.
Annunci online

 
Dall'Italia
 


*****

*****


2 settembre 2012

Pronti via 3-0, ma si può fare


Una brutta estate per il calcio, iniziata male e che sta giungendo alla fine anche peggio.
Non hanno certo mostrato coraggio gli allenatori delle nazionali che hanno partecipato agli Europei polacco/ucraini che hanno offerto uno spettacolo calcistico penoso. Nessuna partita da ricordare, solo qualche singola giocata da archiviare come il gol capolavoro di Zlatan Ibrahimovic segnato alla Francia e quello altrettanto bello di Mario Balotelli alla Germania.
Non sono certo coraggiosi i tesserati che non hanno denunciato le partite truccate o peggio ancora chi le partite le ha truccate direttamente. Così come non sono coraggiosi tutti quelli che, in questa triste e patetica vicenda, si schierano solo per spirito di appartenenza.
Viceversa molto coraggio hanno dimostrato Daniele Sebastiani e Daniele Delli Carri, insieme a tutta la società, scegliendo Giovanni Stroppa per il dopo Zeman. Un allenatore giovane e preparato, soprattutto una persona seria e per bene. Proviene dalla Lega Pro, la vecchia serie C per i romantici, e non ha mai allenato in serie A ma Pescara calcistica è abituata a questo e rappresenta la piazza ideale per un giovane e inesperto allenatore. Non aveva esperienza quando è giunto a Pescara “il profeta” Galeone. Tutti sappiamo com’è andata. Proveniva dalla Lega Pro anche Zeman, pur avendo una grande esperienza maturata in precedenza, e lo scorso anno il Pescara ha vinto il campionato cadetto stabilendo record che saranno difficilmente eguagliabili. Entrambi, Galeone e Zeman, hanno reso la squadra di calcio di Pescara un fenomeno in cui è stato bello riconoscersi e farsi rappresentare. Hanno mostrato al pubblico dell’Adriatico e all’Italia intera, un calcio spettacolare e contemporaneamente redditizio. Il marchio di fabbrica per entrambi è stato il 4-3-3. Stesso modulo con il quale ha esordito ieri in serie A, come allenatore, Giovanni Stroppa. Nonostante l’esordio con una secca sconfitta contro l’Inter di Milito, Sneijder, Cassano e di capitan Zanetti, non è il caso di essere preoccupati perché, per il momento, il potenziale del Pescara non lo conosce nessuno, nemmeno il suo allenatore. I nuovi acquisti sono arrivati in tempi diversi e per questo motivo la squadra per la serie A non è quella vista ieri sera, o meglio, non può essere quella.
Il giorno dell’esordio di Stroppa in serie A come calciatore, era il 27 agosto 1989, fu invece un giorno felice, ecco come lo raccontò Gianni Brera.
«Il Milan aveva uno solo dei tre fenomeni olandesi: il più aggraziato e gigantesco, ma anche il meno geniale, Rijkaard: escluso invece Gullit, con un ginocchio sacramentato, e come lui Van Basten, afflitto da non si sa bene quale trauma osteo-muscolare. Così stando le cose, tutti prevedevano stenti a Cesena. Ed ecco tale Stroppa, giovane milanista riciclato dal Monza, centrare il 7 cesenate con un improvviso diagonale destro da fuori. Stroppa è bassaiolo di Mulazzano: il suo nome contadino si rifà ai legacci usati per i covoni di grano e per i tralci di vite. Infilato a quel modo perentorio, il Cesena si avventa e s’infilza da solo».
Di certo anche questo Pescara avrà bisogno di tanta stroppa per imbrigliare le formazioni alla sua portata e poter raggiungere il traguardo ambito della permanenza in serie A. Al “pronti via” dunque, siamo tutti con te Giovannino, senza se e senza ma. Buon campionato a tutti.


15 agosto 2012

Volevo essere Paolo Valenti


«Cosa farai da grande?». Quando da bambino ti pongono questa domanda, la domanda a cui tutti i bambini devono rispondere almeno una volta nella vita, ti senti, oserei scrivere sei, anche se solo per un attimo, realmente al centro dell’attenzione e del mondo. Normalmente la risposta è sempre al di sopra delle righe, anche perché chi la pone si aspetta una risposta al di sopra delle righe. Astronauta, calciatore famoso, modella, attore sono le risposte più gettonate, quasi mai invece ci sono figure che appartengono alla quotidianità che abitiamo come il fornaio, l’operaio, l’impiegato piuttosto che la donna delle pulizie o la badante. Se si realizzassero davvero i sogni dei bambini vivremmo in un mondo di persone perfette, belle, brave e soprattutto con un lavoro molto remunerativo. Sappiamo invece che non è così e che sono pochi quelli che riescono a realizzare i propri sogni. Daniele Barone, quarantasettenne pescarese, è un ex bambino fortunato che invece ha realizzato il suo sogno nel cassetto. Ci ha sempre creduto, fin da giovanissimo. Dopo interminabili ed estenuanti partite “a pallone” sulla spiaggia di Pescara, quando rientrava a casa si chiudeva a doppia mandata nella sua stanza e immaginava di essere Paolo Valenti. Bastava capovolgere una sedia e “trasformare” altri mobili in oggetti da studio televisivo e la camera si trasformava, all’improvviso e come d’incanto, nel regno di “90° minuto”, la trasmissione culto per ogni appassionato di calcio che si conviene, e solo allora poteva avere inizio il suo gioco preferito: fare il giornalista sportivo. Una passione custodita e coltivata negli anni che lo ha portato prima a lavorare in una radio privata, “Daba dj” il suo nome d’arte, e poi «nel 1984 la radio per la quale lavoravo, Radio Flash, venne comprata dal gruppo TVQ e in quell’estate, abbastanza casualmente, dopo aver raccontato a qualcuno che avevo la passione per il giornalismo, mi spedirono in Trentino Alto Adige per seguire il ritiro estivo precampionato della Pescara calcio. Feci le mie prime interviste all’allenatore, Enrico Catuzzi, ai calciatori, ma soprattutto la mia prima telecronaca: l’amichevole Pescara-Campobasso. Le squadre si scambiarono il centravanti, De Martino al Pescara e Rebonato al Campobasso. La partita finì 1-1 e le reti furono segnate proprio dai due attaccanti». Dopo questa prima esperienza televisiva, l’ex bambino che sognava di diventare come Paolo Valenti, inizia una serie di collaborazioni con la carta stampata, qualche lavoro di ufficio stampa ma soprattutto emigra a Telemare, altra emittente televisiva locale. «Mi occupavo di tutti gli sport. La domenica succedeva spesso, dopo aver seguito un incontro di serie C di calcio ed avere realizzato i relativi servizi, di dover correre al Palaelettra di Pescara per gli ultimi minuti di una gara di pallacanestro e senza sapere nulla sull’andamento della gara, recuperando informazioni da qualche collega, improvvisare interviste post-gara, facendo finta di aver seguito ogni canestro. In quegli anni è nata anche la grande passione per la pallanuoto, seguendo con lo squadrone di Manuel Estiarte, Amedeo Pomilio e Marco D’Altrui, che ho avuto la fortuna di seguire in tutta Italia». Il 1987 è invece l’anno della chiamata alle armi, marinaio alla Capitaneria di porto di Ortona, vicino a casa ma lontano dallo stadio Adriatico al punto da non poter seguire da vicino, come gli sarebbe piaciuto, la prima promozione in serie A del Pescara di Galeone. Si rifà con gli interessi l’anno successivo che lo vede protagonista in televisione, questa volta su Rete 8 r come responsabile della redazione sportiva. In studio con lui il capitano di quel Pescara, Gian Piero Gasperini, oggi uno dei migliori allenatori italiani, e tanti personaggi famosi del mondo del calcio. «Mi ricordo con affetto di Enrico Ameri, già abbastanza anziano, che veniva a trovarci da Roma affrontando il viaggio con la sua vecchia Fiat Uno. Ogni volta c’era da fare una preghiera e sperare che potesse rientrare a Roma sano e salvo». Un anno di formazione molto importante per Daniele Barone soprattutto perché conosce e frequenta personaggi che solo qualche anno più tardi diventeranno personaggi di primo piano a livello nazionale. «La prima intervista a Massimiliano Allegri la feci sotto una palma dell’allora Motel Agip a Marina di Città S.Angelo. Un paio di giorni prima di partire per il ritiro estivo, lui parlava e due metri più in indietro la sua fidanzata, la ragazza di Livorno passata “alla storia” per essere stata abbandonata sull’altare. Mai avrei immaginato che quel ragazzo impacciato sarebbe diventato l’allenatore campione d’Italia. Oggi, siamo molto amici, mi manda sms per farmi distrarre durante le telecronache, per farmi ridere e indurmi a sbagliare». Ormai il sogno di diventare come Paolo Valenti si sta lentamente trasformando in realtà, una realtà che diventa di nuovo come un sogno il diciassette dicembre del 2000 quando realizza la sua prima telecronaca per una partita di calcio di serie A. La partita è Inter-Brescia, si gioca alla scala del calcio italiano, e il commento tecnico è affidato alla voce di Beppe, “lo zio”, Bergomi. La partita finisce 0-0 ma l’emozione di quel giorno è ancora tutta negli occhi e nel cuore di Daniele. Ormai il grande salto c’è stato e Daniele fa parte in pianta stabile della grande squadra di Sky sport. Nel 1994 Sky acquista i diritti della Serie B ed affida proprio a lui la responsabilità di gestire il nuovo palinsesto per la serie cadetta. «La grande novità fu “B Side”, il primo magazine dedicato alla serie B: un’ora di collegamenti e servizi. Una trasmissione molto fortunata. Con me in studio si alternavano Vincenzo Guerini, Stefano Nava e Maurizio Iorio». Poi sono arrivate anche la serie A e la Champions League anche se il suo, rimane il volto Sky della serie B. Tra pochi giorni invece taglierà un nuovo e prestigioso traguardo: inviato alle Olimpiadi di Londra. «Sarà la mia prima Olimpiade, un grande onore e una grande emozione poter andare a Londra. Seguirò i tornei, maschile e femminile, di pallanuoto. Mio compagno di telecronaca sarà Pino Porzio, ex allenatore della Pro Recco, medaglia d’oro con il settebello che vinse le olimpiadi di Barcellona 92». 
«Se puoi sognarlo, puoi farlo» diceva Walt Disney il papà di Topolino, un insegnamento utile e una strada da seguire. Daniele Barone quella strada l’ha seguita è oggi quel sogno di bambino è il suo lavoro.


26 giugno 2012

Se la politica latita vince la “Repubblica delle idee”


La “Repubblica delle idee”, l’iniziativa pensata e realizzata dal quotidiano “la Repubblica”, che si è svolta a Bologna dal 14 al 17 giugno, è stata un grande successo. Un successo di critica e di pubblico con pochissime voci discordi o fuori dal coro. “Scrivere il futuro” lo slogan che ha accompagnato la manifestazione, “Voglia di sapere e di esserci” è stata la risposta  delle tantissime persone che hanno partecipato. Politica, sviluppo sostenibile, filosofia, economia, letteratura, satira, scienza, musica, teatro, moda e costume, social network, i temi di cui si è discusso e che hanno invaso Bologna e le sue belle piazze. Un “parterre de rois” ha interagito con i giornalisti del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Il premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi, avvocato e simbolo della lotta per i diritti umani nella Repubblica islamica e il premio Nobel per l’economia, Thomas Sargent, docente della New York University. Lo scrittore israeliano David Grossman, e ancora Anthony Giddens, sociologo inglese che parla della quarta via, la via delle donne e della democrazia di face book. Margherita Hack, l’astrofisica italiana più famosa al mondo, Umberto Eco, che non ha bisogno di definizioni o presentazioni, Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food che parla della centralità della battaglia per un’alimentazione sostenibile. Solo alcuni dei tanti personaggi pubblici, tutte eccellenze nei propri ambiti lavorativi che, parlando della propria esperienza e delle proprie conoscenze, hanno contribuito a creare una mappa del sapere per frammenti. Letta nella sua interezza, tale mappa, svela una visione del mondo della quale oggi si avverte la mancanza.
Un evento politico e culturale, in cui la grande partecipazione dei cittadini ha ridato dignità, valore e forza alle idee. Una manifestazione che sarebbe piaciuta a Pier Paolo Pasolini, perché carica di tensione civile e di voglia di partecipare. Una manifestazione che mi ha ricordato, per qualità dei partecipanti, livello dei dibattiti e per partecipazione collettiva, quelli che erano i grandi appunti politico/culturali italiani fino a qualche anno fa: le feste di partito. Si aspettava la “Festa de l’Unità” nazionale che si svolgeva, forse non a caso, quasi sempre in Emilia Romagna, per conoscere le novità del pensiero umano e della cultura. Si programmava sempre un viaggio tra la fine di agosto e l’inizio di settembre per andare alla “Festa” e “capire come andrà il mondo”. Non è più così da diverso tempo ormai, da troppo tempo. La politica ha abdicato ad uno dei suoi compiti più importanti: cercare e costruire una visione del mondo. Sembra essere caduta in un letargo atavico del quale non s’intravede il risveglio. In cotanto vuoto di pensiero e di azione si è dunque inserito, con positiva e lucida prepotenza, non un nuovo partito politico ma un quotidiano. Non il quotidiano storico italiano ma il suo più agguerrito concorrente. Lo ha fatto in un momento non certo facile e felice per la stampa e per l’editoria più in generale. In un momento in cui c’è un vistoso calo di vendite con conseguente perdita di copie. Questa prova di forza, di coraggio e di visione, testimonia dunque che c’è una parte consistente del Paese che non ha affatto rinunciato a pensare e a sperare in un futuro migliore e che ha voglia di partecipare se solo gli si offre una possibilità concreta.
Sono idee, solo idee dirà qualcuno. Ma è proprio ciò che manca alla classe dirigente di oggi e non solo a quella del nostro Paese. Una nuova visione del mondo e idee per le quali valga la pena spendere bene l’esistenza di ognuno di noi. Frammenti di nuove identità e di visioni che devono coesistere per costruire una nuova base di convivenza civile tra i popoli.
«Così viaggiando nel territorio di Ersilia incontri le rovine delle città abbandonate, senza le mura che non durano, senza le ossa dei morti che il vento fa rotolare: ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma». Quella nuova forma delle cose che Italo Calvino cercava tra le parole e con le parole e di cui la politica deve al più presto riappropriarsi.


5 giugno 2012

Stagione d'oro, grazie mister


«Il Maestro è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà…», ascolto questa canzone più volte al giorno da un po’ di giorni. Da quando ho avuto la certezza che Zdenek Zeman il prossimo anno non allenerà più il Pescara ma tornerà nella capitale d’Italia per allenare la Roma di Francesco Totti. “Il Maestro”, cantata con la voce roca, impastata di fumo e sigarette di Paolo Conte è la colonna sonora ideale per questo commiato. Lo è per tante ragioni che travalicano e superano anche la vicenda sportiva.
Possiamo usare il termine “impresa” sportiva senza aver paura di cadere nella retorica perché il risultato conseguito dal Pescara di Zeman resterà per sempre nella storia di questa città e nella storia del campionato di calcio di serie B. Per queste ragioni la festa per la promozione in serie A è stata indimenticabile e Pescara sembrava una città brasiliana nei giorni di carnevale. L’unica differenza nella musica che si cantava e ballava, non samba carioca ma il più nostrano e ormai popolarissimo «che bello è…quando esco di casa…per andare allo stadio…a vedere il Pescara…che bello è…».
I cittadini, anche quelli che normalmente non si occupano di calcio, si sono ritrovati al centro di un avvenimento che settimana dopo settimana ha richiamato sempre più l’attenzione dei media nazionali, e hanno risposto riempiendo tutte le settimane lo stadio Adriatico. Con il 16,45% del totale degli spettatori di tutta la serie B, Pescara detiene infatti il primato degli spettatori paganti per le partite casalinghe della sua squadra. Una festa che sembrava non dovesse finire mai e invece, parafrasando Fabrizio de Andrè, quello che sembrava essere l’inizio di un’estate infinita è durato solo un giorno.
In molti, e non solo i tifosi pescaresi ma anche i suoi tanti tifosi personali sparsi per l’Italia mister Zeman, sognavano invece di emulare le gesta del Nottingham Forest e del suo condottiero Brian Clough che nella stagione 1977/78 portò alla vittoria del campionato inglese la squadra di  Nottingham. Era la prima volta che una squadra neopromossa dalla seconda divisione vinceva il campionato e l’anno successivo, quella stessa squadra, vinse la Coppa dei Campioni, si chiamava proprio così prima dell’avvento televisivo degli anticipi e dei posticipi. Ci furono poi altre vittorie sportive per il Nottingham ma quello scudetto vinto al primo tentativo resta nell’immaginario collettivo di chi ama il calcio come una pietra miliare. Il portiere di quella squadra straordinaria si chiamava Peter Shilton, a centrocampo giostrava Martin O’Neill, il centravanti era Trevor Francis. “Mutatis mutandis” su questa sponda dell’adriatico si sognava che ad alzare la coppa con le orecchie fossero Marcolino Verratti, Lorenzo Insigne e Ciro Immobile.
Un sogno si, è vero, ma se si toglie la capacità e la voglia di sognare cosa resta del calcio?
Anche per queste ragioni alla gioia incommensurabile dei giorni della festa corrisponde in queste ore un sentimento diverso. Di riconoscenza certo, ma anche di malinconia. Una malinconia che passerà, deve passare, ma che in queste ore non lascia spazio ad altro.
Ci mancherà il sabato all’Adriatico. Come ci mancheranno i 145 gol che abbiamo visto nelle 42 partite disputate quest’anno. Ci mancherà il filotto finale delle sette vittorie consecutive con 24 gol realizzati, 3 subiti e più di 120 tiri in porta. Ci mancheranno le facce gioiose dei suoi giovani ragazzi che, grazie anche alle sue cure, sono diventati oggetto del desiderio di tanti club blasonati di serie A.
Soprattutto ci mancherà lei, Zdenek Zeman e non solo per le imprese sportive che pure tanta gioia ci hanno regalato. Il suo impatto sulla nostra realtà, sulla nostra comunità è stato notevole e lo dimostrano le tante richieste, tutte evase, che sono giunte alla società della Pescara calcio per averla come ospite a dibattiti o nelle scuole come testimone di valori postivi. «Non è vero che non mi piace vincere. Mi piace vincere rispettando le regole» è una delle sue affermazioni più celebri che certo resterà impressa nella mente di molti bambini che l’hanno ascoltata anche perché lo ha dimostrato con l’esempio concreto. Così come ha dimostrato all’intera società italiana, e non solo alla nostra piccola comunità, che è importante credere e dare fiducia ai giovani e investirli di responsabilità. La sua squadra, la più giovane del campionato, vincente e sempre corretta in campo e fuori, è in questo senso un esempio e insieme una speranza che va oltre l’evento sportivo. Lavoro, applicazione, serietà e l’entusiasmo dei giovani sono gli ingredienti non solo per scalare le classifiche sportive ma per continuare a credere che davvero un mondo migliore è possibile.
Lo aveva detto e noi lo sapevamo, lo avevamo capito dalla serenità del suo sguardo, che a Pescara era stato bene, ma sapevamo anche che se fosse arrivata una chiamata dalla Roma, difficilmente avrebbe detto no. Così è stato. La chiamata è arrivata e lei ha detto si. La salutiamo con le parole del più grande cantautore italiano, Fabrizio de André: «Io mi dico è stato meglio lasciarci, che non esserci mai incontrati» e le auguriamo buona fortuna e grazie per questo piccolo, ma intenso, tratto di vita che abbiamo percorso insieme.


23 maggio 2012

Giovanni Falcone, un eroe contemporaneo


Il pomeriggio del 23 maggio del 1992 ero ospite a casa di amici, faceva già molto caldo e mi aggiravo inquieto alla ricerca di una bibita fresca e di un libro. Erano quasi le sei del pomeriggio e la radio sparava musica a tutto volume quando all’improvviso cessano le note e irrompe la sigla di un notiziario fuori orario. «Attentato in Sicilia. Una quantità enorme di tritolo ha distrutto un tratto dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi porta a Palermo. Lo scoppio è avvenuto all’altezza dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine. Sembra che tra le persone coinvolte ci sia il giudice Giovanni Falcone». Poco dopo la tragica conferma: «Giovanni Falcone è morto in un attentato e con lui muoiono sua moglie Francesca Morvillo, e gli agenti della sua scorta».
Non conoscevo Falcone, ma avevo con lui e Borsellino, una familiarità e una vicinanza che era cresciuta negli anni. Ho sempre pensato, e penso tuttora, che quella grande stagione di speranza per la Sicilia e per l’Italia intera che é stata la “Primavera di Palermo” non sarebbe mai esistita senza il lavoro, le idee e il coraggio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Oggi ricorre il ventennale di quel barbaro agguato e come ogni anno anche quest’anno il 23 maggio si ricorderà Giovanni Falcone. Tanto fu avversato in vita tanto viene celebrato oggi. Gli furono contro i suoi colleghi, la politica tutta, dalla destra alla sinistra transitando per quella Democrazia Cristiana che soprattutto in Sicilia governava incontrastata e incontrastabile, gran parte della stampa, e quelli che comunemente chiamiamo “i poteri forti”. Lui non ha mai abbassato la guardia, dritto per la sua strada, dimostrando con il suo esempio che si può cambiare in meglio il mondo in cui viviamo.
Tra tutti i libri pubblicati sull’argomento quello che continuo a preferire è “Cose di Cosa Nostra”, venti interviste rilasciate tra il marzo e il giugno del 1991 dal giudice palermitano alla giornalista francese Marcelle Padovani. Un libro che è un testamento morale. Una narrazione che ci conduce dentro “Cosa Nostra”, ne svela il suo vocabolario, il suo modo di intessere relazioni e contagiare negativamente la società civile. «Sono nato nello stesso quartiere di molti di loro. Conosco a fondo l’anima siciliana. Da una inflessione di voce, da una strizzatina d’occhi capisco molto di più che da lunghi discorsi». Una narrazione che ricostruisce, in maniera puntuale, l’organizzazione criminale e il suo organigramma. I comportamenti e le regole. «Gli uomini d’onore sono in Sicilia probabilmente più di cinquemila. Scelti dopo una durissima selezione, obbediente a regole severe, dei veri professionisti del crimine. Anche quando si definiscono “soldati”, sono in realtà dei generali: O meglio cardinali di una chiesa molto meno indulgente di quella cattolica». Che ricostruisce la sequenza degli omicidi e delle responsabilità, il ruolo indispensabile dei pentiti e la sua idiosincrasia a processare la politica pur non esimendosi dall’esprimere giudizi a questo proposito. «Credo che Cosa Nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione».
In una delle tante ristampe Padovani propone una nuova e stimolante introduzione in cui si pone e ci pone alcune domande. «Spesso mi sono chiesta che fine avevano fatto le migliaia di ragazzi e ragazze che manifestavano la loro ostilità alla mafia nel ’92-‘93 dopo gli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Spesso mi sono domandata a cosa pensano oggi e credono oggi; se hanno dimenticato la loro rabbia di ieri; se hanno trovato un lavoro; se resiste alle mille insidie della vita quotidiana la loro scoperta della legalità».
Non conosco, ovviamente, quei ragazzi e quelle ragazze a cui fa riferimento Marcelle Padovani, ma sono certo che molti di loro oggi s’impegnano per gli altri grazie anche all’insegnamento di Falcone e Borsellino, perché come recitava uno striscione divenuto ormai famoso, e che raffigurava i due giudici sorridenti e in un atteggiamento complice, “le loro idee non moriranno mai”.
Ho conosciuto recentemente la sorella di Paolo Borsellino, Rita, ad un’iniziativa di raccolta fondi per beneficenza che si é tenuta a Pescara, nella mia città. Mi ha parlato di quei giorni e del dolore per la perdita che non scema. Quella sera, dopo quasi venti anni, sono riuscito finalmente a piangere. L’ho fatto solo quando Rita mi ha salutato e si é allontanata, per pudore.
«Si muore generalmente perché si é soli o perché si é entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si é privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non é riuscito a proteggere». 


22 maggio 2012

Fenomenologia del Pescara di Zeman


«Che bello è... quando esco di casa... per andare allo stadio... a vedere il Pescara... che bello è...», tutti i tifosi del delfino cantano e ripetono come un mantra questa sorta di nuovo inno alla gioia. Non un motivo che inneggia a una persona, o a un simbolo, ma un modo di vivere il calcio diverso dal solito “cliché”, quasi una nuova filosofia di vita. Siamo felici perché andiamo allo stadio a vedere il Pescara così come si può andare a teatro o al cinema piuttosto che ad assistere a un concerto. Questa è la prima, e forse più grande, vittoria di Zdenek Zeman, aver riportato entusiasmo tra i tifosi e soprattutto essere riuscito nell’intento di far vivere ogni partita di calcio come una festa. In altri stadi d’Italia le società sportive sono state costrette a far stampare, anche in maniera provocatoria, enormi striscioni con le facce dei tifosi per colmare i vuoti delle gradinate, all’Adriatico questo non è mai successo perché il Pescara di Zeman richiama pubblico vero che segue le partite con entusiasmo e partecipa attivamente allo spettacolo, spesso è esso stesso spettacolo nello spettacolo. I primi segnali di quello che sarebbe diventato con il passare dei mesi un rapporto positivo e felice, si ebbero già il 21 giugno dello scorso anno, giorno della presentazione dell’allenatore di Praga al porto turistico di Pescara. Zeman aveva allenato l’anno precedente il Foggia in Lega Pro e la squadra pugliese non è certo una piazza calcisticamente troppo amata dai tifosi pescaresi, eppure quel giorno migliaia di tifosi parteciparono a quella che sarebbe diventata la prima festa di una straordinaria e indimenticabile stagione agonistica della squadra adriatica.
Tutto aveva avuto inizio qualche giorno prima. È sera, anzi quasi notte, sull’autostrada che da Milano riporta a casa, dopo una riunione in Lega calcio, Daniele Sebastiani, Eusebio Di Francesco e Daniele Delli Carri, si sta decidendo il futuro della guida tecnica del Pescara. L’allenatore della promozione in serie B ha ricevuto un’offerta dal Lecce per allenare in serie A e l’occasione è troppo ghiotta per poter dire di no. E così mentre si celebra un distacco, inaspettato e anche per questo  doloroso, si comincia a costruire la squadra del futuro. «E se chiamassimo a Pescara il maestro di Eusebio?» è la domanda che risuona nella macchina. Per un paio di minuti il silenzio regna sovrano. «Ma chi è il maestro?», ancora silenzio. «Il maestro è uno solo: Zeman». Con queste parole inizia ufficialmente sull’A14, in una calda notte di giugno, la costruzione di una squadra destinata a restare nelle statistiche e negli annali della serie B per molti anni.
Il primo acuto proprio all’esordio in campionato con la vittoria esterna contro il Verona e così di vittoria in vittoria, nel giro di pochi mesi, il Pescara si propone all’attenzione generale come una delle possibili sorprese del campionato. Non tutti sono d’accordo su questa previsione, a Pescara come nel resto d’Italia. In molti sono scettici, dubitano sulle capacità di Zeman di poter davvero costruire un nuovo giocattolo come la prima zemanlandia. Eppure i segnali e l’attenzione dei media nazionali su Zeman e la sua nuova squadra sono la spia che invece una nuova favola sta per essere scritta in riva all’Adriatico. Il segnale più evidente di questa attenzione, che cresce giorno dopo giorno, è l’invito che Fabio Fazio rivolge a Zeman per partecipare, in prima serata e di domenica, alla trasmissione televisiva “Che Tempo che fa”. Quell’invito può, a ragione, essere catalogato come la prima vera svolta positiva della stagione per la squadra adriatica e il suo mentore.
Cresce la popolarità perché aumentano le vittorie e inizia una cavalcata trionfale che porterà il Pescara di Zeman a demolire molti record sia rispetto alla storia calcistica del Pescara sia all’intera serie cadetta. E tra tutti record spicca quello che si può definire il vero marchio di fabbrica di  Zdenek: il numero dei gol realizzati. Una macchina da gol che ha trovato in Immobile, Insigne e Sansovini interpreti d’eccezione, degni e meritori, già da oggi, di giocare e competere in categorie superiori. E con i gol e le vittorie aumenta progressivamente e in modo costante la presenza dei tifosi allo stadio Adriatico fino a battere un altro record: il maggior numero di spettatori paganti di tutta la serie B. Ormai è scoppiata in città, ma anche in gran parte dell’Abruzzo, la febbre per questa squadra che sembra invincibile. Sono tantissimi i tifosi che aspettano all’aeroporto il rientro della squadra da Crotone fino a notte inoltrata. Oltre duemila persone invadono pacificamente il Poggio degli Ulivi, il centro sportivo dove la squadra si allena, prima della sfida con il Verona. Più di mille seguono la preparazione della gara interna contro il Sassuolo, questa volta all’antistadio. E centinaia sono i ragazzi e le ragazze che abbracciano i calciatori al ritorno dalla vittoria contro il Cittadella.
È un crescendo continuo di emozioni e nulla sembra essere in grado di poter fermare i ragazzi di Zeman. Ma come in tutte le più belle favole “il cattivo” si appalesa all’improvviso e soprattutto quando meno te lo aspetti. Dapprima è l’inverno, non quello zemaniano da tanti incautamente invocato, ma l’inverno metereologico che con il suo carico, anche in questo caso da record, di neve non consente alla squadra di allenarsi per molti giorni. E poi in rapida successione eventi luttuosi che sembrano poter spezzare definitivamente un sogno che in molti avevano cominciato a cullare.
L’espressione che ho letto sul volto di Zeman il giorno della morte di Franco Mancini è una delle sensazioni più tristi e di dolore che io abbia mai provato in vita mia e insieme, con quella tristezza, però ho conosciuto e mi ha attraversato un sentimento di vicinanza, un pensiero intimo e personale che mi legherà per sempre ad entrambi.
Sul più bello dunque accade l’irreparabile e la squadra, ma direi anche i tifosi e l’intera città che si è appassionata alle gesta dei nuovi e giovani eroi zemaniani, sembra essere entrata in un cono d’ombra da cui non è capace di uscire con le proprie forze.
Nello spogliatoio dell’Euganeo e prima della partita Padova-Pescara accade qualcosa che forse non conosceremo mai nella versione originale. Zdenek Zeman parla ai suoi giovani allievi. Il momento è decisivo per le sorti del campionato. I ragazzi scendono in campo e sfoderano, forse, la migliore prestazione di sempre, battendo il Padova in casa propria per 6 a 0. Al gol di Cascione, il sesto, le lacrime solcano il viso e l’espressione spesso impenetrabile di  Zdenek Zeman. Quelle lacrime sono insieme un ricordo e un regalo che «aiutano a capire meglio che la persona umana viene prima di tutto. Il calcio, pur strepitoso e oltre ogni immaginazione come quello realizzato dal Pescara contro il Padova, è solo una conseguenza di un pensiero lungo e che viene da lontano. Quel calcio esprime bellezza e la bellezza chiama altra bellezza, e come afferma il principe Miškin nell’“Idiota” di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”». Quella partita segna un’ulteriore e definitiva svolta positiva per il campionato del Pescara che regalerà emozioni e valanghe di gol ai suoi tanti, tantissimi, tifosi.
Ciò che ha costruito Zeman a Pescara, in meno di un anno, ha per questi motivi dell’incredibile. Una squadra invincibile che a detta di tutti, da Arrigo Sacchi a Pep Guardiola l’allenatore del Barcellona, esprime il miglior calcio possibile. Ma l’impresa eccezionale non è stata soltanto quella di vincere un campionato di calcio, piuttosto il modo con cui ha costruito e realizzato questo grande successo. Zeman ha vinto con una squadra ricca di giovani, giovanissimi, calciatori, in cui quelli più dotati, Lorenzo Insigne Marco Verratti, Ciro Immobile, solo per citare i più famosi, hanno messo al servizio del collettivo e quindi della squadra, il loro talento e la loro bravura. Ha vinto rispettando le regole con un comportamento in campo e fuori da parte dei suoi atleti difficilmente riscontrabile in altre realtà. Ha vinto infine rispettando sempre l’avversario e guadagnandosi anche per questo motivo la stima dei colleghi. Questa è la vera vittoria che Zdenek Zeman ha regalato al Pescara e all’intero Abruzzo. La dimostrazione plastica che se si svolge bene il proprio lavoro, si punta sui giovani come leva del cambiamento e si partecipa alla vita collettiva rispettando le regole, anche in Italia è possibile vincere. Un insegnamento che nasce dall’esempio che noi dobbiamo coltivare come uno dei fiori più belli del nostro giardino.
Nel frattempo a Pescara la festa ha avuto inizio, tutti sono felici, si abbracciano. Le strade sono piene di persone che ballano e cantano. Tra un po’ li raggiungerò anch’io. Adesso invece accendo il mio “iPod”e faccio partire “Natural mystic” di Bob Marley.
«There’s a natural mystic flowing to thru the air / If you listen carefully now you will hear…»
«Nell’aria fluttua una mistica spontanea  / Se ora ascolti attentamente la sentirai…»
È una della canzoni preferite di Franco. Franco Mancini. Il mio primo pensiero dopo questa strepitosa vittoria è per lui, “il giaguaro”. Bob Marley canta e la sua musica arriva dentro, diretta. Un bacio bello Franco, ovunque tu sia.



14 maggio 2012

Il bel gioco che appassiona


Il ventisei di agosto dello scorso anno allo stadio “Bentegodi” di Verona, nel primo anticipo di serie B alle ore 19.00, il Pescara vinceva la prima partita del campionato e iniziava nel migliore dei modi un’avventura destinata a restare nella storia del club adriatico e dell’intera serie cadetta. Non era ancora il Pescara di Zeman, non per tutti almeno, e veniva giudicato con sufficienza dalla grande stampa nazionale. Ai nastri di partenza le pretendenti alle tre poltrone che danno diritto a disputare il campionato di serie A erano altre. Il Torino innanzitutto, poi la Sampdoria, il Padova, il Brescia, il Bari, perfino il neopromosso Verona. Il Pescara no. Nessuno aveva pensato alla squadra adriatica come a una delle possibili rivelazioni del campionato. Nessuno tranne Zdenek Zeman.
Lo sguardo del tecnico di Praga era stato lungo come spesso gli succede nella scelta dei calciatori che chiama nelle sue squadre per trasformarli da giovani speranze in potenziali campioni. È successo in passato con Beppe Signori, Ciccio Baiano, Gigi Di Biagio, succede oggi, sotto i nostri occhi con Lorenzo “il primo violino” Insigne, Ciro Immobile “il bomber”, e con l’incredibile maturazione di Marco Verratti che in molti vedono già oggi come vice Pirlo nella Juventus campione d’Italia. Zdenek Zeman aveva visto bene. Sapeva che poteva costruire una grande squadra partendo da un nucleo solido di calciatori già presenti a Pescara come Marco Sansovini “il capitano”, Emmanuel Cascione “l’uomo ovunque”, Damiano Zanon “il nuovo Codispoti” e Andrea Gessa “il generoso”. Sapeva che attorno a questi calciatori avrebbe potuto far crescere e maturare alcuni nuovi talenti che aveva avuto con se l’anno precedente. Così è stato, oggi il Pescara è primo in classifica e, mancano due partite e un’ora di gioco contro il Livorno alla fine del campionato, ha segnato più di tutte le altre squadre, ottantasei sei gol, un’enormità. Più della Juventus di Del Piero e Buffon che alla fine del suo unico campionato in serie B, correva l’anno calcistico 2006/2007, si classificò prima segnando ottantatre reti. Nelle ultime cinque partite disputate ha segnato venti gol e ne ha subiti due, vincendole tutte. È oggi il Pescara di Zeman. 
Lo è nei numeri, nel modo con cui affronta le partite, siano esse casalinghe o in trasferta, lo è, soprattutto, per la bellezza che è capace di esprimere con il suo gioco in campo. Ed è proprio la bellezza il tratto distintivo delle squadre allenate da Zeman. I tifosi delle squadre che ha allenato in passato lo ricordano soprattutto per questa caratteristica, prova ne sia la generosità con cui hanno sempre riempito gli stadi dove giocavano le sue squadre. E oggi succede la stessa cosa a Pescara. Lo stadio Adriatico è spesso “sold out” e si vede gente di tutte le età che si diverte e canta e balla. Le persone partecipano attivamente alla partita, quasi come se giocassero tutte insieme, perché vedono in campo una squadra generosa che non simula falli, non protesta, rispetta l’avversario. Corre dal primo all’ultimo minuto e non si risparmia mai. Una squadra di persone serie innanzitutto. In un mondo popolato da imbroglioni e gente spesso incapace di svolgere il proprio ruolo, questo modo d’intendere il proprio lavoro rappresenta una meravigliosa eccezione con la quale è facile e bello potersi identificare. 
«Le pagine che seguono sono dedicate a quei ragazzi che un giorno, anni fa, incontrai in Calella de la Costa. Tornavano da una partita di calcio e cantavano: Vinciamo, perdiamo, ma ci divertiamo». Questa è la dedica di Edoardo Galeano per il libro più bello (parlo per me, ma so che pensano la stessa cosa in tanti, certo tutti coloro che ricordano a memoria la formazione degli ultimi vent’anni della loro squadra del cuore) mai dedicato a questo sport,  “Splendori e miserie del calcio”. La stessa, identica, filosofia di gioco e di vita appartiene a Zdenek Zeman, per questo ha tifosi in tutta l’Italia ed è spesso applaudito anche dai tifosi delle squadre avversarie. Da ieri sera il suo Pescara è primo in classifica, solitario. Quel «vinciamo, perdiamo, ma ci divertiamo», deve perciò essere leggermente modificato in vinciamo, vinciamo e ci divertiamo. Auguri Zdenek Zeman. Auguri per i suoi splendidi sessantacinque anni e grazie per la bellezza che ci ha regalato.



27 febbraio 2012

Perché non avrei convocato Buffon in nazionale


Un mio amico, uno studioso e fine intellettuale, una persona che stimo e di cui leggo quasi tutto quello che scrive, dedica un post al caso Buffon, Selvaggio e sentimentale. Il suo breve ragionamento assolve Buffon e quello che per molti è stato un gesto antisportivo, e termina in questo modo, «in Italia si perdona tutto tranne il talento».
In questa occasione non condivido nulla di ciò che il mio amico Antonio scrive. E quando ho finito di leggere il suo articolo ho capito, ancora meglio, perché proprio quando si “gioca” emergono le vere differenze tra le persone. Emergono le tante letture del mondo che “costruiscono” il mondo che abitiamo.
Il caso di cui si parla è il “gol non gol” di Muntari, calciatore del Milan che nella partita di sabato scorso ha segnato un gol regolare che l’arbitro non ha convalidato. Succede tante volte e in tante partite, perché questa volta tanto rumore?
Fondamentalmente per due motivi, il primo è che questa volta il torto non lo ha subito una comprimaria ma uno dei “padroni delle ferriere”, il Milan di Silvio Berlusconi. Il secondo motivo è che il portiere della Juventus e della nazionale italiana di calcio, nonché il più forte portiere del mondo, ha rilasciato la seguente dichiarazione nel dopopartita: «Se anche me ne fossi accorto avrei taciuto e non l’avrei detto all’arbitro». Buffon si riferisce al fatto che la palla aveva abbondantemente oltrepassato la linea di porta e che quindi il gol era regolare. Il Milan in quel momento vinceva la partita per 1-0 e sarebbe andato sul 2-0, mentre nel finale di partita la Juventus riesce a pareggiare con un gol di Matri.
Al triplice fischio finale succede di tutto, in campo e fuori del campo. Uno spettacolo patetico.
Iniziano i protagonisti, i calciatori, che in campo offrono un pessimo esempio a chi, come me ad esempio, guarda le partite di calcio per assistere a uno spettacolo sportivo e non alla guerra tra Oriazi e Curiazi. Prosegue il giornalista del “padrone delle ferriere” che offende in diretta televisiva l’allenatore della squadra avversaria definendolo matto e più volte “testa di cazzo”. Chiudono il sipario in maniera ancor più squallida l’ad del Milan, è stato anche presidente di Lega, Adriano Galliani e l’allenatore della Juventus, Antonio Conte. Il primo sembra si sia rivolto al secondo addebitandogli il clima pesante che si era creato alla vigilia della partita, il secondo, come riportato da tutti i quotidiani sportivi, rispondendo testualmente «Siete la Mafia del calcio». Nelle interviste del dopo partita arrivano, puntuali, le dichiarazioni di Buffon: «Se anche me ne fossi accorto avrei taciuto e non l’avrei detto all’arbitro».
Il mio amico Antonio si è concentrato sulla cifra tecnica della partita, con un’analisi della partita che, questa si, condivido, e sul gesto tecnico di Buffon. Io invece metto in secondo piano la partita e mi concentro sui comportamenti. Se non si stigmatizza il comportamento di Buffon si rischia che le sue parole possano diventare un modello per tanti ragazzi che praticano sport. No, Buffon non può essere un modello da proporre ma da respingere con tutte le nostre forze. Ciò che ha detto il portiere della Juventus non c’entra nulla con lo sport e la sportività. Le parole di Buffon non hanno bisogno di nessun commento, sono antisportive e ledono l’immagine stessa dello sport. La Lega dovrebbe sanzionare il giocatore, la società di appartenenza del calciatore dovrebbe pendere analoghi provvedimenti disciplinari e, soprattutto, Cesare Prandelli, l’allenatore della nazionale italiana di calcio, non avrebbe dovuto convocare Gianluigi Buffon per l’amichevole di mercoledì. Non c’entra nulla il talento di Buffon o la tensione agonistica. C’entra l’educazione e il rispetto delle regole. Se il capitano della Juventus e della Nazionale italiana di calcio pensa davvero ciò che ha detto, non può più rappresentare il nostro Paese. È un comportamento antisportivo e per questo inaccettabile per le tante persone che praticano sport o che semplicemente assistono ad avvenimenti sportivi.
Per fortuna non siamo tutti uguali, ma ci sono esempi, anche nel mondo dello sport, che seguono direzioni opposte.
Zdenek Zeman, il grande accusatore dei mali del calcio italiano, quando gli chiedono conto delle sue poche vittorie sportive risponde in questo modo: «Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole». In un mondo marcio e malato come quello del calcio italiano per fortuna non tutti i protagonisti sono uguali. Ci sono persone come Buffon e persone come Zeman. Un modo di essere e di stare al mondo che non riguarda solo il mondo del calcio ma tutta la società italiana, sempre sospesa tra chi rispetta le regole, e spesso proprio per questo è perdente, e i cialtroni. 
Ne “Il giorno della civetta”, una lettura che consiglio a Gianluigi Buffon, Leonardo Sciascia ha scritto: «Io, proseguì don Mariano, ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà [...] Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini [...] E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi [...] E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito [...] E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... [...]».
Abbiamo bisogno, il calcio come la società italiana in generale, di meno pozzanghere e più di mare aperto. Più uomini e meno quaquaraqua. 


15 febbraio 2012

Italy is unfit to lead Italy


Mario Monti ha detto no alla candidatura olimpica della città di Roma per il 2020 che vale più di un sì. Non credo infatti che l’organizzazione di un evento, pur importante, come un Olimpiade possa risollevare le sorti economiche di un Paese così come, oggettivamente, non può nemmeno essere il colpo di grazia a un’economia in crisi. Se poi il progetto della candidatura olimpica di Roma era «perfetto», come avrebbe detto il prof. Mario Monti, poteva anche rappresentare un’opportunità da un punto di vista economico. Il no del governo non è quindi un no che ha motivazioni economiche o finanziarie. Il no del governo è un no che dice una cosa semplice e chiara: un Paese in cui la corruzione e l’intreccio tra politica e lobby d’affari è ai massimi livelli non è in grado di organizzare un evento così importante perché è unfit, inadatto. L’Italia è inadatta a guidare l’Italia. Gli ultimi eventi, e non solo sportivi, lo hanno dimostrato chiaramente. I mondiali di nuoto di Roma sono solo l’ultima palese testimonianza dell’incapacità della politica italiana di gestire alcunché. Il no di Monti è quindi un no che ha un grande e importante valore politico. Un no che svela una consapevolezza dei propri limiti è la prima pietra sulla quale ricostruire il Paese. Per la prima volta, dopo tanti anni, la politica italiana, interpretata da un governo, che in tanti definiscono tecnico, è capace di fare autocritica e di pronunciare un no che vale più di un sì. Erri de Luca sul suo profilo di facebook così commenta la vicenda «Il cocchiere ha staccato i cavalli al carrozzone olimpico: lutto nella banda romana degli appalti». Non credo ci sia molto altro aggiungere. 
Piuttosto “la politica” italiana, i partiti che hanno loro rappresentanti in Parlamento e quelli che non li hanno, ha perso una grande occasione per un piccolo e parziale riscatto. Ammettere e accettare l’inadeguatezza del sistema sarebbe stata un’assunzione di responsabilità che in molti avrebbe gradito e avrebbe fatto sperare in un futuro, della politica stessa, meno buio.
Il no che vale un sì e che può indicare una nuova direzione di marcia è invece arrivato da Mario Monti. In molti sostengono che “la politica” dovrebbe riprendere in mano le sue sorti e indicare un progetto nuovo alla società italiana. Lo sostengono a destra così come a sinistra. Ma oggi il meglio che passa il convento è  il prof. Mario Monti. La politica ne prenda atto.  


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Mario Monti Gianni Alemanno Roma Olimpiadi

permalink | inviato da oscarb il 15/2/2012 alle 11:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 febbraio 2012

Mario Monti e l’Italia malata


II web ha rivitalizzato il luogo collettivo per eccellenza della discussione pubblica: la piazza. Ha trasformato la piazza reale delle nostre città in un luogo virtuale, in cui le coordinate del tempo e dello spazio sono mutate e gli interlocutori non sono più gli stessi di sempre. Offre la possibilità di discutere direttamente, se si hanno le opportune conoscenze tecnologiche e si frequentano i posti giusti, con i maître à penser, i dirigenti politici, gli uomini dello sport e dello spettacolo. Una grande conquista, potremmo osare e definirla libertà, in grado di far avanzare complessivamente il grado di consapevolezza di singoli cittadini e di tutta la comunità. Come tutte le novità o i cambi di paradigma ci sono ovviamente anche delle controindicazioni e degli aspetti problematici che vanno analizzati. Ne cito uno per tutti. La veridicità della fonte di una notizia. Il web o internet, per usare un linguaggio più consueto e comune, offre tante notizie che non sempre vengono verificate. È compito del lettore, del cittadino, saper distinguere il vero dal falso, il verosimile dalla bugia.
Nel web una notizia proposta in maniera distorta o non vera è difficile da rimuovere e quindi occorre una grande maturità, conoscenza e soprattutto consapevolezza, per non “prendere lucciole per lanterne”.
Analizziamo, per esempio, le affermazioni del capo del Governo Mario Monti rilasciate a una trasmissione televisiva e perciò riportate tra caporali.   
L’argomento di cui si discute è il lavoro. I nuovi lavori e le nuove forme di tutela dei lavoratori.
«I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia» e ancora «La finalità principale della riforma è quella di ridurre il terribile apartheid che esiste tra chi per caso o per età è già dentro e chi fa fatica ad entrare» per arrivare all’affermazione più impegnativa per il governo, «riforma degli ammortizzatori che tuteli il singolo lavoratore quando deve cambiare lavoro, senza legare la tutela del lavoratore a un posto di lavoro che diventa obsoleto».
Il web si è scatenato contro il mal capitato Mario Monti. Quasi tutti si sono concentrati sull’affermazione “che monotonia il posto fisso”, attribuendo, e questo lo si deduce dai commenti degli internauti, al capo del governo un’intenzione che non corrisponde a ciò che ha affermato.
In realtà cosa ha detto Monti? Quasi una banalità. Il mercato del lavoro è cambiato e sarà sempre più difficile se non impossibile avere la stessa occupazione per tutta la vita lavorativa di un individuo. Non è un progetto del governo che Monti presiede, è semplicemente una costatazione che chiunque, abbia buon senso e una conoscenza minima del mercato del lavoro, è in grado fare anche da solo. Se continuiamo ad analizzare il suo pensiero scopriamo che, al contrario di quello che si scrive e si commenta sul web, egli è concentrato su chi non ha lavoro e soprattutto punta a una riforma degli ammortizzatori sociali in grado di tutelare concretamente ogni singolo lavoratore quando questi si troverà o sarà costretto a cambiare lavoro. Punta a tutelare quel lavoratore e non il suo posto di lavoro a prescindere dal lavoratore stesso. È un rovesciamento di paradigma che può e deve essere discusso e accettato dalle parti in causa ma che è esattamente il contrario di ciò che circola in queste ore sul web. Ognuno può esprimere la sua valutazione in proposito, si può essere d’accordo o meno su questa impostazione ma certamente non si può affermare che Monti, con questa’affermazione ha decretato o auspicato la fine del posto fisso. Non è vero e non corrisponde a ciò che realmente ha detto.
Se avessi dovuto fare una sintesi del suo intervento non avrei estrapolato e assecondato, non il brano sul lavoro ma un altro. «Il mio governo ha compiti limitati ma ciononostante difficilissimi, per rendere l’Italia migliore. Questo compito lo svolgeremo se osserveremo una certa distanza rispetto ai partiti». In un paese malato com’è l’Italia in cui il tesoriere di un partito politico può, indisturbato, sottrarre tredici milioni di euro, diconsi tredicimilionidieuro, senza che nessun organo di quello stesso partito se ne renda conto, dove la corruzione dilaga a ogni livello istituzionale, sentire queste parole, mi rassicura. Sapere che il timone della nave non è affidato a un’incapace ma a una persona seria la cui preparazione è riconosciuta da un contesto che va oltre il nostro misero recinto nazionale, mi fa guardare con meno inquietudine al futuro. E infine avrei anche approfondito altre due questioni. «La cittadinanza, la bioetica, la legge elettorale, i regolamenti parlamentari, sono questioni che devono essere sciolte e dipanate dalle forze politiche». I temi che riguardano le modalità con cui dobbiamo convivere, afferma Monti, devono essere affrontati dalle forze politiche e perciò dai partiti. Così come l’affermazione finale, «Do per scontato che nel 2013 non ci sarò». Affermazioni che restituiscono alla politica e ai partiti politici,  una centralità e un prestigio, che certamente, almeno in questa lunga transizione chiamata Seconda Repubblica, hanno dimostrato di non meritare.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. italia mario monti seconda repubblica

permalink | inviato da oscarb il 2/2/2012 alle 10:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

sfoglia     agosto       
 

 rubriche

Diario
Le mie recensioni
Niente di personale
Dall'Italia
Politica
Dal Mondo
Cultura
Racconti
City Room
Bi-fronti
Le grandi mostre
Paz

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

fabrizio de andré
italo calvino
pier paolo pasolini
wim wenders
pier vittorio tondelli
andrea pazienza
paul auster
nick hornby

aNobii_oscar
books brothers
la repubblica_bari
stilos
theorein

giovanni di iacovo
antonio gurrado
cristina mosca
adele parrillo
cristiana rumori
quasirete

peppino impastato
legambiente
wwf
emergency

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom