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Politica
 


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26 aprile 2012

La Resistenza, un mito fondativo


La Resistenza è uno dei due miti fondativi delle origini della nostra storia. Il secondo, o il primo se ragioniamo in termini cronologici, è la vittoria nella Prima Guerra mondiale, l’unica che abbiamo vinto senza cambiare schieramento. Grazie alla Resistenza abbiamo avuto la Carta Costituzionale, il compromesso politico più alto e condiviso che ci sia mai stato in Italia, la nostra carta d’identità. E di fronte agli attacchi scriteriati, infondati e revisionisti che ancora oggi trovano spazio e visibilità sui media è necessario perciò festeggiare il 25 Aprile in modo non retorico ma piuttosto come una testimonianza politica attiva. Scriveva Pier Paolo Pasolini: «La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».
Bene dunque hanno fatto l’ANPI Pescara (Comitato provinciale partigiani italiani) e il Consiglio regionale d’Abruzzo ad organizzare per la ricorrenza del 25 aprile una vera manifestazione culturale e popolare che vedrà come protagonista assoluta la “Brigata Majella” una delle eccellenze d’Abruzzo. Oggi alle 18.00, all’auditorium De Cecco in Pescara, la “Compagnia dei Guasconi” metterà in scena una rappresentazione teatrale dedicata alla “Brigata Maiella”, dal titolo “Banditen. I partigiani che salvarono l’Italia”. 
Così la compagnia teatrale pescarese, nata undici anni fa, introduce la “pièce” teatrale: «Raccontiamo una storia vera, accaduta a cavallo della seconda guerra mondiale: è l’incredibile storia della Brigata Maiella, formazione partigiana abruzzese che nacque il 5 dicembre del 1943 e si sciolse solo alla fine delle ostilità dopo aver collaborato alla liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. La Brigata Maiella fu l’unica formazione partigiana a ricevere la medaglia d’oro al valore militare e l’unica a continuare a combattere anche dopo la liberazione del proprio territorio di appartenenza. Un gruppo di uomini che decide di abbandonare ogni incertezza e di lottare per ridare al popolo italiano tutto quello che aveva perso. Quegli uomini erano i nostri nonni. È una storia così alta che è come una boccata d’aria pulita in tempi bui come quelli che stiamo vivendo». 
Comandante della “Brigata Majella” fu Ettore Troilo «uno degli uomini migliori dell’Italia contemporanea. Socialista, già collaboratore di Matteotti e futuro prefetto di Milano dopo la Liberazione. Gli abruzzesi della Majella hanno davvero rappresentato, simbolicamente, una nuova Unità d’Italia, dal Mezzogiorno al nord del paese» sono le belle parole che Enzo Fimiani, presidente dell’ANPI Pescara e coorganizzatore dell’evento, utilizza per descrivere la figura del comandante e pronunciandole si commuove. Lo storico prende nuovamente il soppravvento quando invece gli chiedo di ricordare la “Brigata Majella”: «È stata, forse, la formazione partigiana più straordinaria dell’intera Resistenza italiana. Gli uomini della “Brigata Majella” sono stati plurali, esattamente come è una democrazia e come sarebbe stata la carta costituzionale del 1948, vale a dire hanno avuto al loro interno più anime. Socialcomuniste, cattoliche, laiche, liberali, perfino conservatrici, specchio fedele del pluralismo della Resistenza nel suo complesso e della futura Italia repubblicana».
Tutti in piazza a festeggiare il 25 aprile, è la festa della democrazia italiana, la festa più importante, la festa di tutti gli italiani.



13 febbraio 2012

Il partigiano, l’economista e il messaggio virale


La foto del novantenne partigiano greco, Manolis Glezos, strattonato dalla polizia greca e trattenuto da un signore con la mascherina sul viso, in piazza Syndagma ad Atene il 5 febbraio del 2010, durante la grande manifestazione democratica contro le misure economiche varate dal governo Papandreou, aiuta a riflettere sullo stato della democrazia nel nostro Continente.

Manolis Glezos è un partigiano e scrittore greco oltre che un uomo politico. Il 30 maggio del 1941 si rese protagonista insieme al suo compagno Apostolos Santas di uno dei primi episodi europei di resistenza al nazismo. Si arrampicarono sull’Acropoli e riuscirono a strappare la bandiera con la svastica tedesca che sventolava dal 24 aprile del 1941 e ad issare la bandiera greca. Quel gesto, così eclatante, ha segnato per sempre la vita si Glezos che è diventato con gli anni un punto di riferimento per la democrazia e la libertà nel suo Paese.

Quella foto, che oggi vive una nuova vita e naviga sulla rete associata in maniera capziosa agli incidenti che si sono verificati ieri sera nella stessa piazza di Atene, c’induce a riflettere su una verità lapalissiana: la libertà e la democrazia non sono per sempre. Se un uomo di novant’anni è costretto a scendere in piazza per manifestare il suo disappunto, e soprattutto viene trattato in quel modo, vuol dire che c’è molto che non funziona nella nostra democrazia e nel concetto di libertà che abbiamo costruito.

Il malessere per cui due anni fa manifestava Glezos è lo stesso malessere per il quale oggi manifesta il popolo greco negli stessi luoghi. Ma cosa è successo in Grecia di così grave da indurre un “monumento” vivente come il partigiano Glezos a manifestare in piazza con tanta veemenza?

Lo spiega molto bene Marcello de Cecco, economista abruzzese, in un’intervista a radio Capital.

De Cecco sostiene che le misure economiche messe in campo dall’attuale governo greco e sostenute dalla Comunità Europea non siano utili e che la situazione è destinata a precipitare. Non solo per la Grecia ma anche per altri paesi europei come l’Italia e la Spagna se l’Europa, e la Germania in particolare, non si fanno carico di un problema che deve diventare europeo. Senza svalutazione e senza l’emissione di eurobond, continua De Cecco, la situazione peggiorerà ancora. Sempre secondo l’economista De Cecco, sarebbero la Merkel e Sarkozy i principali artefici di questo fallimento. Occorre, in altre parole, una visione coordinata della crisi e non una posizione vessatoria come quella attualmente in atto. Ecco perché il partigiano greco era ed è preoccupato. Vede sgretolarsi un mondo che ha contribuito a costruire. Il suo “immolarsi” è insieme una bella cosa e una brutta cosa. Una cosa bella perché è uno stimolo per tutti a non essere distratti in relazione alle questioni importanti della vita e della sopravvivenza di una comunità. Una brutta cosa perché se una persona di novant’anni scende in piazza vuol dire che la misura è colma e la situazione è oltre ogni ragionevole livello di guardia.

Un’ultima riflessione sul messaggio virale che la foto di Manolis Glezos ha veicolato nella giornata di oggi. Ciò che sta succedendo in Grecia in queste ore riempie i giornali di tutto il mondo e ovviamente anche il mondo del web. La situazione è preoccupante. Sono riapparsi, come puntualmente avviene in questi casi, i famigerati “black block” a creare disordini e confusione. C’è bisogno invece di nervi saldi e sangue freddo per non far degenerare le manifestazioni democratiche di dissenso. Per farlo occorre chiarezza. Dal mio punto di vista veicolare l’informazione dei disordini di questi in giorni in Grecia con un'immagine di due anni fa perché vi è ritratta un’icona della libertà e dell’indipendenza è fuorviante e non serve alla causa di chi sta giustamente manifestando.


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5 febbraio 2012

Per ricordare Lucio Magri e la sua idea di mondo


Martedi 7 febbraio alle ore 17.00 presso l’ex Aurum di Pescara, Sinistra Ecologia e Libertà ricorda Lucio Magri e il suo impegno nella storia della sinistra. Saranno Roberto Musacchio e Luciana Castellina a ripercorrere le tappe della vita politica di una delle figure più nobili della sinistra italiana.

Sono trascorsi poco più di due mesi dalla morte di Lucio Magri avvenuta in Svizzera alla fine di novembre del 2011. Suicidio assistito. Una morte programmata e iniziata tre anni prima del 2011 quando morì sua moglie, Mara. Lo scrive lo stesso Magri in una struggente lettera di commiato agli amici e ai compagni letta da Famiano Crucianelli nel cimitero di Recanati il giorno della sua tumulazione.
«La mia morte è cominciata da tempo. Quando Mara è scomparsa ha portato via con sé tutta la mia voglia di vivere, ed ero già pronto a seguirla. Lei lo ha intuito e in extremis mi ha strappato la promessa di portare a termine il lavoro che avevo avviato negli anni della sua sofferenza e che in altro modo era anch’esso in punto di arrivo».
Il lavoro cui fa riferimento Lucio Magri è il libro “Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci”. Un grande lavoro di sintesi e un’originale interpretazione della storia del più grande partito comunista d’Occidente. Dalla sua fondazione, nel 1921, alla Resistenza. Dai fatti d’Ungheria del 1956 ai movimenti del Sessantotto. Dal compromesso storico alla svolta della Bolognina che il 3 febbraio del 1991 decreta la fine del Partito comunista italiano. Una fine inseguita e cercata anche sull’onda emotiva della caduta del Muro di Berlino che quasi impone la ricerca di una strada per “nuovo inizio” difficile da individuare e che ancora oggi stenta ad affermarsi. Un’analisi che ripercorrendo la storia del Pci ripercorrere anche cent’anni di storia d’Italia, che Magri è attento a collocare sempre in un contesto internazionale. Una riflessione puntuale e colta che pone a tutti quelli che sono interessati all’evoluzione del pensiero politico in Italia la domanda delle domande: perché un partito che già dagli anni Sessanta aveva raggiunto una sua maturità non riesce a conseguire il suo obiettivo più ambizioso, la “via italiana al socialismo”?  “Il sarto di Ulm” è tutto questo e anche la storia politica e intellettuale di un “militante eretico”. Eretico e con un pensiero sempre autonomo e distante da ogni “cliché”. Non allineato e autonomo al punto che dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, del 1968, decise di realizzare, con un nutrito gruppo d’intellettuali e militanti politici suoi compagni nel Pci, alla rivista politica mensile, “Il Manifesto”. Diretta dallo stesso Magri e da Rossana Rossanda, aveva, tra gli altri, come compagni di cordata Luigi Pintor, Valentino Parlato e Luciana Castellina. E sarà proprio Luciana Castellina, che con Lucio Magri ha condiviso un percorso politico per oltre quarant’anni, una delle protagoniste della giornata che il partito di Nichi Vendola, SEL, dedica al ricordo di Lucio Magri. 
La scelta di fondare “Il Manifesto” è la causa della radiazione dal PCI per Lucio Magri e suoi compagni di cordata. Luciana Castellina è testimone diretta degli eventi. Ecco come li ricorda nel suo libro “La scoperta del mondo”, in cui restituisce una testimonianza preziosa e ripropone una stagione in cui la militanza politica e l’impegno intellettuale consentiva alle giovani generazioni di condividere «la passione più bella: quella di cercare di cambiare il mondo». «Quella tessera del PCI n° 2158861, anno 1947, la conservo ancora, assieme a tutte le altre della mia carriera comunista: ventiquattro tessere del PCI, fino al 1970, quando proprio all’inizio dell’anno, a gennaio, vengo radiata per via dell’eresia del Manifesto […] Poi. Poi è un’altra storia. Ma resta che la scelta compiuta mi ha dato occhi e orecchie, mi ha fatto conoscere il mio paese. Credo di aver fatto la cosa giusta.  Non mi sono mai pentita; anzi, di quel partito, con tutti i suoi difetti, ho oggi una struggente nostalgia. Si dirà che si tratta della nostalgia di un tempo e non di un partito. Certo, anche. Ma quel tempo, senza quel partito, non sarebbe stato uguale».
La testimonianza della Castellina è, proprio per questo motivo, la testimonianza di chi ha vissuto in prima persona il percorso politico, intellettuale e umano di Lucio Magri. Una testimonianza preziosa che arricchisce la conoscenza di uno dei protagonisti della vicenda politica italiana degli ultimi anni che ci aiuta a comprendere meglio ciò che è stato ma anche ciò che sarà. Che contribuisce a costruire un pezzo di futuro. Futuro presente anche in un passaggio significativo della lettera di commiato di Magri. «Nel lungo e doloroso intermezzo ho avuto modo non solo di riflettere sul passato ma anche di misurare il futuro. E mi sono convinto di non avere ormai né l’età, né l’intelligenza, né il prestigio per dire o per fare qualcosa di veramente utile a sostegno delle idee e delle speranze che avevano dato un senso alla mia vita. Intendiamoci, non escludo affatto che quelle idee e quelle speranze, riformulate, non si ripresentino nella storia a venire: ma in tempi lunghi e senza sapere come e dove. Comunque fuori dalla mia portata».
L’ultimo pensiero Lucio Magri lo dedica a Mara, la sua sposa. È un “post scriptum”. «Ciò che desidero è semplicemente uno sguardo affettuoso, o almeno amichevole, rivolto a una coppia d’innamorati sepolti in un piccolo cimitero, insieme». L’ultima parola scritta da Lucio Magri è “insieme” ed è sottolineato. Chapeau.


16 febbraio 2011

Attraversare il guado



Giudizio immediato per concussione e prostituzione minorile è l’accusa dalla quale si dovrà difendere Silvio Berlusconi a partire dal 6 Aprile. Un accusa che ferisce l’Italia intera e ognuno di noi. La volontà dell’imputato di non presentare le dimissioni dall’incarico pro tempore che occupa rende ancor più grave la situazione del paese. Nessuno primo ministro, in nessuno stato del mondo, è stato mai accusato nell’esercizio delle sue funzioni, di reati così gravi. Tutto questo ferisce e umilia noi, cittadini italiani, e l’Italia in maniera superiore allo stesso imputato.
La vicenda giudiziaria che vede coinvolto Silvio Berlusconi, che si aggiunge a tutte le altre che lo hanno visto protagonista nel corso di questi ultimi quindici anni, segna inesorabilmente la fine di un’era: il berlusconismo. Una modo di vivere, uno stile di vita, che ha imperato nel nostro paese anche grazie alla ingente disponibilità economica e di mezzi di comunicazione a disposizione dell’uomo di Arcore. Quest’era è finita. Una filosofia di vita che non è più maggioranza nel nostro paese. Un milione di donne e uomini lo hanno testimoniato nelle piazze italiane sabato scorso. È solo l’inizio di un’onda lunga che sommergerà nani e ballerine che hanno occupato in questi ultimi anni i “posti di comando”. Per la prima volta in vent’anni s’intravede la reale possibilità di attraversare il guado. Abbiamo la necessità di guardare avanti e al futuro in modo diverso.
In un’intervista a la Repubblica Nichi Vendola, il presidente della regione Puglia e leader di SEL, propone la candidatura di Rosy Bindi per guidare una coalizione di emergenza democratica, che veda insieme dunque il centro sinistra e il “terzo polo”, che assuma l’impegno di fronte ai cittadini di traghettare, attraversando il guado appunto, l’Italia verso la terza Repubblica.
È un’ottima proposta. Di Rosy Bindi, a sinistra, ci fidiamo. Si può fidare l’intero paese.
Avanti dunque. Cominciamo a ricostruire, Il futuro è già qui.


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2 febbraio 2010

«Professore esca dall’aula», vent’anni fa la Pantera.



«Professore esca dall’aula», vent’anni fa la Pantera. I giorni del movimento nei ricordi di un protagonista
di Fabrizio Santamaita
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Esattamente venti anni fa, il 23 gennaio del 1990, esplodeva anche nelle facoltà universitarie pescaresi la protesta della Pantera, l’ultimo grande movimento studentesco degli anni Ottanta, che, dopo le agitazioni degli studenti superiori nell’86, scompaginò per sempre le vecchie categorie politiche codificate dal ’68. In questo articolo ricorda quei giorni un protagonista del movimento.


«Professore, adesso l’università è occupata, lei deve uscire». Sono le 19,15 del 23 gennaio 1990 quando un drappello di studenti blocca sulle scale della facoltà di Lingue il compianto Giuseppe Paolo Samonà, docente e poeta. La risposta è quasi compiaciuta: «Ma allora fate sul serio!».
Inizia così la fase pescarese della Pantera, il movimento studentesco che vent’anni fa provò ad ostacolare la riforma che introduceva l’autonomia degli atenei. Si chiamava legge Ruberti, dal ministro dell’istruzione dell’epoca, e non passò. Ma per l’autonomia fu solo questione di tempo.
Gli studenti tennero in mano le facoltà di viale Pindaro – che allora erano tre: Economia, Lingue e Architettura – per 54 giorni; il 17 marzo il movimento si sciolse con una grande manifestazione a Napoli.

La ribellione era partita ai primi di dicembre dalla facoltà di Lettere di Palermo e si era estesa lentamente al resto d’Italia, ma in Abruzzo stentava ad arrivare. A metà gennaio un gruppo di studenti di Architettura chiede ed ottiene la prima assemblea sulla questione: dai dieci iniziali passeranno a 500 in una settimana. A capitanarli c’è il giovane segretario della Fgci, Maurizio Acerbo, cui si affiancano un barbuto foggiano**, Oscar Buonamano, ed un docente vestito sempre di pelle nera, Giampiero Di Plinio, oggi ancora protagonisti, a diverso titolo, della scena cittadina.

L’assemblea decisiva si tiene il 23 gennaio nell’aula 34: nonostante le roventi proteste di Comunione e Liberazione, il popolo della D’Annunzio vota compatto per entrare nel movimento.

I primi giorni sono anche i più difficili: Cielle tenta di far disoccupare le facoltà con ripetute votazioni ad Economia, da sempre feudo del centrodestra. Scende in campo anche l’ex rettore Uberto Crescenti, e non usa mezzi termini:
«Andatevene, o vi faccio sgomberare dalla polizia». Ma i panterini resistono. La leggenda vuole che la Digos avesse già pronta un’azione di forza ma il piano saltò all’ultimo momento perché “zio Remo” Gaspari ebbe timore delle conseguenze di un intervento violento a poche settimane dalle elezioni amministrative del 7 aprile.
La vita degli occupanti trascorreva in un clima quasi festoso: commissioni di lavoro al mattino, assemblea generale il pomeriggio ed eventi culturali la sera. Le facoltà erano aperte 24 ore su 24 grazie al servizio d’ordine interno: chi aveva il libretto universitario entrava, gli esterni dovevano trovarsi un “garante” e lasciare un documento. Era stata creata anche una piccola mensa che forniva pasti a prezzo politico. Alcuni nomi famosi resero visita agli studenti: da Edoardo Bennato – che dopo un concerto al Massimo fu portato all’università per un “unplugged” di rara bellezza – al regista Carlo Delle Piane passando per Marco Pannella, protagonista di un dibattito durante il quale fu contestato da una parte degli studenti per le sue posizioni non allineate.

La manifestazione di Napoli arrivò nel momento in cui la Pantera cominciava a perdere gli artigli: le assemblee erano sempre meno frequentate e la spinta iniziale si stava smarrendo. A maggio la Digos sgomberò le ultime due aule rimaste in mano ai contestatori e partì anche qualche denuncia. Ma ormai il felino aveva lasciato la sua impronta.


p.s.: nella foto, io e Carlo Delle Piane in un dibattito all’università “G.D’Annunzio” di Pescara, durante i giorni dell’occupazione.


*Studente all’epoca della Pantera e testimone di quei giorni

** Fabrizio nell’articolo ha scritto un barbuto barese, vorrei precisare che barbuto lo ero, ma nacqui a Foggia e non a Bari.


Pubblicato su Il Messagero, edizione Abruzzo, il 29 gennaio 2010




22 dicembre 2009

La vita del mio nemico mi è sacra



Vi propongo un passaggio dell’intervento di Nichi Vendola all’assemblea costituente di Sinistra, Ecologia,  Libertà ,a Roma. Un passaggio che mi è piaciuto molto e che lo distacca dal chiacchiericcio cialtrone di questo tempo miserabile.

Il viso di Berlusconi ferito è come la rivelazione di un Paese a rischio. Io naturalmente considero insopportabile il dibattito sui mandanti e la trovo una strumentalizzazione volgare. Nonostante quella strumentalizzazione dobbiamo sentire veramente il sentimento profondo di umiliazione e di sconfitta quando c’è il viso insanguinato del Presidente del Consiglio. È come un oscuro presagio, è come il segno di qualcosa che si è profondamente ammorbato attorno a noi e non possiamo sottovalutarlo. Quella faccia colpita davvero rimanda a immagini archetipiche della nostra cultura e ci dovrebbe spingere a riprendere un filone di ragionamento che non vorrei consegnare alle omelie domenicali. Vorrei che entrasse nell’agenda della politica il tema della non violenza. La provocazione della non violenza, la sfida della non violenza.

Sento la forza di immagini e parole che appartengono al repertorio religioso e le vivo con la provocazione di chi dice dobbiamo impegnarci per tradurle dentro coordinate di cultura laica. Quel porgere l’altra guancia, che è stato spesso oggetto di sfottò, immaginato come rappresentazione idilliaca della relazione tra persone, può essere invece una incredibile, sottrazione di terreno a chi ti propone il conflitto come militarizzazione e gerarchizzazione. Se tu mi dai uno schiaffo e io te ne rendo due e ti faccio male, certo forse ti ho sconfitto sul piano militare, ma hai vinto tu sul piano culturale e io ho perso davvero. Ho perso mille volte. Io voglio vincere invece.

E ho il dovere di dirlo. Perché troppe fosse comuni riempiono i terreni di tutto il mondo, nel nome di un sogno che è diventato un incubo. Se non ci diciamo questa verità, su ciò che fu non l’errore, ma l’orrore del novecento. Del comunismo che diventò totalitarismo e gulag. Se non ci diciamo questo non possiamo aprire le porte del futuro. Dobbiamo avere coraggio. Tutta la verità. (Nichi Vendola)


16 settembre 2009

S’è persa la politica



In Italia s’è persa la politica. S’è persa e nessuno sa dove sia.
I due partiti più grandi presenti in Parlamento, Pdl e Pd, mostrano tutti i loro limiti, la sinistra non è più nemmeno un’idea, l’Italia dei Valori è Antonio di Pietro, l’Udc si barcamena, e la Lega la minoranza che governa. Mi sembra di non aver dimenticato nessuno.
Il conflitto sempre più stridente tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, un conflitto tutto politico e di contenuti e un contrasto insanabile sulla forma partito, rendiconta di un partito costruito troppo in fretta e senza nessuna logica se non quella di governare per governare. E così, forte di un largo consenso, forse troppo generoso, ottenuto alle ultime elezioni politiche, il Pdl sta per implodere, forse è già imploso. Quell’idea di mettere insieme Forza Italia, un non partito, e AN, il penultimo dei partiti, è fallita e ciò che verrà fuori dai chiarimenti, se mai ci saranno, tra Fini e Berlusconi, sarà comunque un’altra cosa. E il governare non aiuta a sanare i conflitti, anzi accentua le differenze. Gianfranco Fini ha parlato in maniera chiara di testamento biologico, di appoggio alla magistratura sulle indagini di mafia e di immigrazione. Altrettanto ha fatto Schifani, voce recitante della controparte. Le posizioni sono inconciliabili. Nei prossimi mesi saranno evidenti le conseguenze di questa presa di coscienza da parte di Gianfranco Fini e degli uomini di AN che siedono in Parlamento e che non si sono venduti, armi e bagagli, a Berlusconi.
Se Atene piange, Sparta non ride.
Il Pd, che si è costituito prima del Pdl, vive gli stessi problemi e forse sta anche peggio. Anche in questo caso la fusione a freddo di DS e Margherita, ha lasciato per strada molte vittime. Le prime vittime di questo matrimonio andato a male, sono tutte le componenti di sinistra che prima della fusione coesistevano nei Ds. Di questi ultimi si è persa ogni traccia e le possibilità d’intravedere la scialuppa di salvataggio a riva sono poche, pochissime, direi quasi nulle. Si può tranquillamente affermare che il Pd deve ancora nascere e la campagna congressuale lo sta dimostrando. Marino, Bersani e Franceschini non si affrontano con progetti diversi per L’Italia. Il dibattito congressuale che si legge sui giornali riguarda piuttosto la forma partito e i contenuti, la sostanza di questo partito. Si sta discutendo di quello che si sarebbe dovuto discutere alla fondazione del partito. Manca quindi a questo nostro Paese un partito d’opposizione in grado di mettere in campo, in un momento come questo che stiamo attraversando, un progetto alternativo di società rispetto alla destra.
L’Italia dei Valori, l’Udc e la Lega sono attori non protagonisti. O meglio, il giorno che la politica dovesse ritrovare la strada di casa, forze politiche come la Lega piuttosto che l’Italia dei Valori sono destinate a essere marginali.
Canta Fossati: «Dicono che c’è un tempo per seminare, e uno più lungo per aspettare. Io dico che c’era un tempo sognato che bisognava sognare».
Quel tempo non è oggi. Speriamo sia domani.


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9 giugno 2009

Il cantiere, il cuore e il sogno. Utile.


Come in tutte le elezioni, italiane, se ti fermi a pensare e ascolti i commenti e i commentatori, pensi che tutti abbiano vinto e che nessuno abbia perso. Non è così. Il centro destra ha stravinto le elezioni e per la prima volta fa man bassa anche nelle elezioni amministrative. Il centro sinistra ha straperso le elezioni. In un momento di grande difficoltà del Presidente del Consiglio, il primo forse o comunque il più complicato da quando ha iniziato l’attività politica, il centro sinistra non solo non ha saputo approfittare ma vede materializzarsi un incubo: il centro destra che avanza nelle regioni tradizionalmente di sinistra.
In questa pesante sconfitta del centro sinistra, il maggior partito della coalizione, il pd, perde oltre sette punti percentuali. E a tutti sembra, e sottolineo sembra, che ciò non sia successo.
Penso sia utile non partecipare alla giostra mediatica che sposta l’attenzione sul mancato sfondamento del cavaliere e piuttosto concentrarci su di noi, sulla nostra sconfitta.
Un centro sinistra senza il pd non esiste e per questo motivo penso sia interesse di tutti che il partito democratico affronti i nodi e sciolga le contraddizioni che si porta dietro dalla sua nascita. In questo senso il congresso sia davvero un nuovo inizio. Un momento di confronto sulle idee e i programmi per il nostro paese. Di un pd forte e autorevole ne ha bisogno la coalizione. Spero perciò che la sonora batosta che abbiamo subito ci faccia superare e mettere definitivamente alle nostre spalle tutti gli errori fin qui commessi. Può essere salvifica e salutare questa terribile battuta di arresto.
In questa ottica penso che nella sconfitta dobbiamo comunque impegnarci per trovare segnali positivi e penso in particolare al risultato politico che abbiamo ottenuto con la lista Sinistra e Libertà. Non abbiamo raggiunto il quorum del 4% e questo è certamente un dato negativo, ma la semina è stata positiva. Il cantiere, come ama ripetere Nichi Vendola, è aperto e i lavori in corso continuano. Ci abbiamo messo il cuore in questa competizione elettorale, perché non avevamo altro. Non avevamo soldi, non avevamo spazi politici per poter fare la nostra battaglia, non avevamo santi in paradiso. Il cuore quello si e poi ci siamo spesi, in tanti. Da oggi e per sempre, dobbiamo far crescere questo progetto, questo sogno utile. E per farlo dobbiamo essere capaci di metter in campo idee e progetti e persone per bene, con la faccia pulita. Dobbiamo poi includere e non escludere e dobbiamo essere capaci di rimettere in piedi e presto una coalizione credibile che si ponga l’’obiettivo di andare al governo del paese. Ci vorrà tempo, molto tempo. E pazienza, molta pazienza, Ma non abbiamo alternative. Dobbiamo creare le condizioni per far sentire tutti a casa propria e questo sarà possibile solo se sul tavolo delle trattative ci saranno programmi e soprattutto una nuova idea di società e una nuova idea dello stare insieme.
Per questo il cantiere è aperto e resterà aperto fino a quando il sogno, che insieme stiamo coltivando, non diventerà realtà.


8 giugno 2009

Il nulla non muore, ma nemmeno la spocchia se la passa bene.



L’ultima campagna elettorale è stata la peggiore alla quale ho partecipato in questi anni vent’anni di militanza politica attiva. È stata la peggiore perché i contenuti e le idee sono stati i grandi assenti. Tutto ha ruotato, come sempre più spesso succede, sulla figura del cainano. E se questo ha rappresentato un limite alla crescita del Pdl e all’aumento consistente dei voti da parte dell’Italia dei Valori di certo non ha modificato il quadro politico attuale.

Il centro destra non sta governando bene l’Italia. Non è incisiva la sua azione di governo. Le parti sociali si lamentano e anche Confindustria comincia a manifestare un dissenso sempre più esplicito. Se a questo aggiungiamo le vicende personali del Presidente del Consiglio si capisce perché i risultati elettorali non sono quelli sperati dal cainano.
Nel campo del centro sinistra la situazione non è certo migliore. Il Pd perde consensi ma tutti, o quasi, si dicono soddisfatti del risultato elettorale. L’Italia dei Valori raddoppia i propri voti ed è sicuramente il vero vincitore di questa tornata elettorale.

E la sinistra? Le sinistre?

Sinistra e Libertà e Rifondazione Comunista non superano lo sbarramento del 4% e per la seconda volta consecutiva non riescono a eleggere nessun parlamentare in una competizione elettorale.

I risultati delle due sinistre si possono leggere in maniera diversa ma il risultato ci dice che non ci sarà una rappresentanza di queste forze politiche nel prossimo Parlamento Europeo. Questo è certamente un problema serio, serissimo.
Da oggi deve perciò iniziare un nuovo tempo per la Sinistra, per Sinistra e Libertà.

Spero che queste elezioni abbiamo spazzato via in maniera definitiva il nostro passato più recente e che i conti con quel passato si siano definitivamente chiusi. Un’alternativa al governo di centro destra è l’obiettivo che abbiamo davanti a noi oggi. Per realizzare questo proposito dobbiamo cominciare a lavorare con idee e pensieri lunghi. Idee e pensieri per un’Italia diversa. E non dobbiamo farlo da soli ma con tutte le forze del centro sinistra. In primo luogo con il Partito Democratico e l’Italia dei Valori e poi con chi vorrà starci.

Un’alternativa a questo governo è possibile ma per realizzarla c’è bisogno che ci sia chiarezza dall’inizio. Un progetto comune per ridisegnare il nostro modo di stare assieme e, soprattutto, individuare gli assi di sviluppo che possano farci uscire da questa crisi economica infinita.

Il governo del centro destra è il governo del nulla che la spocchia del centro sinistra non riesce a smascherare. Queste elezioni ci dicono che il nulla non muore, ma nemmeno la spocchia se la passa bene.

Allora forza e ri-mettiamoci in cammino. L’importante è non avere fretta. C’è un sogno utile che va alimentato e di cui bisogna prendersi cura.


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19 febbraio 2009

La neve copre e non pulisce, non cancella



Ho seguito il discorso di commiato di Walter Veltroni ieri sera prima di tornare a casa. Ero solo.
Fin dalle prime battute si capiva che sarebbe stato un discorso franco e lo si capiva anche dall’espressione serena e riposata che il segretario del Partito Democratico ha sfoggiato fin dal suo arrivo in quella Piazza di Pietra, questa la scritta che campeggiava come didascalia, che pre-annunciava l’importanza delle parole che sarebbero di lì a poco state proferite.
E quando nel bel mezzo del discorso arriva l’outing per certi versi inatteso: “Scusate, non ce l’ho fatta”, la consapevolezza che quelle parole fossero pietre si è materializzata nella sala e, attraverso i media, nel Paese.
Un discorso alla Veltroni, ma meglio, molto meglio di tutti quelli che lo hanno preceduto. Meglio perché più vero, autentico. Ha sottolineato tutti i punti di difficoltà del nuovo progetto politico e ha rivendicato, non senza una punta, legittima, di orgoglio, che il progetto del pd è partito con dieci anni di ritardo. Quei dieci anni che intercorrono dall’esperienza dell’Ulivo e di vicinanza con Romano Prodi. Il professore è stato con Piero Fassino tra i pochissimi ad essere pubblicamente ringraziato. Il primo per la sua capacità di governo e di visione, il secondo per la sua lealtà. L’autocritica continua, senza sconti, così come continua l’outing: “Forse sono più portato ad altri incarichi che non alla vita di partito”.
Questa sua ultima apparizione che non avrà repliche, perché questo si capisce dalle parole ultimative che l’ormai ex segretario del Partito Democratico pronuncia, ci mostra un uomo sereno e solo. E questo della solitudine è un concetto che non riguarda la persona, ma diviene in questo suo pronunciamento una denuncia politica. Serve più coesione per fare un partito. Non basta un uomo solo al comando. Per certi versi è questa l’accusa più pesante che Veltroni rivolge a tutto il gruppo dirigente del Pd. Gruppo dirigente che non sarà mai nominato, non concedendo così neanche lo spazio ad una possibile replica. E si capisce che la lontananza, politica e personale, di tanti dirigenti storici è "il cruccio" di Veltroni che espone questo concetto con calma ma con fermezza, lasciando intendere che nulla sarà più come prima. Proprio come la neve di questi giorni che copre ma non pulisce, e non cancella. E anche quando, avviandosi alla conclusione, dice: “Non farò agli altri quello che è stato fatto a me”, sembra quasi che Veltroni voglia dire che lavorerà, con discrezione, alla costruzione di un nuovo gruppo dirigente, evitando così, ancora una volta di nominare i suoi avversari interni. Avversari di vecchia data, e avversari di nuovo conio.
Ho già detto che non ho condiviso e non condivido il progetto politico del Partito Democratico così come ho già detto che quando si trattò di scegliere, nel Pds, tra Veltroni e D’Alema, votai per D’Alema.
Dopo aver ascoltato Veltroni penso però sia giusto rendergli l’onore della armi.
Perché quelle parole pronunciate ieri contengono futuro. Sono la base per cominciare a porre al centro dell’agenda politica oltre ai problemi reali del Paese, valori che al pari delle soluzioni ai problemi costituiscono i presupposti per una ripartenza non solo del Partito Democratico, ma dell’intero centro sinistra. Perché da oggi i giochi di potere e le tattiche, come la sola salvaguardia del proprio status, qualunque esso sia, non dovranno avere più cittadinanza. Soprattutto su questo versante Veltroni ieri ha dato un contributo importante. Così come sono certo, che passata la nottata, tornerà a essere una delle belle persone, che noi del centro sinistra, e l’Italia può vantarsi di annoverare tra le sue fila. Per queste ragioni penso che le parole di ieri contengano futuro.
E per tutto questo mi sento di ringraziarlo anche se non ho condiviso la sua scelta politica e continuo a non condividerla. Lo ringrazio perché ha saputo, in un momento molto difficile, sia da un punto di vista personale sia da un punto di vista politico, guardare avanti e contestualmente fare un passo indietro e soprattutto perché ha saputo parlare al futuro.


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