare spazio a un desiderio collettivo che si é concretizzato dopo venti, lunghi, anni. Il prossimo anno serviranno molti soldi in più per acquistare il piccolo Rivera, nel frattempo Marco Verratti continuerà a studiare e a deliziare il pubblico di casa.
«O capitano! Mio capitano! il nostro viaggio tremendo è finito, La nave ha superato ogni tempesta, l’ambito premio è vinto, Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante...». I versi immortali di Walt Whitman salutavano il presidente degli Stati Uniti d’America, li prendiamo a prestito per ringraziare e salutare il capitano che é partito per una nuova avventura, Marco Sansovini, e auguriamo un futuro bello al Pescara, ai suoi tifosi e a Marco Verratti, il piccolo Rivera. In questi giorni ha dimostrato, anche fuori dal rettangolo verde, di meritare la fascia che contraddistingue il numero uno, la fascia di capitano del Pescara.



26 maggio 2012

Godiamoci il presente, il futuro sarà quando sarà presente. Ovvero il mio grazie a Zdenek Zeman


Viviamo sempre un tempo altro rispetto all’unico tempo che esiste e che conta: il presente. Spesso proiettati verso un futuro migliore o attardati a ricordare ciò che eravamo e com’eravamo. E invece la vita va vissuta nell’unico tempo possibile, l’unico che esiste: il presente. È il senso del “Sabato del villaggio” che tutti abbiamo studiato alle scuole elementari. È, in fondo, la storia di Ulisse e del suo viaggiare. È più importante la meta del viaggio o il viaggiare? Io non ho mai avuto dubbi in proposito e quando s’intravede la meta è già iniziato un nuovo viaggio, è stato sempre così, sarà sempre così. È perciò il viaggiare il valore vero del viaggio, così come è la quotidianità il valore vero e immanente della nostra esistenza. Vivere e, se possibile, godersi fino in fondo tutti gli attimi della nostra vita che, messi uno accanto all’altro, determinano e disegnano il nostro percorso. Vale per le cose importanti, vale soprattutto per gli aspetti ludici. E siamo perciò arrivati al dunque. La domanda che in queste ore attraversa la città in cui vivo, Pescara, è per molti la stessa: Zdenek Zeman sarà l’allenatore della squadra in serie A? E anche la domanda che mi pongono in tante telefonate che ho ricevuto e ricevo in queste ore. Non solo telefonate ma anche mail, molte da persone che non conosco personalmente, in cui mi si chiede di essere messaggero nei confronti dell’allenatore del Pescara. Alcuni inviano poesie, altri brevi pensieri, altri ancora scrivono semplicemente grazie. Una testimonianza di affetto quasi imbarazzante che mi fa ripensare continuamente alle parole di Pier Paolo Pasolini.
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio si. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo».   
Aveva ragione l’ultimo vero intellettuale che ha avuto il nostro Paese, il calcio «è rito nel fondo, anche se è evasione» e il calcio unisce ciò che la società spesso divide.
In questi ultimi giorni i  quotidiani, sportivi e non, con titolo roboanti, hanno assegnato al tecnico di Praga molte panchine della serie A. Lazio, Fiorentina, Napoli, Genoa, e nelle ultime ore, sempre con più insistenza, la panchina della Roma, la città in cui vive la sua famiglia. Voci di mercato alimentate dallo strepitoso campionato che ha disputato la sua ultima creatura, il Pescara neo promosso in serie A. Questo chiacchiericcio agita non poco la vigilia dell’ultima partita di campionato, alla fine della quale ci sarà l’inizio dei festeggiamenti ufficiali voluti dalla società adriatica.
Quest’anno ho assistito a tutte le partite disputate all’Adriatico dalla squadra di Zeman e ho seguito la squadra in trasferta a Modena, Bari, Vicenza, Nocera Inferiore, Bergamo, Cittadella, Ascoli Piceno, Grosseto e Genova. Mi sono sempre divertito e ho trascorso delle bellissime giornate di festa. Soprattutto le partite in trasferta sono state un’occasione per conoscere meglio i colleghi con i quali ho viaggiato, pranzato e visitato città. Il viaggio d’andata come la costruzione di un sogno, quello di ritorno il godimento di quel sogno che si era concretizzato sotto i nostri occhi. Mentre scrivo mi torna in mente l’applauso dello stadio “San Nicola” di Bari all’uscita dal campo di Lorenzo “il primo violino” Insigne o l’emozione, scolpita sul volto di tutta la tribuna stampa, dopo aver assistito, in diretta, alla più bella azione corale di calcio in Nocerina-Pescara. Oppure il caffè che ci ha offerto uno steward prima della partita Sassuolo-Pescara. Si è avvicinato e senza che noi chiedessimo nulla ci ha invitato a bere: «Sono un estimatore di Zeman. È il miglior allenatore in circolazione e soprattutto è un grande uomo», ha detto a me e Sergio Cinquino, mio inseparabile compagno di viaggio, quasi con commozione. Ho vissuto tutti questi momenti semplicemente godendomeli e tenendo sempre a mente le parole di Pasolini, che il calcio appunto e «è rito nel fondo, anche se è evasione».
Un anno calcistico dunque indimenticabile, che mi ha riportato e restituito una felicità di bambino che non provavo da molto tempo. Per queste ragioni non mi spaventa il futuro della squadra e non mi spaventano le decisioni che prenderà  Zdenek Zeman. Sono felice di aver potuto vivere questa esperienza incredibile e sono felice di poter vivere ancora, tra poche ore, l’ultima recita del Pescara di Zeman per questo campionato. Per tutta questa gioia e bellezza che mi ha regalato l’unica necessità che avverto è di dirgli, pubblicamente, grazie, Grazie senza se e senza ma. Lo stesso grazie, senza se e senza ma, che mi auguro tutto lo stadio gli canterà questa sera.
Godiamoci il presente, il futuro sarà quando sarà presente.


17 aprile 2012

Più umanità, meno business



Il campo è bagnato, piove a dirotto e i calciatori faticano a far circolare la palla. Il Perugia ospita la Juventus e pur essendo solo alla quinta giornata del campionato è già una partita importante per la classifica. Il Perugia dei miracoli di Ilario Castegner si gioca il primato con la piú blasonata squadra dell’“Avvocato”. È il 30 ottobre del 1977 e lo stadio “Piano di Massiano” di Perugia è pieno in ogni ordine di posto. Il secondo tempo è iniziato da cinque minuti quando Renato Curi, ventiquattrenne talentuoso centrocampista dei grifoni umbri, si accascia improvvisamente al suolo. I medici gli prestano i primi soccorsi in campo, poi, attraversando tutto il rettangolo verde con la barella, raggiungono l'ambulanza e lo trasportano in ospedale. Il gioco nel frattempo riprende e quando l’arbitro fischia la fine della partita, giunge dall’ospedale di Perugia la ferale notizia: Renato Curi è morto.
Piermario Morosini, centrocampista del Livorno, di anni invece ne ha ventisei. Proviene da una scuola calcio d’eccellenza, il vivaio dell’Atalanta con il quale vince un campionato della categoria Allievi e successivamente viene acquistato dall’Udinese che lo manda in giro per l’Italia a “farsi le ossa”, come si usa dire in gergo calcistico. Anche a Pescara, sabato, il campo di gioco è bagnato ma le condizioni del terreno sono buone. Si gioca Pescara-Livorno. Siamo al trentesimo minuto e il Livorno è già in vantaggio per due a zero. Morosini mentre rientra verso la propria porta cade una prima volta. Cerca di rialzarsi, ma ricade. Ci prova ancora ma le gambe cedono. Ricade e non si rialzerà più. La corsa in ospedale sarà inutile Piermario Morosini muore senza aver mai ripreso conoscenza. Questa volta però la partita non prosegue e i compagni di squadra del “Moro”, così come i calciatori del Pescara, sapranno della sua morte direttamente in ospedale. 
Il presidente della FIGC, Giancarlo Abete, decide di sospendere tutte le gare previste nel weekend e così il calcio italiano si ferma per commemorare e riflettere sulla morte del giovane calciatore. Finalmente le vicende umane diventano più importanti del “business” e il grande circo dice stop e decide di fermarsi. Non lo aveva fatto quindici giorni fa in occasione della morte, altrettanto imprevista e perciò ancor più tragica, del preparatore dei portieri del Pescara e grande ex calciatore Franco Mancini. Il “portiere di zemanlandia” muore il venerdì e il giorno successivo si disputa regolarmente la partita tra il Pescara e il Bari. Un grave errore far giocare quella partita e una mancanza di rispetto per la persona umana che pesa come un macigno sul comportamento della Federazione. Questa volta non é stato così e siamo qui a rendere merito a questa scelta, dagli errori si può e si deve imparare, sempre.
Due accadimenti tragici in poco meno di quindici giorni hanno attraversato dunque le nostre esistenze e scosso tutta la nostra comunità, in particolare quella sportiva. Tante le domande che ci poniamo. Certo in relazione alla fatalità di ciò che é accaduto ma anche sul senso più profondo della vita stessa. Come se avessimo scoperto o riscoperto il senso stesso della nostra caducità. 
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro». Le parole di Pier Paolo Pasolini spiegano meglio di qualunque altra parola perché gli accadimenti che ruotano attorno al calcio hanno una grande risonanza e un forte impatto emotivo sulle persone. Perché attraverso gli accadimenti del calcio è più facile parlare al cuore delle persone. I calciatori quando disputano una gara mettono “in scena” e ripropongono, in forma non violenta e ludica, l’antica vocazione dell’uomo al combattimento e alla battaglia. In questo senso ci appaiono quasi come immortali e perciò vedere con i propri occhi e dal vivo la “mortalità” degli dei colpisce nel profondo e rattrista oltre ogni misura. In questo senso possiamo soltanto immaginare il sommovimento interiore dei giovani calciatori che sabato hanno vissuto, dal campo, la tragica fine del povero Morosini. Sia per i compagni di squadra del Livorno sia per i calciatori del Pescara. Questi ultimi in particolare colpiti nel profondo anche dalla morte del loro giovane allenatore. Ragazzi giovani, poco più che ventenni, che si sono ritrovati, dalle gioie dei gol e delle vittorie a ripetizione, a dover vivere due lutti consecutivi. Non sarà stato facile e, suppongo, non sarà facile neanche nell’immediato futuro. Ringraziamoli per ciò che hanno fatto fino a oggi, per le gioie che ci hanno regalato e non chiediamogli nulla. Stringiamoci tutti insieme per superare questo terribile momento. Viene prima la persona umana e dopo, solo dopo, tutto il resto. Ha scritto Pablo Neruda: «Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno». È questo il tempo di provarci insieme, tutti insieme, anche per onorare la memoria di Franco e Piermario.


11 aprile 2012

Cercate la bellezza. C’è, basta aprire bene gli occhi e vedere per guardare.


Più che un post è un vero e proprio appello a tutti i media nazionali. Carta stampata, radio, televisione e web. 

Siamo, (una parte del popolo italiano, quella che una volta si chiamava anche la maggioranza silenziosa), stati buoni per quasi vent’anni e abbiamo con “orgoglio” rispettato la volontà popolare e la democrazia tollerando una banda di razzisti, ignoranti e cialtroni. Le inchieste in corso ci diranno se sono stati anche disonesti. Adesso però, basta. Risparmiateci la visione di anziani che piangono in diretta e ripudiano i propri figli, sono spettacoli di terz’ordine e non li meritiamo. Non più. Non amplificate e veicolate messaggi che contengono di nuovo e ancora odio verso gli “altri”, (il tastierista che auspica un sindacato padano finalmente retto da un padano). È, finalmente, cronaca locale e come tale sia trattata.

Riportate la politica al centro della cronaca politica e non il pettegolezzo o le “veline” di partito. Cercate la bellezza e proponetela come cuore della vostra informazione e se non la trovate cercatela. C’è, basta aprire bene gli occhi e vedere per guardare. E, infine, pensate, (pensiamo), con la vostra testa, senza servire nessun padrone.


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18 gennaio 2012

Le parole e i fatti


«Vada a bordo, cazzo» è già stampato su t-shirt bianche in vendita on line. Il comandante De Falco è diventato un’icona dell’italianità e se avesse anche il capello al vento e un basco vedrebbe la sua faccia dappertutto sormontare la scritta “Hasta siempre”.“Tutti con De Falco, questa è l’Italia vera” i titoli, quasi tutti uguali, della stampa italiana. Se si ascoltano le chiacchiere da bar, nei bar, degli italiani sembra di essere all’Accademia navale di Livorno, in meno di ventiquatt’ore sono diventati tutti esperti di nautica e di diritto della navigazione. Le parole, mai come in questo caso, non corrispondono ai fatti. Purtroppo l’Italia è più Schettino che De Falco. Basta superare le prime pagine dei giornali e leggere la cronaca giudiziaria per avere un’idea reale degli abitanti del nostro paese, di noi italiani. La politica non c’è più (soprattutto in periferia), si è persa nel girone infernale delle tangenti e del malaffare e non riesce a trovare una via d’uscita, la classe dirigente, in senso lato, subisce la crisi e non sembra essere in grado di portare il Paese fuori dalle difficoltà in cui vive. Un banale e semplice controllo della Guardia di Finanza in giro per negozi svela che più della metà di questi non sono in regola e contestualmente si assiste a un coro unanime di protesta. Le parole non corrispondono ai fatti, appunto. L’Italia è un paese popolato da cialtroni. Tutti sempre pronti a soccorrere il vincitore. Il capitano De Falco sembra essere uno dei pochi che non ha perso il senso della misura: «Macché eroe dovevamo salvarli tutti». Cosciente di avere fatto solo il proprio dovere. 


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31 dicembre 2011

Auguri belli.




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5 ottobre 2011

Se i cittadini sono meglio delle istituzioni

Alle 21.45 del 3 ottobre del 2011 la corte d’assise d’appello di Perugia ha pronunciato la sentenza. Amanda Knox e Raffaele Sollecito non hanno ucciso Meredith Kercher. Assolti con formula piena per non «aver commesso il fatto». Sono liberi, da subito.
Amanda piange, Raffaele non sembra essere pienamente consapevole di ciò che sta accadendo. La famiglia Knox si abbraccia. Stessa identica scena vede protagonista la famiglia Sollecito. La famiglia di Meredith, presente anch’essa in aula alla lettura del verdetto, resta seduta, composta. Sola con il proprio, rinnovato, dolore. Fuori dal tribunale il set cinematografico allestito dai media lavora già a pieno regime. La gente urla vergogna all’indirizzo della corte mentre la sfilata dei protagonisti, prevalentemente avvocati, ha inizio. Nella notte la diplomazia d’oltreoceano fornisce i documenti e i biglietti aerei per Amanda e di prima mattina il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America rilascia questa dichiarazione: «Gli Stati Uniti apprezzano lo scrupoloso riguardo con cui il caso è stato trattato dal sistema giudiziario italiano». Gli USA perdono una buona occasione per tacere. L’amministrazione della giustizia è compito difficile e le istituzioni, tutte, dovrebbero semplicemente prendere atto delle sentenze. Non giudicare o peggio ancora fare il tifo. I vincenti esprimono un giudizio e plaudono alla giustizia italiana. La famiglia Kercher al contrario non esprime nessun giudizio, ribadisce la fiducia nella giustizia. Senza aggettivi. Vogliono semplicemente conoscere la verità e sapere chi ha ucciso la povera Meredith. Le loro facce, tristi e mute, aiutano a capire molto di più di tante, inutili, parole. La loro compostezza e sobrietà una lezione di civiltà per tutti. Non sono in grado di esprimere nessun giudizio sulla sentenza e in ogni caso non lo esprimerei dopo quello che ho visto ieri notte a Perugia. Una famiglia inglese, la famiglia Kercher, colpita nel più profondo dei suoi affetti, ci ha insegnato che il rispetto per le istituzioni viene anche prima del dolore personale. Grazie per averlo detto forte e a bassa voce a tutto il mondo e in particolare al nostro, malandato, paese. Che la terra ti sia lieve Meredith. 


26 settembre 2011

Un bacio bello a Sergio Bonelli, il papà di Mister No



Non avevo ancora compiuto quindici anni quando, nel giugno del 1975, uscì in edicola il primo numero di Mister No. Era un periodo in cui si pubblicavano tanti fumetti. Mio padre comprava Tex e Diabolik. Mio zio, un fratello di mio padre, Zagor e io i Fantastici Quattro, oltre all’abbonamento annuale a Topolino che mi aveva regalato la mia madrina di battesimo, e Selezione dal Reader’s Digest. I miei amici L’uomo ragno, Capitan Miki, Capitan Amerika. Il mio condominio era una grande edicola. Ogni piano un fumetto diverso.
L’uscita di Mister No fu annunciata con molto clamore e creò un’attesa spasmodica seconda solo all’esordio in tv di Nick Carter e Gulp, fumetti in tv di qualche anno precedente.
Il giorno dell’uscita del numero uno di Mister No uscii presto di casa. Era il giorno deputato alle compere per il guardaroba estivo. Maglie, pantaloni corti, sandali. Nonostante mettessi fretta a mia madre il giro dei negozi non terminò prima di mezzogiorno. E così quando le lancette dell’orologio si sovrapposero per diventare una sola fui finalmente libero di correre in edicola. Il primo edicolante mi disse che il numero era esaurito. Rimasi immobile e senza parole. «Ch’esucc’iss?» mi chiese l’omino da dietro il banco. «Niente» farfugliai e corsi via cercando un’altra edicola. L’asfalto era rovente nonostante si era all’inizio dell’estate. Poche persone in giro ma molte macchine. Il secondo, il terzo e il quarto edicolante mi diedero la stessa risposta: «N’g st’ce. È f’nut». Entrai in crisi profonda. Non ragionavano più. Vagavo in cerca di un’altra edicola. All’improvviso un’illuminazione. La stazione, pensai, la stazione. Lì ci sono due edicole, una di fronte all’altra, e sono sempre le più fornite della città. Mi trovavo dall’altra parte della città. Non ci pensai un attimo. Mi diressi verso la stazione. Durante il tragitto cercavo d’immaginare la prima striscia e contemporaneamente cominciavo a odiare le maglie, i sandali e i pantaloni che avevo comprato con mia madre.
Quando entro nell’atrio della stazione la confusione è totale. Sono arrivati contemporaneamente un treno da Milano e uno da Bari. Le edicole sono prese d’assalto. Decido di aspettare che la folla si diradi e mi siedo al centro della grande sala, proprio di fronte alla biglietteria. Dopo circa un quarto d’ora la folla non c’è più. Mi dirigo verso l’edicola alla mia sinistra, quella situata a destra rispetto all’entrata. Sono emozionato e con un filo di voce chiedo: «Avete Mister No?». «È l’ut’m» sospira l’edicolante. Vorrei quasi abbracciarlo e gridargli tutta la mia riconoscenza, ma so che non capirebbe, anzi potrebbe fraintendermi. Prendo la copia del fumetto e vado via. Sono sul marciapiede esterno della stazione ferroviaria, Mister No aperto tra le mie mani e sto leggendo l’incipit, la prima striscia. Leggo e cammino. Conosco la strada. Uno stridore di freni mi distoglie dalla lettura, non riesco ad alzare la testa e mi ritrovo a terra davanti alle ruote giganti di un autobus, Mister No al centro della carreggiata e alcune monete che rotolano davanti alla mia faccia. Poi il buio.
Quando riapro gli occhi sono al pronto soccorso. La luce non è più quella zenitale ma è il bianco di un neon che rende tutto uguale e omogeneo. Il sorriso di mia madre mi riporta alla realtà. Nessuna domanda, nessun rimprovero. Solo sorrisi. Impiego un po’ di tempo per capire dove sono e perché sono lì. Quando sono, di nuovo, in pieno possesso delle mie facoltà chiedo al medico che è alla mia sinistra: «Ma dov’è Mister No?». La sua risposta è un sorriso. Poi allunga un braccio dietro il paravento come a cercare qualcosa e riappare con il numero uno di Mister No. «Ci ha pensato l’edicolante che è uscito quando ha sentito la frenata dell’autobus. Ti ha riconosciuto e ha preso il fumetto».
Questo è il ricordo che ho di Mister No, la prima, vera collezione della mia vita. Quando questa mattina ho letto della morte di Sergio Bonelli, il papà di Mister No, un flusso ininterrotto di ricordi si è impossessato di me. Un bacio bello caro Sergio. Ovunque tu sia. Che la terra ti sia lieve.


3 agosto 2011

Qualcuno suggerisca a Vasco Rossi di lasciar perdere la razza



Ho letto la lettera che Vasco Rossi ha scritto ai suoi fan (e non fans come scrive lui) e «restò su la soglia come basito» scriverei, parlando di me in terza persona e al passato, se fossi Pirandello.
Pensieri banali e una sequenza impressionante di errori grammaticali. La punteggiatura ricorda la mitica lettera di Totò e Peppino con la differenza, non trascurabile, che ascoltando la prima si rideva di gusto, leggendo la lettera di Vasco il sentimento che ti assale è la depressione.
Vasco, forse, si sentirà un poeta e per questo motivo non utilizza la punteggiatura che noi tutti utilizziamo e che abbiamo imparato a scuola, e perciò su questo aspetto non indugio oltre.
Mi soffermo solo su una frase: «Voi siete un’altra razza, …».
Qui caro Vasco non c’è nessuno che possa riuscire a convincerci che tu possa usufruire di una “licenza poetica” per esprimere un tuo pensiero senza essere frainteso.
Individuare nella razza di una persona la ragion d’essere del suo essere ha causato troppi danni all’umanità per poter continuare a utilizzare impunemente questa espressione.
Per questo motivo qualcuno suggerisca a Vasco Rossi di lasciar perdere la razza e di scusarsi per aver scritto quella stupidaggine.
Di seguito il testo della lettera che ho trascritto leggendo l’originale proposto sulla sua pagina fb.
Nel leggerla, ovviamente, ognuno sarà in grado, in relazione alla propria consapevolezza, di esprimere un giudizio. Non ho potuto trasferire la grafia. Anche quella racconta molto.



«Cari amici fratelli compagni di strada di vita di illusioni di passioni e di grandi delusioni.
Non vi chiamo fans. Per voi la parola Fans è riduttiva semplicistica e anche un po’ offensiva! Voi siete persone! Con una grande affinità elettiva tra voi e con me! Non siete una massa ottusa e omologata rimbambita e unita amante della Coca-Cola o persa e delirante dietro lo stesso cantante sognando di sposare Simon Le Bon.
Voi siete un’altra razza, un’altra storia intanto siete individui unici e particolari molto diversi tra voi nelle espressioni esteriori, nei comportamenti, intanto siete individui unici e particolari molto diversi tra voi, nelle espressioni esteriori, nei comportamenti, e perfino nelle scelte che fate nelle cose in cui credete.
siete degli individualisti.
e non siete certo privi di valori.
li avete chiari e non sono più quelli dei vostri genitori. I vostri sono più semplici e meno spettacolari o eroici. Sono cose come l’onestà, almeno di pensiero La lealtà verso gli amici e la ricerca di un lavoro che, se anche non sarà la realizzazione dei vostri sogni o di voi stessi, almeno vi renderà liberi e indipendenti. e ricordatevi che voi siete i più belli!»

Vasco Rossi



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13 aprile 2011

Tessera N° 126336. Associazione Nazionale Partigiani d’Italia



La mia prima tessera di adesione a un’organizzazione collettiva l’ho presa a quattordici anni. Era il 1976. Poi per altri trentaquattro anni ho sempre avuto più di una tessera in tasca. Adesioni sempre convinte che mi hanno messo in contatto con una bella umanità senza la quale, certamente, non sarei la persona che sono oggi.
Tra le tante tessere che ho sottoscritto, l’iscrizione all’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia è certamente la più importante. Sono giunto a questa decisione proprio nell’anno in cui si celebra il 150° dell’Unità d’Italia e, forse, non è un caso. Ho partecipato e partecipo a diversi dibattiti sul tema dell’Unità d’Italia, così come ho letto e sto leggendo, anche per lavoro, molti libri sul tema. Più approfondisco il tema e più si fa forte in me la convinzione che la Resistenza, sia uno dei due miti fondativi delle origini della nostra storia. Il secondo, o il primo se ragioniamo in termini cronologici, è la vittoria nella Prima Guerra mondiale, l’unica che abbiamo vinto senza cambiare schieramento.
Grazie alla Resistenza abbiamo avuto la Carta Costituzionale, il compromesso politico più alto e condiviso che ci sia mai stato in Italia. La nostra carta d’identità. E oggi di fronte agli attacchi scriteriati e infondati da parte di una classe politica unfit, incapace, come scrivono ormai da troppo tempo i giornali stranieri, credo ci sia bisogno di una testimonianza politica attiva.
Scriveva Pier Paolo Pasolini: «La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».
L’iscrizione di ieri sera all’ANPI ha significato compiere un atto di patriottismo costituzionale e insieme un impegno solenne a difendere, da cittadino libero, i valori della Costituzione.



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