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Le mie recensioni
 


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11 giugno 2012

Vita e pensieri di Antonio Gramsci, Giuseppe Vacca


Questo libro (“Vita e pensieri di Antonio Gramsci”, di Giuseppe Vacca, Einaudi) racconta la vita e i pensieri di Antonio Gramsci dal giorno del suo arresto, avvenuto l’8 novembre del 1926, al giorno della sua morte, il 27 aprile del 1937. Gramsci fu condannato, il 4 giugno del 1928, dal Tribunale Speciale Fascista a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione, seimiladuecento lire di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici e a due anni di vigilanza speciale perché accusato di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe. Il pubblico ministero, Michele Isgrò scelse queste parole per concludere la sua arringa: «Dobbiamo impedire a questo cervello di pensare per vent’anni». Il 19 giugno dello stesso anno viene condotto nel carcere di Turi per scontare la pena, il suo numero di matricola è 7047.
Isgrò vinse, ovviamente, il processo ma la sua tesi è stata sconfessata dalla storia perché le idee maturate proprio in carcere da Antonio Gramsci sono ancora oggi oggetto di studio e questo lavoro ne è una preziosa testimonianza. Giuseppe Vacca infatti riesce nel tentativo di collocare Antonio Gramsci nel suo tempo, restituendoci le sue idee in modo assolutamente contemporaneo. Ricostruire il pensiero e la prassi di un uomo politico attraverso documenti scritti è arte difficile, ricostruire una biografia attraverso un carteggio semipubblico e dal carcere è certo impresa improba. Tant’è che Giuseppe Vacca utilizza diciotto pagine per introdurre e avvertire il lettore sull’operazione culturale e politica effettuata. Un vero e proprio manuale d’uso che serve per entrare meglio e con più consapevolezza nell’opera compiuta dall’autore. Un’opera in cui le parole scritte hanno un valore pari alle parole non scritte.
«Gramsci fu innanzitutto un giornalista e un agitatore politico che non ci ha trasmesso “opere”, ma fino al 1926, migliaia di articoli giornalistici nella massima parte non firmati, relazioni e documenti politici e un solo saggio scritto per la pubblicazione […] una grande quantità di lettere e la massa sterminata delle note dei “Quaderni”. Gramsci, dunque, è un autore postumo, che deve la sua fama al lavoro di tre generazioni di editori». Fama resa possibile dall’attività di documentazione indefessa di  Tania Schucht e Piero Sraffa. Scrive la Schucht: «Andavo ogni settimana a trovarlo, eppure il tempo mi pareva sempre interminabile tra una mia visita e l’altra, poi egli riceveva da me due volte al giorno il soccorso, col mio scritto, metteva la sua firma e un saluto sulla distinta, era come una comunione fra lui e i suoi cari». Tania dunque come primo collegamento tra il carcere e il mondo esterno. Piero Sraffa invece «svolgeva attività di ricerca presso il Labour Reasearch Deparrtment ed era entrato in contatto con Keynes […] Sebbene Sraffa non fosse un iscritto, era noto alla polizia fin dall’estate del 1922 per professare “idee comuniste”; ma Gramsci, ignorandolo, scriveva che le sue opinioni politiche erano note “solo a un piccolo cerchio di conoscenti”, fra i quali, subito dopo di lui, c’erano Togliatti e Tasca […] Gramsci lo presenta, dunque, come un militante “coperto”, di sua piena fiducia». E Sraffa si dimostrò tale, ripagando la fiducia di Gramsci fino alla fine della sua vita.
Giuseppe Vacca sostiene che «la mancata liberazione di Gramsci costituisce l’aspetto più problematico della sua biografia» e proprio la mancata liberazione di Nino, come viene affettuosamente chiamato quando la biografia vira sull’aspetto umano piuttosto che sulle strade della politica, chiama in causa la famosa lettera di Grieco. Questa lettera, scritta in Svizzera e inviata prima a Mosca probabilmente per essere sottoposta alla visione di Togliatti, giunge a Gramsci, dopo varie peripezie, in carcere a Milano. Vacca dedica molte pagine all’analisi e alla comprensione del suo contenuto reale, utilizzando anche nuovi documenti. Gramsci era infatti convinto che la sua permanenza in carcere fosse dovuta proprio a questa missiva e denunciò l’accaduto al suo partito. L’interesse di Vacca per capire fino in fondo ciò che non è scritto in questa lettera va oltre la ricostruzione e l’interesse dello studioso, è un atto d’amore e di generosità nei confronti di Antonio Gramsci.
Il libro si chiude, e non poteva essere altrimenti, con un capitolo dedicato ai “Quaderni” a cui fa riferimento la «vedova del defunto capo del partito italiano» quando denuncia Palmiro Togliatti al Komintern imputandogli, oltre al non utilizzo dei “Quaderni” stessi, la mancata liberazione del marito. Su entrambe le questioni, forse, non ci sarà mai una versione accettata da tutti, ma Giuseppe Vacca così conclude il suo studio. «Togliatti aveva avviato la costruzione dell’icona di Gramsci come martire dell’antifascismo nel Congresso di Colonia per proteggere lui e il partito dalla diffusione delle notizie sul suo dissenso dalla politica del Komintern […] non aveva bisogno di sabotare tentativi di liberazione che, in realtà, non furono mai compiuti seriamente dall’unico attore che poteva intraprenderli, vale a dire il governo sovietico. Adoperando un linguaggio più “familiare”, a tenere Gramsci in carcere ci pensava già Mussolini e la sua liberazione non aveva mai configurato l’oggetto d’un interesse statale sovietico».


19 marzo 2012

Le favole di Tonino Guerra, il poeta che sogna di salvare l'Aquila


Le 101 favole contenute nel nuovo lavoro di Tonino Guerra, Polvere di sole (Bompiani, 176 pp, 16,50 €) inseguono, cercano e infine trovano un grado zero dello sguardo. Letture brevi per meglio custodire un “io” spesso sovrastato dalla grevità della nostra contemporaneità. Cose semplici. A volte solo colori, sensazioni. E poi cultura popolare e appunti che provengono da un tempo meno veloce ma non per questo fermo. Un viaggio dentro le parole per riflettere sul proprio respiro e ascoltarlo. Favole che in alcuni casi diventano poesia e, a volte, progetto per un film, magari per un nuovo romanzo. Parole e sensazioni che rimandano a un modo di guardare comune a un altro grande visionario della cultura europea, Wim Wenders, sbucato a sorpresa con la moglie Donata nella nebbia di Pennabilli in occasione di un recente compleanno di Tonino Guerra, suo dichiarato maestro. «Noi, nella testa, abbiamo un nido che conserva un determinato numero di storie, non una di più o di meno; queste storie provengono dall’infanzia e dai sogni che produce, non c’è strada che ci porti a quel nido, non si può creare si può creare niente che non vi sia già stato immenso in precedenza». Parole che esprimono il senso più autentico del progettare e del guardare più che del vedere. 
Favole, infine, nelle quali possiamo leggere tanto di noi e della nostra storia, quasi un atto di generosità del poeta. C’è Federico Fellini che riesce a rendere colorata una fuga dalla realtà, altrimenti grigia, della periferia più periferia di Mosca. C’è la Valmarecchia, la terra dove il poeta ha scelto di vivere vent’anni fa dopo i successi romani. Alcune di queste favole, I rumori per esempio, trasportano direttamente in un’altra dimensione e predispongono all’ascolto così come Messaggi di luce di una giovane suora a un giovane prete predispongono all’amicizia e all’amore. S’incontrano merli che ripropongono il tintinnio delle campane per far rivivere il “Monastero verde” o scheletri di dinosauri che «mangiavano gli arbusti sulle sponde del fiume Amu Darya».
Favole che anelano all’attesa di un tempo nuovo che è tempo già trascorso e tempo che trascorrerà.
«Abbiamo bisogno che non siano soltanto le parole a toglierci dalla monotonia di questa vita ma anche un paesaggio può ributtarti addosso una vita primitiva abbandonata da milioni di anni e farti sentire l’odore dell’infanzia del mondo». È terra e natura, è soprattutto poetica consapevolezza. Un guardare il mondo per quello che è e non per come viene descritto o raccontato. Soprattutto è lasciarsi attraversare. «Occhi pieni di spazi e di notizie con la capacità di comunicare discorsi prima che arrivino le parole».

Polvere di sole è una favola lunga 101 favole quasi come gli anni che ha compiuto lo scorso venerdì Tonino Guerra, novantadue. Auguri belli poeta.
Ma oltre alle 101 favole di Polvere di sole, c’è una favola vera e non conosciuta che ha come protagonista Tonino Guerra e l’Abruzzo. Mi svela questa bella storia Salvatore Giannella, il curatore di Polvere di sole, giornalista (ha diretto L’Europeo e Airone dei tempi eroici) e scrittore (Enzo Biagi, Consigli per un paese normale, Rizzoli), oltre che amico di lunga data di Tonino Guerra.
Nei viaggi del poeta in sua compagnia c’è stato più volte anche l’Abruzzo.
Tonino, prima che una malattia interrompesse i suoi lunghi viaggi, aveva un grande amore per il Sud. È avido di storie di successo provenienti dalle Marche in giù e spesso concludeva i suoi interventi pubblici con l’appello: «Illuminiamo il Sud». E non una, ma più volte l’ho accompagnato nelle terre tra Tortoreto e Termoli. Ricordo la spedizione ad Atri per vedere “da vicino” i benefici che una scoperta archeologica aveva innescato in quel borgo: nonostante l’età avanzata, Tonino in quell’occasione, camminò a lungo e visitò quel luogo con studiosa curiosità.
Quando vi siete occupati l’ultima volta dell’Abruzzo?
L’ultima volta che abbiamo parlato dell’Abruzzo è stato per ricordare il terremoto che ha sconvolto l’Aquila. Eravamo riuniti nella giuria del Premio Rotondi ai salvatori dell’arte (un riconoscimento che prende nome dal soprintendente di Urbino, che nella Seconda guerra mondiale fu incaricato di dare ricovero e salvezza alle principali opere d’arte italiane, e che si assegna da 15 anni nel Montefeltro marchigiano) e ci chiedevamo che cosa poter fare per dare un segnale di solidarietà a quella popolazione. Fui incaricato di un sopralluogo. Con mia moglie Manuela arrivammo in un deposito nella piana del Fucino dove ci fecero vedere le “Madonne” terremotate, decine di opere sacre di grande valore rese irriconoscibili dalla violenza del sisma. Al ritorno, il giurato Tonino Guerra non ebbe esitazioni: «Dobbiamo restaurare quelle Madonne ferite dal terremoto».
Ha avuto un riscontro positivo quella decisione?
Ha avuto riscontri molto positivi. Con il circolo Legambiente Protezione civile beni culturali e la Direzione regionale del ministero per i Beni e le attività culturali organizzammo una mostra nella Rocca di Sassocorvaro dedicata alle “Madonne” terremotate e altre opere sacre, con l’indicazione della somma necessaria per il completo recupero di ognuna di esse. Delle 18 opere esposte, ben 10 sono state adottate da singoli cittadini, famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche per un totale di circa 63.000 euro e altre due sono in corso di adozione. Tutti i soldi sono stati impegnati, con il coordinamento dell’esperta Giovanna Di Matteo, delegata dall’Arcivescovo dell’Aquila, nel restauro in corso delle opere d’arte. 
Chi ha risposto positivamente all'appello?
Un’umanità varia. C’è lo stilista Ottavio Missoni, il primo a farsi avanti, che ha adottato la Trasfigurazione di Cristo, proveniente dalla chiesa di Santa Giusta. Michelangelo Rossi, che sotto le macerie dell’Aquila ha perso la figlia, l’ingegnere aerospaziale Michela. L’amministrazione comunale e la popolazione di Sassocorvaro con in testa il sindaco, Antonio Alessandrini. Un noto imprenditore alberghiero di Pesaro e Urbino, il conte Alessandro Pinoli Marcucci. Il Distretto Lions 108/A, che ha adottato la Maddalena penitente dalla chiesa di San Flaviano. Una famiglia di restauratori di Aramengo, in provinica di Asti, la famiglia Nicola, che ha permesso il recupero totale del Ritrovamento della vera croce di Giulio Cesare Bedeschini dalla chiesa di San Francesco di Paola, è stata anche promotrice di una raccolta fondi in Piemonte che ha mosso altri cuori generosi, persino dal lontano Lussemburgo.
Tonino Guerra può essere dunque soddisfatto per il risultato ottenuto.
Contento lo è, ma vuole fare di più. Tutti sappiamo quanto sia importante la bellezza per l’Italia, virtualmente, la prima potenza culturale del pianeta Terra, per questo ripete il suo messaggio come n mantra: «Chi salva anche una sola opera d’arte, salva la bellezza».



23 gennaio 2012

La ferita della Shoah e i campi di concentramento in Abruzzo


«L’Abruzzo vanta il poco lodevole primato di essere la regione nella quale, durante la seconda guerra mondiale, il regime fascista istituì il maggior numero di campi di concentramento, ben 15, oltre a diverse località d’internamento libero». E ancora, «Fin da quando, nel 1994, appresi dell’esistenza dei campi di concentramento nella mia provincia, in seguito alla visione della mostra “Anni di Guerra. Teramo 1943-1944. Fascismo Resistenza Liberazione”, e iniziai le ricerche per la mia tesi, ho dovuto constatare come nel nostro paese, e nello specifico nella nostra regione, non esista un’adeguata politica della memoria». Sono rispettivamente l’incipit e la conclusione del saggio dello storico Costantino Di Sante, “I campi di concentramento in Abruzzo”, contenuto nel volume “I campi di Concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945)”, (2001, Franco Angeli).
In quegli stessi anni e più precisamente il 20 luglio del 2000 il Parlamento italiano istituisce il “Giorno della Memoria”. Così recita il primo dei due articoli di cui è composta la legge: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».
Dal 27 gennaio 1945 sono trascorsi sessantasette anni. E ancora oggi è vivo e sanguina nel cuore di ogni essere umano pensante, lo stesso, indimenticabile, dolore struggente che provarono i primi soldati dell’“Armata Rossa” che oltrepassarono i cancelli di Auschwitz. Quelle immagini sono immagini che dobbiamo portare sempre con noi. Ci appartengono perché appartengono al genere umano. Quel crimine è stato commesso contro ognuno di noi. Contro ognuno dei nostri figli. La “Shoa” che in ebraico significa disastro, catastrofe, ha segnato un punto di non ritorno nella Storia, per questo motivo abbiamo il dovere di alimentare e custodire la memoria. Tutto è utile perché ciò avvenga. Le parole, l’arte, il cinema, la musica, le canzoni.
«Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento, Ad Auschwitz c’era la neve il fumo saliva lento, nel freddo giorno d’inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento». Sono le prime strofe di Auschwitz, forse “la” canzone di Francesco Guccini, un nome che dice tutto senza dover aggiungere nulla.
Furono dunque quindici i campi di concentramento istituiti in Abruzzo durante la seconda guerra mondiale, con caratteristiche e internati diversi. A Casoli, Nereto, Notaresco, Tortoreto stazione e Tortoreto Alto furono destinati ebrei di nazionalità tedesca mentre nel campo di Lama dei Peligni e in quello di Civitella del Tronto, ebrei di varia nazionalità. Nell’asilo infantile “Principessa di Piemonte” di Chieti «sudditi appartenenti a stati nemici, in prevalenza inglesi e francesi». A Istonio Marina (Vasto) gli antifascisti italiani. A Lanciano l’unico campo femminile e tra le internate c’era Maria Eisenstein che con “L’internata n.6”, «ha lasciato l’unica testimonianza diretta di un campo di concentramento fascista». A Tollo i comunisti jugoslavi mentre a Città Sant’Angelo i cittadini dalmati. Nella Badia Celestina di Corropoli irredentisti slavi e comunisti italiani. Nella Basilica di San Gabriele i cinesi e infine a Tossicia famiglie di zingari. L’autore di questo studio è Costantino Di Sante che collabora con l’Università di Teramo ed è ricercatore presso l’Istituto Storia Marche.
Sono trascorsi dieci anni dalla pubblicazione del libro “I campi di concentramento in Italia”, ci sono nuovi materiali per alimentare la memoria di ciò che accadde in Abruzzo?
Quel libro fu il risultato di una delle prime ricerche sul tema, non solo in Abruzzo, da allora diverse pubblicazioni sono state realizzate sulla storia dell’internamento fascista. I campi del duce di C.S. Capogreco e I sassi e le ombre di G.Orecchioni sul campo di Lanciano, sono due preziosi esempi. Anche la mia ricerca è proseguita, ad esempio su alcuni aspetti biografici degli internati relegati in Abruzzo e sul riutilizzo delle strutture dopo la fine del conflitto mondiale e sui campi istituiti nelle Marche. L’emergere di nuovi documenti e testimonianze, potrà chiarire alcuni aspetti fondamentali: il rapporto tra i reclusi e la popolazione locale, il contributo dato dagli ex internati alla Resistenza e le responsabilità italiane nella deportazione verso i lager nazisti. Affinché non si dimentichi che la distruzione degli ebrei d’Europa riguarda anche noi italiani e abruzzesi, ritengo indispensabile che le istituzioni locali e il mondo della scuola continuino a porre l’attenzione su questi temi. Anche per questo sto lavorando a una nuova opera monografica che affronta i comportamenti e le scelte di coloro che furono coinvolti in questa storia.
Ci può dare qualche anticipazione.
Innanzitutto la ricerca è stata ampliata includendo anche le vicende che interessarono i prigionieri di guerra che si trovavano nei campi di Fonte d’Amore a Sulmona e Avezzano. L’intento di questo nuovo libro è offrire una mappa aggiornata dei comuni d’internamento, dei principali luoghi di partenza e di destinazione dei deportati. Si affronta inoltre la spinosa questione del collaborazionismo. Perché ci furono abruzzesi che aiutarono, mettendo a rischio la propria vita, e solidarizzarono con gli internati, ma vi fu anche chi ebbe nei loro confronti un comportamento razzista e antisemita e, dopo l’8 settembre 1943, partecipò alla loro deportazione o li denunciò ai nazifascisti. Occuparsi anche della storia dei carnefici è indispensabile per poter meglio capire come e perché si è arrivati ad Auschwitz. 
Nella parte finale del suo saggio, “I campi di concentramento in Abruzzo” sosteneva che «i risultati sono ancora insufficienti perché possa affermarsi l’esistenza di un’adeguata politica della memoria». L’istituzione della “Giornata della Memoria” è stata una vera svolta in questo senso?
“La Giornata della memoria” ha certamente contribuito a dare maggiore visibilità alle vicende legate alla Shoah. Ma la legge, non includendo anche le responsabilità del regime fascista, non ha permesso una riflessione più profonda e completa su come, anche nel nostro Paese, dalla persecuzione dei diritti degli ebrei si è passati a quella delle vite degli stessi. Ciò invece avviene in Francia, dove il 17 luglio ricordano la deportazione degli ebrei di Parigi avvenuta nel 1942, mettendo in risalto le responsabilità dei collaborazionisti francesi e del regime di Vichy. In poche parole, anche per la mancanza di un giorno della memoria sulla deportazione dall’Italia, i campi di concentramento in Abruzzo, ancora oggi, stentano ad essere riconosciuti come luoghi di storia.


1 gennaio 2012

I napoletani, Francesco Durante


Il rapporto tra Napoli e l’Abruzzo è un rapporto solido e antico di oltre settecento anni, così come solido è anche il rapporto di Francesco Durante, (autore de “I napoletani”, Neri Pozza, € 17,00), con Torricella Peligna, la terra che ha dato i natali al papà di John Fante, oggi celebrato scrittore americano, di cui lo stesso Durante è uno dei migliori traduttori. Consiglierei di leggere questo libro partendo dalla fine, dalla postilla. Perché qui, in poche pagine Durante si svela qual è realmente: un concentrato d’intelligenza e un raffinato intellettuale del nostro tempo. È utile partire dalla postilla perché si capisce subito che le trecentotrentasei pagine che attendono di essere lette non sono il frutto di un capriccio estemporaneo ma il risultato, per fortuna sempre aggiornabile, di una riflessione ampia che non lascia spazio all’improvvisazione. Come nel suo precedente e fortunato libro dedicato a Napoli, “Scuorno”, Durante avverte l’esigenza di saldare un debito nei confronti della città partenopea. Debitore di bellezza innanzitutto che è capace di restituire con grande generosità. È quasi un rapporto fisico, oserei scrivere erotico, quello che Durante stabilisce con le parole per descrivere l’unicità e l’universalità di Napoli. Un erotismo che avvolge e s’impossessa della tua persona come quando si è davanti a un’opera d’arte. La vera maestria è qui nella capacità di raccontare da innamorato per far innamorare. Così come nella descrizione minuziosa di un quadro del gallese Thomas Jones che raffigura un semplice muro napoletano, con la stessa dovizia di particolari è capace di analizzare il testo di una canzone, scomponendolo fino alla sua riduzione ultima fatta di singole parole poste una accanto all’altra. Una scrittura senza infingimenti che non si esime dall’esprimere giudizi anche impietosi. La lingua dunque come identità stessa dei napoletani così come la fame, uno degli elementi fondanti della napoletanità. Una scrittura avvolgente che è un saggio su Napoli e i napoletani, scritto come se fosse un romanzo. E ancora consigli di lettura, con titoli, autori e data di pubblicazione. Ma soprattutto c’è l’amore che si appalesa con le sembianze di Gaetano. Una vita sbandata, sospesa tra droga e carcere. Poi il lavoro in favore degli zingari fino all’incontro che gli cambia la vita e gli spalanca le porte della Mostra del Cinema di Venezia. La storia di Gaetano, come la storia narrata in questo libro, è una storia d’amore e insieme una storia di speranza. Un vero regalo di Natale. Di un Natale prima della globalizzazione, «quando il bambino era un bambino e se ne andava a braccia appese, voleva che il ruscello fosse un fiume…» scriverei se fossi Wim Wenders.

Nel suo ultimo libro, “I napoletani”, narra le storie di molti uomini. Tra questi l’uomo che meglio rappresenta l’Italia nel mondo in questo tempo difficile che abitiamo, il presidente Giorgio Napolitano. Ne svela un aspetto poco noto.
Parlo della sua opera di poeta sotto lo pseudonimo di Tommaso Pignatelli. Scrive in napoletano, ma in un napoletano estremamente ricercato, nutrito di umori antichi, con un lessico raro, piuttosto impervio e di squisita eleganza. Mi pare un caso straordinario, uno dei pochissimi, in cui all’esercizio della funzione politica e/o istituzionale si accompagna una cultura autentica.  

Il libro si apre con un omaggio, che oggi possiamo considerare anche come un commiato, a Giorgio Bocca e al suo libro “Napoli siamo noi”. Il giornalista, partigiano, morto nel giorno di Natale. Quel titolo può essere una sintesi perfetta del suo libro?
Potrebbe. Temo però che Bocca usasse quel titolo non per esaltare Napoli, ma considerandola un cancro che ormai, a suo parere, aveva contaminato l’intera nazione. No, in quel libro non c’era davvero il Bocca migliore.

Gli abruzzesi hanno un rapporto molto particolare con Napoli così come lei con l’Abruzzo. Ha curato la raccolta dei “Romanzi e racconti” di John Fante per la prestigiosa collana de i “Meridiani” Mondadori. Il grande autore americano originario di Torricella Peligna.
Per 700 anni l’Abruzzo è stato parte del Regno di Napoli prima, e del Regno delle Due Sicilie poi. Per secoli L’Aquila è stata una delle più grandi città del regno. Anche dopo l’Unità, moltissimi napoletani illustri erano in realtà abruzzesi: pensi a Benedetto Croce. In effetti, la storia non si cancella. E, se è per questo, nemmeno la lingua: quella abruzzese è, in fondo, una variante del napoletano.

Nell’introduzione a “La confraternita dell’uva”, l’ultimo romanzo di Fante da lei tradotto, Vinicio Capossela scrive: «Quando anche i Santi ti voltano le spalle, ti resta John Fante». Una scoperta forse tardiva la letteratura di Fante ma che, grazie anche al suo contributo, si sta affermando con forza in questi ultimi anni.
È la scoperta di una semplice verità: il fatto che tra letteratura e vita non c’è poi tutta questa distanza. Se dovessi definire con un solo aggettivo l’opera di Fante, la definirei per l’appunto vitale.

In queste pagine Fante svela l’anima più profonda della provincia italiana, quella dei cafoni siloniani o dei pastori dannunziani per restare al solo Abruzzo, la terrà da dove partì all’inizio del secolo breve, Nick Fante, il papà di John.
È grazie a scrittori come Fante che abbiamo una testimonianza di prima mano sul mondo e sui sogni della gente umile del popolo. C’è stato bisogno della mediazione americana perché questo si realizzasse. Lei se l’immagina, nell’Italia di fine Ottocento o di primo Novecento, un importante scrittore figlio di genitori praticamente analfabeti? Sarebbe stato semplicemente impossibile. 

“Il Dio di mio padre” è il festival letterario, con la direzione artistica dell’ottima Giovanna Di Lello, che Torricella Peligna dedica ogni anno, da sei anni, alla figura di John Fante. Lei è sempre presente. 
Sono molto felice di esserci, e molto onorato del fatto che continuino a invitarmi. Torricella è un posto speciale. C’è un grande calore umano, un’autenticità unica. Devo dire che Giovanna è molto brava. Inoltre, e in tempi di casta fa piacere dirlo, Tiziano Teti è un sindaco di eccezionale sensibilità.

Quanta abruzzesità, o italianità, c’è ancora da scoprire nei libri di John Fante?
Forse sembra strano che a dirlo sia proprio io, che ho appena scritto un libro sull’ identità – più supposta che reale, più indotta che atavica – dei napoletani. Diciamo così: per me concetti come la napoletanità, o l’abruzzesità, o l’italianità, oggi possono essere armi a doppio taglio. Quasi dei recinti in cui possiamo decidere di isolarci creando falsi miti e covando l’odio per chi è diverso da noi. Credo che il bello, con gente come Fante, consista nella capacità di aderire al mondo delle origini per quelli che sono i suoi valori di profonda umanità. È così che la sua opera diventa un regalo per tutti. Poi, naturalmente, gli abruzzesi possono essere contenti di riconoscersi nei libri di Fante o, meglio, nella figura di suo padre Nick. Ma ciò che rende bello e vitale tutto questo non è l’abruzzesità. Direi, piuttosto, che sia l’amore.


12 dicembre 2011

Claudio Magris: «Dal malore civile una nuova Europa»


Claudio Magris ricorda con affetto l’estate del 1955 quando con il suo amico abruzzese Giovanni Gabrielli, percorre a piedi l’Abruzzo. Il Gran Sasso, Campo Imperatore, Assergi, L’Aquila. E poi l’estate successiva alla scoperta della Montagna Madre, la Majella. Ma andiamo con ordine. Livelli di guardia (Garzanti, 208 pp, € 18,00) è l’ultimo libro di Claudio Magris, una raccolta di articoli pubblicati a partire dal 22 giugno 2006 e fino al 9 settembre 2011. Pensieri, note, riflessioni, che pur scaturendo da accadimenti del quotidiano mostrano di reggere il confronto con il tempo che passa e hanno un valore che va aldilà e oltre il tempo stesso in cui sono state concepite. L’alluvione di Genova di questi ultimi giorni dell’anno, testimonia infatti che in Italia il livello di guardia è stato ampiamente superato non solo nella vita sociale e civile. E le parole pronunciate da Claudio Magris, ospite in tv da Fabio Fazio, diventano anche per questo motivo una sintesi possibile ed estrema di questo suo lavoro: «Sono saltate le elementari regole di comportamento, è andata in crisi una virtù fondamentale: il rispetto». Ognuno di questi brevi saggi insegna sempre qualcosa di nuovo; citazioni, rimandi, affinità che emergono e si staccano dalla pagina per  trasformare brevi commenti in piccoli capolavori di filosofia, storia, costume. In queste pagine ci sono i capisaldi della cultura classica, i grandi autori della letteratura, i pensatori. Gli uomini che hanno costruito parola dopo parola, pensiero dopo pensiero, l’immaginario collettivo con il quale ci confrontiamo e  guardiamo il mondo. «Note civili», recita il sottotitolo, merce ormai rara, rarissima, nella società del consumo, fine a se stessa, che abitiamo. Tanti gli argomenti trattati, molti dei quali riguardano direttamente la vita nel nostro Paese, la nostra stessa convivenza civile. Fa ricorso a Jürgen Habermas, il filosofo più autorevole in Germania, per introdurre il tema di un nuovo patriottismo della Costituzione, destinato a diventare uno degli argomenti centrali del prossimo futuro. E come non pensare agli attacchi scriteriati e senza prospettiva che in questi ultimi anni forze politiche «estranee al travaglio che ha generato la nostra storia conflittuale ma comune» hanno sferrato, senza riuscirci per nostra fortuna, alla Carta Costituzionale? Magris guarda oltre il proprio piccolo recinto, in questo caso attinge alla cultura tedesca di cui è uno dei più apprezzati studiosi, e contribuisce alla ricerca di un’idea condivisa e universale di valori fondanti per una nuova società. Com’è per esempio per i temi eticamente sensibili. Il valore e il senso stesso della vita e della morte, prima di tutto.
Nel libro non è mai citato Silvio Berlusconi che con i suoi comportamenti, pubblici e privati, è però certamente uno dei grandi protagonisti di queste riflessioni. In questo senso illuminante è il capitolo “La rara arte di uscire di scena”. Qui Magris fa ricorso al padre della lingua italiana per esprimere al meglio il suo pensiero: «Il monito dantesco a saper “calar le vele e raccoglier le sarte” è assai poco ascoltato, particolarmente nel mondo della politica italiana, nel quale nessuno esce di scena, se non quando vi è proprio costretto a forza dalla comare secca».

In appendice a “Livelli di guardia” c’è il discorso che ha tenuto in occasione del conferimento del Friedensreis des Deutschen Buchandels, nella Paulskirche di Francoforte. Un discorso che in parte riassume molti dei temi di cui scrive nel libro. «Dell’universalità della guerra» e di come crediamo che essa sia inevitabile.
Volevo esprimere due pensieri che sono anche risvolti di una stessa medaglia e che mi stanno molto a cuore. Da un lato l’illusione che le guerre siano state già tutte superate. Un eccesso d’ingenuità perché sottovalutando un pericolo lo si rende ancora più forte. Non dimentico il discorso di un anziano leader nord-vietnamita che diceva «il pericolo per noi più insidioso è l’abitudine a considerare la guerra necessaria come la vita». In questo senso siamo tutti ciechi conservatori, abbiamo difficoltà a credere che le cose cambino. Anche quando è caduto il Muro di Berlino gli stessi tedeschi che lo stavano abbattendo non pensavano che tutto potesse finire in poco tempo. Due o tre giorni dopo il Muro non c’era più.

Lei vede l’Europa come una possibile ancora di salvezza a patto che l’Europa si apra alle culture dei nuovi europei.
Sono un patriota europeo nel senso che il mio sogno è un’Europa vero Stato federale. E lo sono per una ragione molto pratica, i problemi che abbiamo davanti a noi sono europei. Pensi all’immigrazione, è ridicolo avere leggi diverse in Europa così com’è ridicolo avere leggi diverse a Firenze o a Trieste. Una catastrofe che colpisce Milano investe anche Trieste. Basta con la febbre identitaria delle piccole patrie perché è soltanto una caricatura. Viviamo un momento di estrema debolezza dell’Europa, bisogna essere pessimisti con la ragione, come diceva Gramsci, ma ottimisti con la volontà.

Il valore della vita e il senso stesso della vita pervadono il suo ultimo lavoro. Non poteva non affrontare il tema della Shoà, perché «la Shoà è nel nostro DNA».
La Shoà è stato un fenomeno mostruoso e simbolo di un male assoluto. Bisogna capirne le ragioni storiche e sociali senza perder di vista il suo terribile primato nella sofferenza. La Shoà però non è l’unica barbarie della storia e non può farci dimenticare le altre angherie, il tremendo primato nella sofferenza non significa e non può significare monopolio della sofferenza.

Ha ottenuto tanti importanti riconoscimenti per il suo lavoro. Negli ultimi anni il suo nome è sempre tra i possibili vincitori del Nobel per la letteratura. Come vive questa condizione?
Non esistono candidati al premio Nobel, i nomi di cui si scrive e si parla sono semplicemente i nomi che i broker londinesi esibiscono per far crescere il mondo delle scommesse ed escludo nel modo più assoluto che tali nomi possano essere il risultato di indiscrezioni. L’Accademia svedese può giudicare bene o male ma escludo che faccia circolare nomi di presunti candidati. Riguarda me ma anche gli altri. In ogni caso qualunque riconoscimento lo si accetta sempre con piacere. Sono sempre dei doni.

Ha un buon rapporto con l’Abruzzo e gli abruzzesi?
Nel 1955 ho percorso a piedi l’Abruzzo con un mio amico che aveva delle prozie ad Ancarano, il professor Giovanni Gabrielli che incontro proprio stasera a Trieste per bere una birra in amicizia. Prima la “Montagna dei Fiori” dove abbiamo anche dormito con i pastori e quando attraversavamo i piccoli paesi dell’entroterra gli abitanti c’invitavano spesso a pranzo o a cena. Mi ricordo che in ogni piccolo paese la gente si chiedeva chi fossimo, e la risposta, che proveniva dai più informati, era sempre la stessa: sono tedeschi dell’Alta Italia. Gran belle passeggiate. Poi il Gran Sasso, Campo Imperatore, Assergi per finire a L’Aquila. L’anno successivo, nel 1956, la comitiva diventò più grande e il gruppo diventò di quattro persone. L’obiettivo da raggiungere era la Majella. Ricevemmo un’ospitalità meravigliosa dappertutto e in particolare a Guardiagrele. Sempre quell’anno a Lama dei Peligni ci spacciammo per speleologici triestini di una fantomatica e inesistente rivista, “Specus”. Ho perciò dei bellissimi ricordi legati all’Abruzzo.


9 dicembre 2011

Paz, Grossman, Melchiorre e Hughes, regali da leggere...


Un bel regalo, per voi, per i vostri figli o per i figli dei vostri amici è Che Pazienza (Gallucci, libro+dvd, € 12,00) di Andrea Pazienza. Avventure animate pensate e disegnate dall’indimenticabile Paz. Un leone blu, un elefante rosa, una giraffa, un pappagallo, una tapira, un orso, dei polli e una pulce agiscono a Pazcity e mettono in scena sei storie fantastiche insieme ironiche e molto educative. Da “Gigione non si lava” a “Rifiuti urbani” che termina con uno slogan utile anche per le nostre città reali, «Fu così che tutti infine capirono il trucco: differenziare e riciclare…e la spazzatura scompare». E poi ancora “Cunicoli e tombini”, “Le ombre della città”, “Polletti in bicicletta”, per finire con “Segnaletica nel caos” che ci ricorda l’importanza del rispetto delle regole. Un’ora tutta da godere con la «simpatica combriccola» messa insieme da Paz e poi ancora il libro da leggere e da rileggere, perché Paz, un “diamante” unico nel panorama del fumetto italiano, ha sempre riconosciuto un ruolo importante alle parole nei suoi disegni. Chi, al contrario, delle parole fa il suo unico strumento di trasmissione del pensiero è David Grossman, che con Storie per una buonanotte (Mondadori, 96 pp., € 15,00) consegna a genitori e figli due favole, molto ben illustrate da Katja Gehrmann e Giulia Orecchia, che allieteranno i sogni di molti. «[…] il momento della storia-della-buonanotte crea una specie di bolla di vicinanza e tenerezza nella quale le tensioni possono dileguarsi, svanire, e i due complici della storia – il genitore e il bambino – hanno l’occasione di raggiungere un luogo primario e profondo dentro di sé, e anche dentro il legame fra loro». Le parole di David Grossman nella postfazione ai due racconti, “Buonanotte giraffa” e “Un milione di anni”, storie da leggere e da guardare, che aiutano a riflettere e dalle quali si può imparare molto. Così come si può imparare molto dal lavoro di Roberto Melchiorre, Manga e il fantasma dell’abate Leonate, (Edizioni Le matite colorate, 80 pp., € 9,50). Con un interessante intreccio narrativo Melchiorre riesce a raccontare contemporaneamente una favola e a parlare, con cognizione di causa, della storia architettonica di uno dei gioielli più preziosi del patrimonio artistico abruzzese, l’abbazia di Castiglione a Casauria. «Domani pomeriggio andremo a visitare l’Abbazia di San Clemente a Casauria, disse il papà quando la cena era appena iniziata. “Uffà”, sbottò Alice, […] Tuo padre ha avuto un’ottima idea, […] anche perché l’Abbazia è stata riaperta proprio di recente, dopo il restauro seguito al terremoto dell’aprile del 2009», e subito dopo incontri un piccolo box colorato, come un post-it, che riporta i dati più significativi del terremoto che ha colpito L’Aquila e il suo territorio. Favola, cultura e informazioni, ingredienti ben dosati che fanno leggere il lavoro di Melchiorre, ben illustrato dalla mano di Marta Monelli, come una piacevole conferma della sua bravura anche come insegnante. E a un bravo insegnante deve sicuramente la sua fortuna, come persona prim’ancora che come scrittore, Gregory Hughes che con Sganciando la luna dal cielo (Feltrinelli, 272 pp., € 15,00) suo libro d’esordio è stato insignito del Booktrust Teenage Prize nel Regno Unito. Un’infanzia turbolenta conduce Hughes in un’adolescenza ancor più traumatica che lo porterà a conoscere le stanze di un riformatorio e sarà proprio l’incontro con un bravo insegnante la sua ancora di salvezza che farà emergere anche il suo talento letterario. La storia narrata è quella di due fratelli, Marie-Claire e Bob, che vivono una vita relativamente tranquilla a Winnipeg, piccolo paese del Canada. Un giorno, tornando da scuola scoprono di essere diventati orfani e decidono di abbandonare il loro piccolo mondo per trasferirsi a New York e cercare uno zio, fratello del padre appena defunto. Arrivati nella grande mela incontrano un mondo a loro sconosciuto che riserverà tanti colpi di scena e un finale sorprendente da leggere tutto d’un fiato.


9 dicembre 2011

Da Veronesi a Gurrado, da Mazzuccato a DWF, letture per piacere


Quattordici racconti riportano in libreria uno dei vincitori del Premio Strega, Sandro Veronesi che con Baci Scagliati Altrove (Fandango libri, 192 pp., € 13,00) arricchisce la sua produzione letteraria con una gemma autentica. Profezia, il primo della raccolta, è infatti un racconto perfetto. Cinque punti, o punto fermo per gli amanti della grammatica italiana, tutti concentrati tra la prima e la seconda pagina. Poi dodici pagine senza. Alla dodicesima il sesto punto e poi nulla più fino alla fine. Il suono delle parole lo senti in bocca prim’ancora che nella testa e l’accostare di una parola all’altra come fossero note musicali trasforma Profezia in un’opera che è sì un racconto fatto di parole ma anche un testo musicale, una preghiera laica, un’orazione civile. Una richiesta di aiuto. Una letteratura che parla della vita, fatta di scrittura, che lascia un segno indelebile nella coscienza di ognuno di noi. «[…] tuo padre ti ringrazierà e ti chiederà di sdraiarti accanto a lui, e ti prenderà la mano, e si raccomanderà che le sue ceneri - che in quel momento, chissà perché, chiamerà sabbie - vengano sparse in mare nello stesso punto in cui pochi mesi prima avete sparso quelle di tua madre, e tu di colpo capirai - finalmente -, capirai cosa intendeva quando ti chiedeva disperato di portarlo via…». Come fosse un cd il libro contiene un’extra. Un quindicesimo racconto, opera di David Foster Wallace, Amore. La reiterazione di nomi propri e l’utilizzo quasi onomatopeico delle parole fa di questo racconto una trasposizione della realtà il cui risultato finale e una realtà più reale della realtà stessa. In poche pagine DFW tratteggia un universo. Una vita nella vita che ti vien voglia di continuare a leggere all’infinito. Non sono poche invece le pagine de Il re pallido (Einaudi, 716 pp., € 21,00) in cui Michael Pietsch, curatore del libro, con un lungo e certosino lavoro ci restituisce l’ultima opera alla quale ha lavorato David Foster Wallace. Pagine che tolgono il respiro, tracce di un romanzo incompiuto del quale Pietsch, editor storico e amico personale di DFW, ha colto il senso e lo ha fatto ri-vivere per tutti.
Di tutt’altro genere è invece Lo svizzero, (Giraldi, 224 pp., € 13,00), di Francesca Mazzuccato. La storia di un’incontro, avvenuto casualmente, tra un uomo e una donna che intraprendono un viaggio di conoscenza reciproca in cui passione e desiderio danzano pericolosamente sull’orlo di un abisso. Con un linguaggio diretto e non edulcorato la Mazzuccato si conferma scrittrice di gran vaglia capace di tenere incollato il lettore alla pagina scritta per molte e molte pagine. «È una Zurigo scomposta, quella di questa zona. Così vera e meno ordinata ma con la perfezione della vita che sporca e macchia. Bella in modo letterario e vivido. C’è il mondo […] Avevo indossato maglia casta senza scollatura, ma un giovane pakistano ha insistito per offrirmi da bere. “Nein danke” anche a lui, basta essere tranquilla, rispondere, non mostrare ansia, penso sempre. Poi, sulla porta un uomo più anziano mi ha chiesto: “Machen sie sex? Geld?” Al mio no, si è talmente scusato poverino che, non ti dico, che l’avrei fatto entrare :-)».
“Last but not list” un bel libro capace di far vivere ore meravigliose al bambino che è in ognuno di noi. Con Anticipi, posticipi (Pequod, 192 pp., € 14,00), Antonio Gurrado e Francesco Savio raccontano «dell’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo» con ironia rara e una capacità espressiva che ammalia. Quando ho iniziato a seguire il calcio, la televisione era in bianco e nero e il massimo che offriva agli abbonati era la visione di un tempo, in differita, di una partita del campionato di calcio di serie A su rai due subito dopo la fine di “Novantesimo minuto” trasmesso da rai uno. Rai tre non era neanche un’idea e il logo della rai non era una farfallina. In quegli anni un libro come questo nessuno avrebbe potuto nemmeno immaginarlo. È perciò un libro figlio di una suggestione mutuata dalla tv contemporanea, unica, vera, proprietaria del calcio di oggi. Ma l’unico punto di contatto con la televisione è confinato proprio nel titolo perché all’interno troverete tutt’altro. Il calcio, quello giocato, quello vero. La letteratura, il cinema, i calciatori e in alcune pagine perfino il profumo dell’erba appena tagliata. Troverete la vita. «Scrivo nell’intervallo, senza nemmeno attendere il risultato finale, perché l’uomo del giorno è lo stesso di sessant’anni fa: Joe Gaetjens, l’haitiano con la maglia degli Stati Uniti che a Belo Horizonte segnò (in netto fuorigioco, ma allora non usava protestare) la rete della storica vittoria per 1-0 sui maestri inglesi».






18 novembre 2011

L'angelo di Benni a Pescara

Stefano Benni inaugura la nona edizione del Festival delle letterature dell’Adriatico ammaliando il pubblico presente all’Auditorium Petruzzi di Pescara che alla fine della serata gli tributa un lungo e calorosissimo applauso.
Le premesse per una serata d’eccezione c’erano tutte. Un grande autore e soprattutto un libro che resterà. «La traccia dell’angelo è un libro giovane, in circolazione da poco. Non è facile parlare di un libro uscito da poco più di un mese perché come scrittore ma anche come lettore ho bisogno di prendere un po’ di distanza dai libri. Ritengo che l’unico criterio vero di valore sia verificare se questo libro dura nel tempo». Non si può leggere nel futuro per sapere se “La traccia dell’angelo” (Sellerio editore) durerà a lungo nel tempo ma certo si può affermare che è materiale pregiato da ascrivere alla letteratura. Una favola popolata e attraversata da tante e diverse maschere con un finale, come nella migliore tradizione della buona letteratura, tutto da scoprire e che è già un nuovo inizio. 
«Nei miei libri ho spesso affrontato il tema del dolore e il tema della sofferenza e questo libro parla appunto di sofferenza. Scritto in un periodo di sofferenza anche personale che oggi è dietro alle mie spalle anche se io credo che non si guarisca mai del tutto dalle malattie dell’anima. Si porta sempre la propria ombra dietro, poi un po’ alla volta si comincia ad affiancargli qualcosa di più luminoso, qualcosa di positivo e di allegro e si va avanti»
Una favola che ci pone di fronte al tema del dolore e della sofferenza senza infingimenti e senza ipocrisie. Dolore e sofferenza spesso rimossi dalla nostra società, concentrata piuttosto a promuovere forza fisica e vigoria dei corpi come unico modello possibile. Una favola che è popolata da angeli. Angeli che preferiscono la terra al cielo ed essere uomini tra gli uomini. Gadariel e Elpis, un uomo e una donna, angeli non asessuati.  
«Quando siamo sofferenti invochiamo un aiuto, qualcuno che ci porti fuori da questo momento doloroso e che ci riporti in quello che chiamiamo il mondo dei sani. Anche se poi sappiamo bene che il mondo dei sani non esiste. Esistono periodi della vita in cui ci sentiamo bene. In questi momenti noi invochiamo un angelo. I credenti invocano un angelo della tradizione religiosa, i laici, come me, invocano comunque un angelo ma che è una notizia, una vicinanza. Qualcuno che arriva, ci prende per mano e ci porta fuori dalla sofferenza. Può essere un amico, un amore, un medico, una radiografica che fa sparire le nostre paure, una notizia, qualcosa che cui fa uscire dalla situazione di difficoltà».
Una favola che parla di sofferenza è una favola che parla anche di ospedali e di medicine, anzi per essere più precisi di «mercanti di medicinali».
Una favola capace di cambiare registro più volte e sfiorare, in alcune sue pagine, la poesia. Anche per queste ragioni la scrittura di Stefano Benni è evocativa. Non aleggia solo spirito degli angeli ma anche la musica, le canzoni, altri autori. E così quando Giobbe, il papà di Morfeo che è il protagonista della narrazione, riceve la lettera di licenziamento dalla fabbrica dove lavora non si può non pensare, leggendo le struggenti parole che Benni dedica all’argomento, a un’altrettanto struggente atmosfera evocata in una canzone di Enzo Jannacci, “Vincenzina e la fabbrica”, «Vincenzina hai guardato la fabbrica, come se non c’è altro che fabbrica e hai sentito anche odor di pulito e la fatica è dentro là...». 
E aleggia lo spirito di Italo Calvino che in uno dei frammenti più belli del libro, che è anche l’unico brano che Benni legge al pubblico di Pescara, sembra essere accorso in aiuto dell’autore. Un brano che chiude uno dei libri più belli di Calvino, “Le città invisibili”. Parole di attesa e di speranza.
«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».


14 novembre 2011

Dove eravate tutti, Paolo Di Paolo


«[…] tutte le altre notizie terribili che arrivano, continuano ad arrivare e però non ci frenano, ci lasciano correre. Finché non riguardano noi». Parlano della velocità e della distrazione del nostro tempo le prime pagine del libro di Paolo Di Paolo. Pagine che precedono la prima parte, una sorta di avviso ai naviganti per dire: io vi ho messo in guardia. Poi inizia la narrazione che non è ancora la storia che l’autore ci vuol raccontare ma l’involucro necessario, la cornice entro la quale inscrivere la vicenda degli ultimi dieci anni di vita italiana o dei primi dieci anni del nuovo millennio come sostiene Italo Tramontana il protagonista del romanzo. 
Di Paolo ci accompagna al cuore della narrazione per gradi. Prima introduce la famiglia di Italo, laureando in Storia contemporanea, e la vicenda che interviene a modificare la calma apparente che regna in casa Tramontana. Poi risveglia sentimenti, passioni e pensieri comuni a tutti. «Io non so più cosa significa essere innamorati da bambini. Se è una cosa vera, se è una cosa possibile. Però poteva accadere che una strana elettricità abitasse i nostri piccoli corpi: qualcosa come un’euforia interna. Fuori, si alzava una nebbiolina che copriva le cose e ci impediva di vederle per quelle che erano». La bambina dell’elettricità è Scirocco che è anche la persona a cui l’autore dedica il libro. A questo punto, ma non prima di aver introdotto un’altra figura importante per lo sviluppo degli accadimenti il nonno di Italo, irrompe e occupa il centro della scena il coprotagonista della storia: Silvio Berlusconi. «Ho undici anni […] Al governo c’è Berlusconi. […] Sono maggiorenne […] Al governo c’è Berlusconi […] La prima volta? L’esame di maturità? La visita di leva? (un anno prima che fosse abolita)? La laurea cosiddetta triennale? Governi Berlusconi II, III, IV. Mi sento di concludere che niente di decisivo nella mia vita fin qui è accaduto senza che ci fosse, da qualche parte Silvio Berlusconi. Questa non è una cosa bella, né una cosa brutta. È una cosa vera». Ha le idee chiare Italo Tramontana. Ciò che gl’interessa non è capire se Berlusconi sia (stato) una cosa bella o una cosa brutta, piuttosto pone domande. «Mi perdoni se entro nel campo personalissimo delle mie visioni, se non addirittura delle mie allucinazioni [...] L’Italia, per vent’anni, è stata una nave da crociera. Non le pare? Con i campi da golf, le balere, le discoteche, le piscine, il cinema, il piano-bar. La vacanza dev’essere cominciata con una cosa che, per età, non riesco a ricordare per memoria diretta. Ne hanno mandati in onda alcuni passaggi l’altra sera. Si chiamava “Colpo grosso”, lo trasmettevano su Italia7, gestione Fininvest». Con poche ma essenziali parole il giovane laureando, che con questa lettera chiede la tesi di laurea all’Assistente (proprio con l’A maiuscola come scrive Di Paolo nel libro) del suo professore, inchioda ognuno alle proprie responsabilità. Dove eravate quando tutto ciò accadeva sotto i vostri occhi? 

Il suo libro ha anticipato di alcuni mesi ciò che sta succedendo in queste ore sotto i nostri occhi. Racconta la genesi del berlusconismo e insieme di come la “nave” sarebbe stata subito abbandonata. «La storia del Capo era già un capitolo sui manuali di storia. Al Governo sarebbero andati i difensori della democrazia, quelli della responsabilità nazionale».
È vero, e fa un po’ effetto constatarlo. Non che fosse una previsione difficile, ma assecondando la smania che ha il protagonista di storicizzare tutto, mi sono trovato a immaginare la fine di questa stagione politica. Eccola, forse, davanti ai nostri occhi. Ci precipita in una grande incertezza. Molti degli antichi sostenitori di Berlusconi – come avevo presagito – già corrono a riposizionarsi e a far professione di purezza. Fanno molta pena: non tanto per aver sostenuto Berlusconi, ma per come lo hanno abbandonato. 

Insegue la memoria di ciò che siamo stati negli ultimi anni, cerca di mettere ordine nella confusione e molteplicità degli eventi accaduti e, forse, riesce a dare un nome a questi anni senza nome.
È un azzardo: fare la storia del presente. O meglio, trattare come fonti d’archivio le notizie di ogni giorno. Ho inseguito lo spirito di questi anni – quello che solennemente chiamiamo lo spirito del tempo – come fosse uno spiritello. Infatti mi sfuggiva, si nascondeva. Se sono riuscito ad acciuffarne qualcosa non so. Certo la volontà di fare ordine, di capire è stata ostinata. 

Come nella migliore tradizione letteraria nel suo libro sono possibili più livelli di lettura. Dalla delicata storia del nonno di Italo, che corre parallela e quasi si giustappone alla narrazione, alla vicenda che vede coinvolto emotivamente il protagonista con Scirocco.
Al di là della trama o delle trame, mi piace l’idea che leggendo un romanzo si attraversino diverse temperature emotive. Così, raccontare la morte di un nonno o un amore strano e imprevedibile serviva non solo a fare da contrappunto alle vicende storico-politiche, ma proprio a riscaldare le pagine e il lettore. E forse anche me stesso.

Il disegno del furgoncino azzurro, un suo disegno, che accompagna il racconto della vicenda del nonno, ha un significato particolare?
È il mezzo con cui il nonno accompagnava Italo a scuola. Torna nelle pagine come l’unico mezzo di trasporto possibile per essere ricondotti nel cuore dell’infanzia. E segnala quei brevi capitoli dedicati a una misteriosa indagine che il padre di Italo sta conducendo intorno alle proprie radici e al proprio padre, che è appunto il proprietario del furgoncino.

Lei ha origini abruzzesi e anche il suo battesimo letterario è avvenuto in Abruzzo.  Il prossimo venerdì sarà ospite del Festival delle Letterature che si svolge a Pescara.
Mio nonno era di Civitella Alfedena, nel Parco Nazionale. Nel 2001 con Dacia Maraini ho scritto un testo per il teatro sui grandi scrittori che hanno raccontato l’Abruzzo, da Flaiano a Silone. Fu rappresentato per la prima volta al Festival di Gioia Vecchio, con la grande Franca Valeri. Poi ha continuato e continua a girare in Abruzzo e perfino all’estero con altri bravissimi attori.

Antonio Tabucchi nel recensire il suo libro per “la Repubblica” ha scritto: «É curioso notare come nonostante lo stantio ambiente culturale italiano, o forse proprio in reazione ad esso, la giovane letteratura italiana (intendo della generazione dei trentenni e dei quarantenni) sia una delle più nuove e vivaci d'Europa; una letteratura che se l'avessero i francesi e gli inglesi riuscirebbero a imporla nel mondo con la forza di un’esportabilità linguistica che noi non abbiamo». Un’esortazione a guardare meglio ciò che si pubblica nel nostro Paese e insieme il più bel complimento che poteva farle. 
Sì, sono parole che mi hanno emozionato. E al di là della lusinga personale, credo anch’io che ci sia molta vitalità nella letteratura italiana di oggi. Basta saper cercare: non è detto che sia tra i best-seller.


5 novembre 2011

La lunga notte dei mille, Paolo Brogi


«Mille. E ottantanove. Il più piccolo aveva undici anni, il più vecchio sessantanove. Di donne una sola. In battaglia ne morirono settantotto…Quarantotto erano analfabeti, dieci ebrei, in ventiquattro poi impazzirono, sedici si suicidarono…Tra il 1850 e il 1930 l’America Latina ha accolto quattordici milioni d’immigrati, di cui oltre dieci in Argentina. Tra loro c’era anche chi aveva combattuto per unire l’Italia», prima della prefazione e più di una dedica. Con queste parole Paolo Brogi introduce la storia di un gruppo di uomini che, guidati da uno dei migliori italiani di sempre, ha contribuito in maniera decisiva a costruire l’Italia unita e libera di oggi. Una storia di vincenti trattati come perdenti.
Il libro è costruito su più livelli temporali e su due narrazioni che si giustappongono. La storia di Edoardo Herter, medico, che sceglie di stabilirsi dopo l’Unità d’Italia in Patagonia, perché il Paese che ha contribuito a liberare e costruire «non esulta per i garibaldini», e la narrazione di ciò che accade in Italia osservata attraverso le vicende della nuova vita che tocca in sorte agli ex garibaldini. Politica e battaglia s’incontrano e si mescolano, facce di una stessa medaglia compresenti spesso nella stessa pagina. In fondo una scelta che rispecchia e rende onore e merito alla biografia umana e politica di Giuseppe Garibaldi, il Generale. L’Italia, il sogno di un Paese finalmente unito e libero e il Sudamerica e la liberazione del suo popolo. Garibaldi come Che Guevara, uomini che camminano a fianco della rivoluzione per la libertà dei popoli.
«Herter si è spinto in Patagonia per un apostolato civile, ha lasciato un paese che non esulta per i garibaldini, ha scelto un orizzonte lontano e ci è arrivato con il suo bagaglio di ferri e bisturi».
Paolo Brogi descrive attraverso singole storie e singoli avvenimenti un Paese, l’Italia, profondamente e intimamente ignorante e le vicende di uomini, gli ex garibaldini, costretti a sopportare ogni tipo di vessazione spesso per il solo fatto di aver indossato la camicia rossa. 
Eppure la storia sembrava destinata ad avere un epilogo diverso per “i mille” se lo stesso Garibaldi dopo la battaglia vinta a Calatafimi annuncia fiero: «Soldati della Libertà Italiana! Io contavo sulle vostre fatali baionette e, credete, non mi sono ingannato…Le vostre madri, le vostre amanti, superbe di voi, usciranno nelle vie colla fronte alta e radiante…Io segnalerò al nostro Paese il nome dei prodi che sì valorosamente condussero alla pugna i più giovani e inesperti militi…». Il Generale aveva in mente un progetto diverso da quello che si stava realizzando e di questo ben presto se ne renderà conto.
«I sabaudi fanno ripicche ai marinai di Garibaldi. E scelgono chiunque al posto di un ex camicia rossa. Il 26 ottobre 1860 Cavour ha telegrafato al conte Persano: “Mi duole manifestarle la mia disapprovazione per mezzo del telegrafo relativamente alle nomine che si sono fatte nella marina napoletana…». L’importante, pare, è escludere gente come Castiglia. Cavour si rammarica, ma non c’è posto per tipi come quello. Così ha dovuto accettare Copenhagen». Questa la sorte toccata a Salvatore Castiglia, primo marinaio di Garibaldi costretto a vivere ventisette anni a Odessa, sul mar Nero. Molti altri invece salparono per il Sudamerica in cerca di una nuova vita o anche per sfuggire ai fantasmi che avevano popolato le loro vite. Alcuni di loro fecero la fortuna di quelle terre così lontane dall’Italia, eppure così vicine.
«Il 24 settembre 1870, al Senato argentino, Bartolomeo Mitre ha detto: “Senza gli italiani non avremmo legumi…come il contadino di Virgilio, perché in fatto di orticoltura staremmo nelle condizioni dei popoli più arretrati della terra…». 
Luigi Pinciani è invece uno di quei pochi che ce la fa. Diviene sindaco di Roma il 16 novembre del 1872 e anche se resta al suo posto per soli due anni riesce a lasciare un segno nella città eterna. «Pianciani ottiene dal governo nove milioni per il Tevere, fa ripulire le facciate dei palazzi, asfalta strade, costruisce marciapiedi (ce n’erano solo al Corso e in via dei Condotti), abbatte duemila colonnette per agevolare la circolazione, realizza la passeggiata del Pincio e avvia l’isolamento del Panteheon […] Contro la speculazione sui prezzi alimentari allestisce cinque macelli comunali e mette in piedi cucine economiche. Inaugura venticinque scuole, la scuola superiore femminile, la scuola serale per i contadini, la scuola operaia […] E fa costruire case, soprattutto case per i più bisognosi».
Tranne qualche eccezione la storia degli ex garibaldini è perciò quasi una diaspora. Abbandonati a se stessi, considerati come un peso per la nascente nazione, molti di loro vagheranno quasi senza fissa dimora e in condizioni economiche molto precarie. Due di loro saranno addirittura con il generale Custer a Little Big Horn. Carlo Rudio e Giovanni Martini «il trombettiere che ha portato invano l’ultima richiesta di rinforzi da parte di Custer…»
Il “gran corazòn”, il soprannome che si era guadagnato sul campo Edoardo Herter, riposa in Patagonia e nel 1963, «Tapalqué ha colto l’occasione del centenario della sua nascita come cittadina della pampa» per ricordarlo con una targa. Nel giugno del 1890 la tomba di Giuseppe Garibaldi è stata dichiarata monumento nazionale.
Il libro di Paolo Brogi ha il merito di riportare alla luce, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, l’avventura umana degli uomini che hanno “costruito” il nostro Paese. Forse non siamo in grado di affermare che quella fosse la “meglio gioventù” dell’epoca certo, nel silenzio delle nostre coscienze, dobbiamo ringraziarli e rendergli onore e merito. 

Titolo La lunga notte dei mille
Autore Paolo Brogi
Editore Aliberti editore
Anno 2011


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