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Le mie recensioni
 


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23 gennaio 2012

La ferita della Shoah e i campi di concentramento in Abruzzo


«L’Abruzzo vanta il poco lodevole primato di essere la regione nella quale, durante la seconda guerra mondiale, il regime fascista istituì il maggior numero di campi di concentramento, ben 15, oltre a diverse località d’internamento libero». E ancora, «Fin da quando, nel 1994, appresi dell’esistenza dei campi di concentramento nella mia provincia, in seguito alla visione della mostra “Anni di Guerra. Teramo 1943-1944. Fascismo Resistenza Liberazione”, e iniziai le ricerche per la mia tesi, ho dovuto constatare come nel nostro paese, e nello specifico nella nostra regione, non esista un’adeguata politica della memoria». Sono rispettivamente l’incipit e la conclusione del saggio dello storico Costantino Di Sante, “I campi di concentramento in Abruzzo”, contenuto nel volume “I campi di Concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945)”, (2001, Franco Angeli).
In quegli stessi anni e più precisamente il 20 luglio del 2000 il Parlamento italiano istituisce il “Giorno della Memoria”. Così recita il primo dei due articoli di cui è composta la legge: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».
Dal 27 gennaio 1945 sono trascorsi sessantasette anni. E ancora oggi è vivo e sanguina nel cuore di ogni essere umano pensante, lo stesso, indimenticabile, dolore struggente che provarono i primi soldati dell’“Armata Rossa” che oltrepassarono i cancelli di Auschwitz. Quelle immagini sono immagini che dobbiamo portare sempre con noi. Ci appartengono perché appartengono al genere umano. Quel crimine è stato commesso contro ognuno di noi. Contro ognuno dei nostri figli. La “Shoa” che in ebraico significa disastro, catastrofe, ha segnato un punto di non ritorno nella Storia, per questo motivo abbiamo il dovere di alimentare e custodire la memoria. Tutto è utile perché ciò avvenga. Le parole, l’arte, il cinema, la musica, le canzoni.
«Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento, Ad Auschwitz c’era la neve il fumo saliva lento, nel freddo giorno d’inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento». Sono le prime strofe di Auschwitz, forse “la” canzone di Francesco Guccini, un nome che dice tutto senza dover aggiungere nulla.
Furono dunque quindici i campi di concentramento istituiti in Abruzzo durante la seconda guerra mondiale, con caratteristiche e internati diversi. A Casoli, Nereto, Notaresco, Tortoreto stazione e Tortoreto Alto furono destinati ebrei di nazionalità tedesca mentre nel campo di Lama dei Peligni e in quello di Civitella del Tronto, ebrei di varia nazionalità. Nell’asilo infantile “Principessa di Piemonte” di Chieti «sudditi appartenenti a stati nemici, in prevalenza inglesi e francesi». A Istonio Marina (Vasto) gli antifascisti italiani. A Lanciano l’unico campo femminile e tra le internate c’era Maria Eisenstein che con “L’internata n.6”, «ha lasciato l’unica testimonianza diretta di un campo di concentramento fascista». A Tollo i comunisti jugoslavi mentre a Città Sant’Angelo i cittadini dalmati. Nella Badia Celestina di Corropoli irredentisti slavi e comunisti italiani. Nella Basilica di San Gabriele i cinesi e infine a Tossicia famiglie di zingari. L’autore di questo studio è Costantino Di Sante che collabora con l’Università di Teramo ed è ricercatore presso l’Istituto Storia Marche.
Sono trascorsi dieci anni dalla pubblicazione del libro “I campi di concentramento in Italia”, ci sono nuovi materiali per alimentare la memoria di ciò che accadde in Abruzzo?
Quel libro fu il risultato di una delle prime ricerche sul tema, non solo in Abruzzo, da allora diverse pubblicazioni sono state realizzate sulla storia dell’internamento fascista. I campi del duce di C.S. Capogreco e I sassi e le ombre di G.Orecchioni sul campo di Lanciano, sono due preziosi esempi. Anche la mia ricerca è proseguita, ad esempio su alcuni aspetti biografici degli internati relegati in Abruzzo e sul riutilizzo delle strutture dopo la fine del conflitto mondiale e sui campi istituiti nelle Marche. L’emergere di nuovi documenti e testimonianze, potrà chiarire alcuni aspetti fondamentali: il rapporto tra i reclusi e la popolazione locale, il contributo dato dagli ex internati alla Resistenza e le responsabilità italiane nella deportazione verso i lager nazisti. Affinché non si dimentichi che la distruzione degli ebrei d’Europa riguarda anche noi italiani e abruzzesi, ritengo indispensabile che le istituzioni locali e il mondo della scuola continuino a porre l’attenzione su questi temi. Anche per questo sto lavorando a una nuova opera monografica che affronta i comportamenti e le scelte di coloro che furono coinvolti in questa storia.
Ci può dare qualche anticipazione.
Innanzitutto la ricerca è stata ampliata includendo anche le vicende che interessarono i prigionieri di guerra che si trovavano nei campi di Fonte d’Amore a Sulmona e Avezzano. L’intento di questo nuovo libro è offrire una mappa aggiornata dei comuni d’internamento, dei principali luoghi di partenza e di destinazione dei deportati. Si affronta inoltre la spinosa questione del collaborazionismo. Perché ci furono abruzzesi che aiutarono, mettendo a rischio la propria vita, e solidarizzarono con gli internati, ma vi fu anche chi ebbe nei loro confronti un comportamento razzista e antisemita e, dopo l’8 settembre 1943, partecipò alla loro deportazione o li denunciò ai nazifascisti. Occuparsi anche della storia dei carnefici è indispensabile per poter meglio capire come e perché si è arrivati ad Auschwitz. 
Nella parte finale del suo saggio, “I campi di concentramento in Abruzzo” sosteneva che «i risultati sono ancora insufficienti perché possa affermarsi l’esistenza di un’adeguata politica della memoria». L’istituzione della “Giornata della Memoria” è stata una vera svolta in questo senso?
“La Giornata della memoria” ha certamente contribuito a dare maggiore visibilità alle vicende legate alla Shoah. Ma la legge, non includendo anche le responsabilità del regime fascista, non ha permesso una riflessione più profonda e completa su come, anche nel nostro Paese, dalla persecuzione dei diritti degli ebrei si è passati a quella delle vite degli stessi. Ciò invece avviene in Francia, dove il 17 luglio ricordano la deportazione degli ebrei di Parigi avvenuta nel 1942, mettendo in risalto le responsabilità dei collaborazionisti francesi e del regime di Vichy. In poche parole, anche per la mancanza di un giorno della memoria sulla deportazione dall’Italia, i campi di concentramento in Abruzzo, ancora oggi, stentano ad essere riconosciuti come luoghi di storia.


1 gennaio 2012

I napoletani, Francesco Durante


Il rapporto tra Napoli e l’Abruzzo è un rapporto solido e antico di oltre settecento anni, così come solido è anche il rapporto di Francesco Durante, (autore de “I napoletani”, Neri Pozza, € 17,00), con Torricella Peligna, la terra che ha dato i natali al papà di John Fante, oggi celebrato scrittore americano, di cui lo stesso Durante è uno dei migliori traduttori. Consiglierei di leggere questo libro partendo dalla fine, dalla postilla. Perché qui, in poche pagine Durante si svela qual è realmente: un concentrato d’intelligenza e un raffinato intellettuale del nostro tempo. È utile partire dalla postilla perché si capisce subito che le trecentotrentasei pagine che attendono di essere lette non sono il frutto di un capriccio estemporaneo ma il risultato, per fortuna sempre aggiornabile, di una riflessione ampia che non lascia spazio all’improvvisazione. Come nel suo precedente e fortunato libro dedicato a Napoli, “Scuorno”, Durante avverte l’esigenza di saldare un debito nei confronti della città partenopea. Debitore di bellezza innanzitutto che è capace di restituire con grande generosità. È quasi un rapporto fisico, oserei scrivere erotico, quello che Durante stabilisce con le parole per descrivere l’unicità e l’universalità di Napoli. Un erotismo che avvolge e s’impossessa della tua persona come quando si è davanti a un’opera d’arte. La vera maestria è qui nella capacità di raccontare da innamorato per far innamorare. Così come nella descrizione minuziosa di un quadro del gallese Thomas Jones che raffigura un semplice muro napoletano, con la stessa dovizia di particolari è capace di analizzare il testo di una canzone, scomponendolo fino alla sua riduzione ultima fatta di singole parole poste una accanto all’altra. Una scrittura senza infingimenti che non si esime dall’esprimere giudizi anche impietosi. La lingua dunque come identità stessa dei napoletani così come la fame, uno degli elementi fondanti della napoletanità. Una scrittura avvolgente che è un saggio su Napoli e i napoletani, scritto come se fosse un romanzo. E ancora consigli di lettura, con titoli, autori e data di pubblicazione. Ma soprattutto c’è l’amore che si appalesa con le sembianze di Gaetano. Una vita sbandata, sospesa tra droga e carcere. Poi il lavoro in favore degli zingari fino all’incontro che gli cambia la vita e gli spalanca le porte della Mostra del Cinema di Venezia. La storia di Gaetano, come la storia narrata in questo libro, è una storia d’amore e insieme una storia di speranza. Un vero regalo di Natale. Di un Natale prima della globalizzazione, «quando il bambino era un bambino e se ne andava a braccia appese, voleva che il ruscello fosse un fiume…» scriverei se fossi Wim Wenders.

Nel suo ultimo libro, “I napoletani”, narra le storie di molti uomini. Tra questi l’uomo che meglio rappresenta l’Italia nel mondo in questo tempo difficile che abitiamo, il presidente Giorgio Napolitano. Ne svela un aspetto poco noto.
Parlo della sua opera di poeta sotto lo pseudonimo di Tommaso Pignatelli. Scrive in napoletano, ma in un napoletano estremamente ricercato, nutrito di umori antichi, con un lessico raro, piuttosto impervio e di squisita eleganza. Mi pare un caso straordinario, uno dei pochissimi, in cui all’esercizio della funzione politica e/o istituzionale si accompagna una cultura autentica.  

Il libro si apre con un omaggio, che oggi possiamo considerare anche come un commiato, a Giorgio Bocca e al suo libro “Napoli siamo noi”. Il giornalista, partigiano, morto nel giorno di Natale. Quel titolo può essere una sintesi perfetta del suo libro?
Potrebbe. Temo però che Bocca usasse quel titolo non per esaltare Napoli, ma considerandola un cancro che ormai, a suo parere, aveva contaminato l’intera nazione. No, in quel libro non c’era davvero il Bocca migliore.

Gli abruzzesi hanno un rapporto molto particolare con Napoli così come lei con l’Abruzzo. Ha curato la raccolta dei “Romanzi e racconti” di John Fante per la prestigiosa collana de i “Meridiani” Mondadori. Il grande autore americano originario di Torricella Peligna.
Per 700 anni l’Abruzzo è stato parte del Regno di Napoli prima, e del Regno delle Due Sicilie poi. Per secoli L’Aquila è stata una delle più grandi città del regno. Anche dopo l’Unità, moltissimi napoletani illustri erano in realtà abruzzesi: pensi a Benedetto Croce. In effetti, la storia non si cancella. E, se è per questo, nemmeno la lingua: quella abruzzese è, in fondo, una variante del napoletano.

Nell’introduzione a “La confraternita dell’uva”, l’ultimo romanzo di Fante da lei tradotto, Vinicio Capossela scrive: «Quando anche i Santi ti voltano le spalle, ti resta John Fante». Una scoperta forse tardiva la letteratura di Fante ma che, grazie anche al suo contributo, si sta affermando con forza in questi ultimi anni.
È la scoperta di una semplice verità: il fatto che tra letteratura e vita non c’è poi tutta questa distanza. Se dovessi definire con un solo aggettivo l’opera di Fante, la definirei per l’appunto vitale.

In queste pagine Fante svela l’anima più profonda della provincia italiana, quella dei cafoni siloniani o dei pastori dannunziani per restare al solo Abruzzo, la terrà da dove partì all’inizio del secolo breve, Nick Fante, il papà di John.
È grazie a scrittori come Fante che abbiamo una testimonianza di prima mano sul mondo e sui sogni della gente umile del popolo. C’è stato bisogno della mediazione americana perché questo si realizzasse. Lei se l’immagina, nell’Italia di fine Ottocento o di primo Novecento, un importante scrittore figlio di genitori praticamente analfabeti? Sarebbe stato semplicemente impossibile. 

“Il Dio di mio padre” è il festival letterario, con la direzione artistica dell’ottima Giovanna Di Lello, che Torricella Peligna dedica ogni anno, da sei anni, alla figura di John Fante. Lei è sempre presente. 
Sono molto felice di esserci, e molto onorato del fatto che continuino a invitarmi. Torricella è un posto speciale. C’è un grande calore umano, un’autenticità unica. Devo dire che Giovanna è molto brava. Inoltre, e in tempi di casta fa piacere dirlo, Tiziano Teti è un sindaco di eccezionale sensibilità.

Quanta abruzzesità, o italianità, c’è ancora da scoprire nei libri di John Fante?
Forse sembra strano che a dirlo sia proprio io, che ho appena scritto un libro sull’ identità – più supposta che reale, più indotta che atavica – dei napoletani. Diciamo così: per me concetti come la napoletanità, o l’abruzzesità, o l’italianità, oggi possono essere armi a doppio taglio. Quasi dei recinti in cui possiamo decidere di isolarci creando falsi miti e covando l’odio per chi è diverso da noi. Credo che il bello, con gente come Fante, consista nella capacità di aderire al mondo delle origini per quelli che sono i suoi valori di profonda umanità. È così che la sua opera diventa un regalo per tutti. Poi, naturalmente, gli abruzzesi possono essere contenti di riconoscersi nei libri di Fante o, meglio, nella figura di suo padre Nick. Ma ciò che rende bello e vitale tutto questo non è l’abruzzesità. Direi, piuttosto, che sia l’amore.


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