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Diario
 


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23 aprile 2011

A Pescara la Feltrinelli fa 500


La tecnologia sta modificando in maniera (quasi) irreversibile le nostre vite. Viviamo immersi nell’era digitale. La musica è digitale. Le immagini sono digitali. Le parole sono digitali. Smartphone, iPad, ebook hanno sostituito nell’immaginario collettivo oggetti e parole come giradischi, proiettore, enciclopedia. I ragazzi che nascono oggi, all’alba del nuovo millennio, sono identificati come “nativi digitali” e “Benvenuti nel regno dei nativi digitali” sarà il cartello che leggeremo da qui a qualche anno all’ingresso delle nostre città. Tutto cambia e anche le nostre abitudini si modificano. Tutto è diventato interattivo e viviamo per questo la quotidianità in modo diverso. Ordiniamo la cena su Internet e quando dobbiamo scegliere la meta delle vacanze è Google Maps che ci fa vedere in anteprima la casa che andremo ad abitare o la spiaggia che allieterà il nostro riposo. Il web 2.0, l’interazione tra il web e l’utente, è la realtà di oggi, il web semantico la nuova frontiera. Forse vi state per chiedere: D’accordo, ma siamo fuori tema, non dovevamo parlare dell’apertura di una nuova libreria a Pescara? State tranquilli, c’entra, c’entra. C’entra perché il libro è stato, è, e presumibilmente continuerà ad essere, il più interattivo e contemporaneo degli strumenti pensati dall’uomo per leggere, imparare e studiare. Il libro puoi sfogliarlo, sottolinearlo. Comparare visivamente e immediatamente una sua parte con un’altra. Puoi toccarlo, sentirne il profumo. Portarlo con te ovunque e utilizzarlo senza avere bisogno di ricaricare le batterie o di avere a disposizione una presa della corrente elettrica. Più ci si spinge nella ricerca tecnologica, più si realizzano nuovi strumenti, sempre più il libro ri-acquista una sua centralità. Rappresenta un punto fermo nella nostra vita. Per questo motivo l’apertura di una nuova casa per i libri è sempre una bella notizia. Una notizia da festeggiare.
Pescara dunque ha una nuova casa per i libri. È la Feltrinelli.
Presente fin dal 1993 nel salotto buono della città, da pochi giorni ha aperto una nuova e più grande libreria a pochi passi dalla sede storica in Corso Umberto, il cuore pulsante di Pescara. Lo spazio espositivo è raddoppiato e passa dai duecentocinquanta metri quadrati ai cinquecento della nuova sede. I libri a disposizione del pubblico sono circa trentacinquemila. Tremila invece gli home video e millecinquecento i titoli di musica tra cui scegliere. Quattordici le persone che ci lavoreranno coordinate dal direttore Renato Malavolta. La nuova dimensione consente inoltre di arricchire l’offerta complessiva non solo in termini quantitativi ma anche qualitativi, per i più piccoli, infatti, c’è uno spazio nuovo e inedito per la città di Pescara: Kidz la Feltrinelli dei ragazzi. Per grandi e piccoli invece il punto bar che unitamente alla sala eventi, inserita in spazi comodi e confortevoli, con poltrone e divani, trasforma un luogo esclusivamente di vendita in un vero e proprio luogo d’intrattenimento culturale, assecondando una vocazione già maturata nel corso di questi primi diciotto anni di vita nel capoluogo adriatico. Anni in cui alcuni tra i più importanti intellettuali italiani e stranieri, con la loro presenza in libreria, hanno arricchito l’offerta culturale della stessa città contribuendo così alla definizione di una nuova immagine di Pescara.
I dati che riguardano la lettura, l’acquisto e il possesso di libri, in Italia, sono molto negativi. Su una base attiva di poco più di ventisei milioni di persone in grado di leggere, il 46% dichiara di aver letto almeno un libro nel corso dell’ultimo anno. Il 10% per cento delle famiglie, quasi due milioni e mezzo di nuclei famigliari, dichiara di non possedere libri in casa. Le donne leggono più degli uomini e si legge molto di più nel Centro Nord che nel Centro Sud. Dati spiegabili in parte con l’assenza di politiche che favoriscano o incentivino la popolazione alla lettura.
A maggior ragione quindi l’apertura di una nuova casa dei libri va salutata con entusiasmo e con gioia perché rappresenta un invito e un incentivo alla lettura. Siamo ciò che sappiamo e ciò che sappiamo spesso è nei libri.
Claudio Magris, uno dei più grandi intellettuali mitteleuropei, italiano di Trieste, in uno dei suoi ultimi libri, Alfabeti, un viaggio tra i libri e la letteratura, scrive: «Una volta in Cina, una studentessa dell’università di Xi’an mi ha chiesto cosa si perde scrivendo. Ardua domanda kafkiana. E leggendo? Una volta Borges ha detto che lasciava ad altri di gloriarsi dei libri che avevano scritto e che la sua gloria erano invece i libri che aveva letto».
Auguri alla nuova Feltrinelli di Pescara e buona lettura a tutti.



18 aprile 2011

Habemus Papam



Habemus Papam è il film più bello di Nanni Moretti e lo è per tante ragioni.
Lo è innanzitutto perché in questo film ci sono almeno quattro passaggi da regista di vaglia. E soprattutto perché c’è poesia.
Nei film precedenti, se si esclude Il Caimano, Moretti ha sempre cercato, attraverso i suoi personaggi risposte alle domande che l’uomo contemporaneo si pone, domande che attraversano l’intera vita di ognuno di noi. Questioni sociali e politiche, personali e collettive. Domande che cambiano con il cambiare delle condizioni al contorno e con la crescita personale dell’autore stesso. Una sola invariante i dubbi esistenziali dell’uomo, presenti da sempre nel cinema di Nanni Moretti. Dubbi che, come Wim Wenders in Il cielo sopra Berlino, il regista rende evidenti quando i pensieri e le domande dei vescovi in conclave, seppur muti e silenti, squarciano il silenzio della Cappella Sistina. «Non scegliere me, non scegliere me» è la frase che tutti si ripetono più volte tenendosi la testa tra le mani o fingendo di prendere appunti.
Il papa di Nanni Moretti ha la forza di guardare alla sua fragilità umana. D’interrogarla, di cercarla, di andarle incontro come accade in una delle scene più struggenti del film quando percorre in autobus, di notte, il lungotevere. È un uomo che cerca di ri-trovare se stesso cominciando a frequentare una quotidianità che la vita in Vaticano gli ha precluso. In questa ricerca tenace della sua essenza più intima e di una possibile verità, risiede la sua grande forza. Quella stessa forza che dimostrò nel 1294 Pietro da Morrone, che divenne papa con il nome di Celestino V, quando dopo soli quattro mesi si dimise dal trono pontificio. Non si può non pensare a Celestino V guardando questo film così come non si può non pensare che questo lavoro sia un omaggio all’uomo che ingiustamente Dante definisce «colui che fece per viltade il gran rifiuto».
Quando poi le note di Mercedes Sosa, Todo cambia, inondano le stanze vaticane siamo in uno dei momenti di poesia. I vescovi tutti, dal più giovane al più anziano, accennano a piccoli passi di danza: siamo nel grande cinema. «Cambia lo superficial, cambia también lo profundo, cambia el modo de pensar, cambia todo en este mundo», tutto cambia canta Mercedes Sosa. Sempre su queste note, mentre i vescovi all’interno del Vaticano si concedono una piccola divagazione, Michel Piccoli, nei panni del papa morettiano, mescolato alla folla dei fedeli, si aggira nei pressi di piazza San Pietro per riappropriarsi del proprio destino. Il vento del cambiamento soffia anche in Vaticano. Soffia e gonfia la tenda color rosso carminio che cinge il balcone dal quale si dovrà affacciare il nuovo papa. L’attesa è lunga. Sarà lunga.
Un film, Habemus Papam, che per il regista romano amatissimo in Francia, è insieme un punto di arrivo e un punto di ripartenza. Di arrivo perché conclude un lungo e fortunato ciclo iniziato nel 1976 con Io sono un autarchico che lo ha visto protagonista acclamato, assoluto e unico, di almeno due generazioni d’italiani che si sono riconosciute nei suoi personaggi e che hanno utilizzato le migliori battute per spiegare a se stessi e agli altri ciò che ci stava accadendo.
Di ripartenza perché quest’ultimo lavoro è certamente un film maturo che porta a compimento un percorso. Il tempo della denuncia e della visione del presente è ormai alle nostre spalle. È di nuovo il tempo di guardare avanti e di fare progetti per il futuro. Per ripartire e cominciare una nuova narrazione.



16 aprile 2011

Se questo è un ministro


Quando Umberto Bossi, capo indiscusso della Lega Nord e ministro delle Riforme della Repubblica Italiana, eruttò il suo «Föra da i ball», riferendosi ai migranti che scappavano dalla guerra che infesta il Nord Africa, pensavamo di aver toccato il fondo del barile. (Perché la guerra in atto è anche una guerra per il barile, in fondo, in fondo.) E invece non è stato così. Il fondo di quel barile era stato appena sfiorato dal capo della Lega Nord. Qualche giorno più tardi sarà Roberto Maroni, il ministro dell’Interno della Repubblica Italiana, leghista doc e della prima ora, ad erodere quel fondo. Dopo che l’Europa aveva bocciato la proposta, formulata proprio dallo stesso Maroni, di permesso temporaneo per gli immigrati tunisini accampati a Lampedusa, il sassofonista milanista di Varese prestato alla politica dichiara: «Mi chiedo se abbia un senso continuare a far parte dell’Unione Europea». Non era mai successo che un ministro della Repubblica Italiana avesse messo in discussione l’appartenenza del nostro Paese all’Europa. L’Italia, per chi lo avesse dimenticato, in questi tempi barbari che stiamo vivendo, è uno dei paesi fondatori della Comunità Europea, 1957.
E quando pensavamo che il peggio fosse passato ecco arrivare la bordata finale e la certezza che non solo si era toccato il fondo del barile ma che s’iniziava a scavare. Il protagonista è ancora una volta un leghista storico, viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Roberto Castelli che intervenendo a una trasmissione radiofonica, è disponibile il podcast su Internet, così si esprime: «Bisogna respingere gli immigrati, ma non possiamo sparargli, almeno per ora».
Mentre i tre ministri leghisti infliggevano un colpo mortale alla credibilità internazionale dell’Italia, Silvio Berlusconi si prepara per lo show finale che puntualmente arriva con il suo sbarco a Lampedusa. Un comizio, tenuto su di una pedana che sembra essere lì per caso, stile predellino per intenderci, che svela, ancora una volta, la pochezza politica e umana del capo della destra italiana al governo. Parole, parole, parole e promesse. Lampedusa candidata al Nobel per la pace, campi da golf, la costruzione di un casinò e, mentre migliaia di essere umani giacciono inermi senza cibo e senza una dimora degna di questo nome sul molo dell’isola siciliana a causa dell’incapacità del governo in carica da lui presieduto, l’annuncio dell’acquisto di una casa per la modica cifra di due milioni di euro. Senza alcun pudore.
Questa è l’immagine che ha offerto l’Italia al resto del mondo in questi tristi giorni di aprile.
Migliaia di migranti, molti dei quali laureati e in grado di comprendere bene ciò che gli stava succedendo, che non abbiamo saputo accogliere. Tenuti peggio degli animali. Volutamente ammassati, uno sull’altro. Senza cibo. Senza ricovero. Soltanto un anno fa lo stesso Berlusconi aveva parlato alla tv tunisina, anche in questo caso come per Castelli esistono le registrazioni audio e video disponibili su Internet, e aveva detto: «Lavoro, casa, scuola a chi viene in Italia». Parole e false promesse di un anziano signore malato, come ci aveva informato con una lettera pubblica, non più di qualche mese fa, la sua seconda ex moglie.  
Di fronte a uno spettacolo d’insopportabile scempiaggine realizzato dalla destra che governa il Paese non è più il tempo di dire: «Mi vergogno di essere italiano». Non basta più chiamarsi fuori. Abbiamo, tutti, il dovere di fare di più. Prima che sia troppo tardi.


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13 aprile 2011

Tessera N° 126336. Associazione Nazionale Partigiani d’Italia



La mia prima tessera di adesione a un’organizzazione collettiva l’ho presa a quattordici anni. Era il 1976. Poi per altri trentaquattro anni ho sempre avuto più di una tessera in tasca. Adesioni sempre convinte che mi hanno messo in contatto con una bella umanità senza la quale, certamente, non sarei la persona che sono oggi.
Tra le tante tessere che ho sottoscritto, l’iscrizione all’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia è certamente la più importante. Sono giunto a questa decisione proprio nell’anno in cui si celebra il 150° dell’Unità d’Italia e, forse, non è un caso. Ho partecipato e partecipo a diversi dibattiti sul tema dell’Unità d’Italia, così come ho letto e sto leggendo, anche per lavoro, molti libri sul tema. Più approfondisco il tema e più si fa forte in me la convinzione che la Resistenza, sia uno dei due miti fondativi delle origini della nostra storia. Il secondo, o il primo se ragioniamo in termini cronologici, è la vittoria nella Prima Guerra mondiale, l’unica che abbiamo vinto senza cambiare schieramento.
Grazie alla Resistenza abbiamo avuto la Carta Costituzionale, il compromesso politico più alto e condiviso che ci sia mai stato in Italia. La nostra carta d’identità. E oggi di fronte agli attacchi scriteriati e infondati da parte di una classe politica unfit, incapace, come scrivono ormai da troppo tempo i giornali stranieri, credo ci sia bisogno di una testimonianza politica attiva.
Scriveva Pier Paolo Pasolini: «La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».
L’iscrizione di ieri sera all’ANPI ha significato compiere un atto di patriottismo costituzionale e insieme un impegno solenne a difendere, da cittadino libero, i valori della Costituzione.



12 aprile 2011

Erri De Luca canta Napoli...



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6 aprile 2011

Tutto comincia da noi



Sono trascorsi due anni dal 6 aprile del 2009. Due anni è un tempo lungo, lunghissimo, soprattutto nell’era tecnologica nella quale viviamo.
Se pensiamo a tutto ciò che è successo nel mondo in questi due anni ci rendiamo conto che molte cose sono cambiate. Solo per restare agli avvenimenti delle ultime settimane, una parte del mondo molto vicina a noi da un punto di vista geografico, il Nord Africa, sta cambiando radicalmente la propria storia. Intere popolazioni nel breve spazio di pochi giorni si sono messe in movimento e hanno modificato la geopolitica del Mediterraneo. Niente più sarà come prima in Egitto e Tunisia. Molto probabilmente sarà così anche per la Libia.
A l’Aquila invece il tempo scorre in maniera diversa rispetto al resto del mondo. Due anni è un tempo breve, brevissimo pur nell’era tecnologica nella quale viviamo.
La città è sostanzialmente ferma a quel giorno di due anni fa. La zona rossa è sempre zona rossa e il cumulo di macerie è ancora oggi la più evidente testimonianza, speriamo non eterna, dell’avvenuto terremoto. Quasi nessuno dei cittadini sfollati è tornato a vivere nella propria casa perché pochissime di quelle case sono state rese di nuovo agibili. La ricostruzione non è mai iniziata. Solo parole, tante parole e promesse, tante promesse.
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, così come ha fatto recentemente a Lampedusa, in una delle sue innumerevoli performance tenute a L’Aquila nei giorni immediatamente successivi al sisma, promise che avrebbe trascorso l’estate del 2009 in Abruzzo e che avrebbe cercato una casa a L’Aquila per seguire da vicino i lavori della ricostruzione. L’evidenza dei fatti ci dice che la casa non la comprò e la ricostruzione, in senso ampio e diffuso, non è mai iniziata.
Le istituzioni locali tutte, sembrano essere incapaci di compiere atti concreti e congiunti per risolvere la situazione di grave disagio in cui versano i cittadini aquilani.
Molti dei residenti del capoluogo d’Abruzzo vivono oggi in altri luoghi. Le attività economiche non sono ripartite così come speravano in tanti. Il futuro sembra non abitare più da queste parti.
Rebus sic stantibus, che fare per risolvere la situazione?
«It begins with us» sono le parole con cui Barack Obama ha lanciato la sua ricandidatura alla casa Bianca. Tutto comincia da noi. L’uomo politico più influente della Terra riparte dagli elettori democratici. Da ogni singolo cittadino. Chiede un impegno in prima persona ad ognuno di loro: «Ci siete?» Si rende conto che senza il contatto diretto e senza il protagonismo delle persone tutto è precluso.
Dopo due anni di parole e d’impegni non rispettati è giunto il tempo di assumersi altre e diverse responsabilità. “Tutto comincia da noi” a me pare un buon modo per vivere questo 9 aprile del 2011. In prima linea e in prima persona, senza più deleghe per nessuno. Se l’ambizione è davvero quella di salvare l’Aquila non si può più sprecare tempo. La ricostruzione della città e di conseguenza della comunità che l’ha abitata e che l’abiterà non può più attendere. Ogni altro giorno trascorso senza perseguire questo obiettivo non è più giustificabile.
Tutto comincia da noi sembra essere anche il naturale proseguimento del pensiero del poeta: «La nascita non è mai sicura come la morte. È questa la ragione per cui nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno». E allora rimettiamoci in cammino. Tutti insieme perché tutto comincia da noi.


5 aprile 2011

La satira investe nella ricostruzione



Come si gestiscono i tanti soldi che arrivano su un territorio dopo ogni grande sciagura in Italia?
Una domanda che ci facciamo in tanti e alla quale spesso non sappiamo dare una risposta. Valentina Del Pizzo e Valerio Calabrese, due miei amici, provano a dare una risposta lanciando, con l’Osservatorio permanente sul dopo sisma e la Fondazione MIdA, un concorso molto intrigante. Un modo concreto per contribuire a cercare risposte. Bravi

Aperti i termini della mostra-concorso “La Satira Investe nella Ricostruzione”.
L’Osservatorio permanente sul dopo sisma e la Fondazione MIdA hanno lanciato sul sito www.osservatoriosuldoposisma.com un bando di concorso, rivolto a vignettisti e illustratori, sul tema della gestione dei fondi stanziati per le ricostruzioni seguite agli eventi sismici che hanno colpito l’Italia negli ultimi 30 anni, dal terremoto dell’Irpinia a quello de L’Aquila. Il concorso è finalizzato ad un’esposizione itinerante che toccherà i luoghi topici degli ultimi grandi terremoti
italiani, dal cratere dell’Irpinia a L’Aquila.
Una vignetta - nell’intento dei curatori Valentina Del Pizzo e Valerio Calabrese - rappresenterà il terremoto come poche volte è stato fatto: la satira si farà interprete del delicato tema della gestione economica delle emergenze post sisma.
Lo farà attraverso lo strumento principale dei messaggi istituzionali, la moneta corrente, e nella fattispecie, la moneta da 1 euro, simbolo dei fondi pubblici, ma anche simbolo della disperazione di
chi col malaffare approfitta del disastro.
L’iconografia delle monete ha sempre veicolato i messaggi del potere, per questo gli organizzatori hanno chiesto di ribaltare quel messaggio, invitando i vignettisti a ridisegnare i nostri soldi: la satira, così, conierà le monete delle ricostruzioni italiane, per criticarne gli sprechi e la cattiva gestione.
Le illustrazioni saranno, perciò, collocate all’interno della corona dell’euro, tramite un layout scaricabile dal sito dell’Osservatorio. La scadenza del bando è prevista per il 16 aprile, mentre la mostra delle 30 migliori opere sarà allestita al Palazzo dello Jesus di Auletta (Sa) dal 28 maggio al 23 Novembre 2011. Da dicembre, poi, l’esposizione si sposterà a L’Aquila.
Una giuria di esperti valuterà le opere pervenute e ne decreterà la migliore premiando l’autore con la somma di 1000 euro.
“Riannodare il filo della memoria è uno dei compiti istitutivi dell’Osservatorio permanente sul dopo
sisma – precisa Antonello Caporale, giornalista di Repubblica e direttore dell’Osservatorio - ma il bisogno di memoria, l’impellenza del ricordo anche come misura comparativa della qualità del nostro agire quotidiano è tema che coinvolge questo tempo e impone tutti all’impegno della rendicontazione.”
La mostra segue l’esposizione “Una notte in Italia”, che ha visto protagoniste le foto di Francesco Fantini sul post ricostruzione irpino e quelle di Daniele Lanci sul dopo sisma aquilano e arricchita dal documentario-inchiesta “Anno 30 d.T. (dietro il terremoto, dopo il terremoto)” sulla ricostruzione nei territori di Campania e Basilicata, girato nel 2010 da Emanuele Pantano e Luca Cococcetta. “Una notte in Italia” toccherà ora vari paesi del cratere del sisma del 1980: le prime tappe nella provincia di Potenza (Muro, Bella, Castelgrande).

www.osservatoriosuldoposisma.com
info@osservatoriosuldoposisma.com


4 aprile 2011

Auguri al "principe"

Oggi Francesco De Gregori compie sessant'anni. Auguri belli assai. Assai, assai.



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2 aprile 2011

Blowin’ in the Wind, Il vento del sud arriva a Londra



No cuts, niente tagli, è stato lo slogan più presente e gettonato nella grande manifestazione contro il governo Cameron che si è svolta a Londra lo scorso sabato. Oltre 300.000 persone hanno sfilato lungo le strade più conosciute della capitale inglese per ascoltare il leader laburista Ed Miliband. Una grande manifestazione contro i tagli indiscriminati del governo che pesano come macigni sul welfare e sulla scuola pubblica, No cuts urlava il popolo. E ancora Cut war not welfare, Taglia la guerra non il welfare. Una manifestazione così numerosa contro un governo in carica non si vedeva a Londra da circa venti anni. Contemporaneamente il cancelliere tedesco Angela Merkel subisce una pesante sconfitta nelle elezioni del land di Baden-Wuerttemberg a vantaggio dei Gruenen. Non accadeva da sessant’anni, dalla fondazione della Repubblica federale, come se in Italia il partito di Berlusconi vincesse le elezioni regionali in Toscana o in Emilia Romagna. In Francia Sarkozy abbraccia senza se e senza ma la guerra contro la Libia e se ne fa promotore per cercare di ribaltare il clamoroso calo di consensi nell’opinione pubblica in vista delle prossime elezioni presidenziali. In Italia Berlusconi paga, secondo le notizie riportate dai principali quotidiani e non smentite, venti euro più colazione a sacco, per avere una claque davanti al Tribunale di Milano che lo vede ormai assiduo frequentatore. Un quadro esaustivo per poter affermare che i governi delle destre sono in affanno in tutta Europa e non godono più di un forte consenso popolare. Aumenta l’insofferenza dei popoli verso una politica capace di pensare solo ed esclusivamente ad una crescita costante e indiscriminata che travolge in questa folle corsa verso il nulla persone e sentimenti, territori e natura. È una crisi di sistema. È la crisi di una politica incapace di «esplorare i limiti dello sviluppo». «Le teorie tradizionali, quella marxista come quella liberista […] davano per scontato che lo sviluppo economico fosse sempre una cosa positiva. Una crescita del Pil dell’uno o due per cento era considerata modesta, e una crescita demografica dell’un per cento era considerata auspicabile, e tuttavia, proseguì, se si proiettavano quelle percentuali su un arco di cento anni, si ottenevano risultati terribili; una popolazione mondiale di diciotto miliardi di persone e un consumo energetico globale dieci volte superiore a quello attuale. E proseguendo con altri cento di crescita costante, bè, le cifre diventavano impossibili. Così il Club di Roma cercava un modo razionale e umano di porre un freno allo sviluppo, una soluzione che non fosse semplicemente quella di distruggere il pianeta, lasciando che tutti morissero di fame o si ammazzassero a vicenda». Con queste parole si rivolge Walter Berglund alla sua futura suocera e deputato repubblicano, Joyce Emerson nell’ultimo, meraviglioso, romanzo di Jonathan Franzen, Freedom. Joyce Emerson non conosce Il Club di Roma e si trova in palese difficoltà nei confronti di un giovane studente in Legge. La difficoltà di Joyce è la difficoltà della politica di comprendere i cambiamenti che sono in atto. Di cogliere e recepire il grido di libertà che proviene dai popoli del Nord Africa. Di imparare dal disastro di Fukushima.
Nel 1962, l’anno in cui sono nato, Bob Dylan scriveva una delle più belle e amate canzoni di tutti i tempi, Blowin’ in the Wind. « Yes, ’n’ how many times can a man turn his head, Pretending he just doesn’t see? The answer, my friend, is blowin’ in the wind, The answer is blowin’ in the wind». Per quanto tempo un uomo può girare la sua testa fingendo di non vedere? La risposta, amico mio sta soffiando nel vento, la risposta sta soffiando nel vento. Ed è un vento caldo che sale dal Nord Africa e attraversa tutta l’Europa. Un vento diverso da quello che proviene dal Giappone che invece porta con se morte e distruzione. La risposta che soffia nel vento d’Africa sa di buono e di libertà.


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