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13 febbraio 2012

Il partigiano, l’economista e il messaggio virale


La foto del novantenne partigiano greco, Manolis Glezos, strattonato dalla polizia greca e trattenuto da un signore con la mascherina sul viso, in piazza Syndagma ad Atene il 5 febbraio del 2010, durante la grande manifestazione democratica contro le misure economiche varate dal governo Papandreou, aiuta a riflettere sullo stato della democrazia nel nostro Continente.

Manolis Glezos è un partigiano e scrittore greco oltre che un uomo politico. Il 30 maggio del 1941 si rese protagonista insieme al suo compagno Apostolos Santas di uno dei primi episodi europei di resistenza al nazismo. Si arrampicarono sull’Acropoli e riuscirono a strappare la bandiera con la svastica tedesca che sventolava dal 24 aprile del 1941 e ad issare la bandiera greca. Quel gesto, così eclatante, ha segnato per sempre la vita si Glezos che è diventato con gli anni un punto di riferimento per la democrazia e la libertà nel suo Paese.

Quella foto, che oggi vive una nuova vita e naviga sulla rete associata in maniera capziosa agli incidenti che si sono verificati ieri sera nella stessa piazza di Atene, c’induce a riflettere su una verità lapalissiana: la libertà e la democrazia non sono per sempre. Se un uomo di novant’anni è costretto a scendere in piazza per manifestare il suo disappunto, e soprattutto viene trattato in quel modo, vuol dire che c’è molto che non funziona nella nostra democrazia e nel concetto di libertà che abbiamo costruito.

Il malessere per cui due anni fa manifestava Glezos è lo stesso malessere per il quale oggi manifesta il popolo greco negli stessi luoghi. Ma cosa è successo in Grecia di così grave da indurre un “monumento” vivente come il partigiano Glezos a manifestare in piazza con tanta veemenza?

Lo spiega molto bene Marcello de Cecco, economista abruzzese, in un’intervista a radio Capital.

De Cecco sostiene che le misure economiche messe in campo dall’attuale governo greco e sostenute dalla Comunità Europea non siano utili e che la situazione è destinata a precipitare. Non solo per la Grecia ma anche per altri paesi europei come l’Italia e la Spagna se l’Europa, e la Germania in particolare, non si fanno carico di un problema che deve diventare europeo. Senza svalutazione e senza l’emissione di eurobond, continua De Cecco, la situazione peggiorerà ancora. Sempre secondo l’economista De Cecco, sarebbero la Merkel e Sarkozy i principali artefici di questo fallimento. Occorre, in altre parole, una visione coordinata della crisi e non una posizione vessatoria come quella attualmente in atto. Ecco perché il partigiano greco era ed è preoccupato. Vede sgretolarsi un mondo che ha contribuito a costruire. Il suo “immolarsi” è insieme una bella cosa e una brutta cosa. Una cosa bella perché è uno stimolo per tutti a non essere distratti in relazione alle questioni importanti della vita e della sopravvivenza di una comunità. Una brutta cosa perché se una persona di novant’anni scende in piazza vuol dire che la misura è colma e la situazione è oltre ogni ragionevole livello di guardia.

Un’ultima riflessione sul messaggio virale che la foto di Manolis Glezos ha veicolato nella giornata di oggi. Ciò che sta succedendo in Grecia in queste ore riempie i giornali di tutto il mondo e ovviamente anche il mondo del web. La situazione è preoccupante. Sono riapparsi, come puntualmente avviene in questi casi, i famigerati “black block” a creare disordini e confusione. C’è bisogno invece di nervi saldi e sangue freddo per non far degenerare le manifestazioni democratiche di dissenso. Per farlo occorre chiarezza. Dal mio punto di vista veicolare l’informazione dei disordini di questi in giorni in Grecia con un'immagine di due anni fa perché vi è ritratta un’icona della libertà e dell’indipendenza è fuorviante e non serve alla causa di chi sta giustamente manifestando.


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permalink | inviato da oscarb il 13/2/2012 alle 13:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


5 febbraio 2012

Per ricordare Lucio Magri e la sua idea di mondo


Martedi 7 febbraio alle ore 17.00 presso l’ex Aurum di Pescara, Sinistra Ecologia e Libertà ricorda Lucio Magri e il suo impegno nella storia della sinistra. Saranno Roberto Musacchio e Luciana Castellina a ripercorrere le tappe della vita politica di una delle figure più nobili della sinistra italiana.

Sono trascorsi poco più di due mesi dalla morte di Lucio Magri avvenuta in Svizzera alla fine di novembre del 2011. Suicidio assistito. Una morte programmata e iniziata tre anni prima del 2011 quando morì sua moglie, Mara. Lo scrive lo stesso Magri in una struggente lettera di commiato agli amici e ai compagni letta da Famiano Crucianelli nel cimitero di Recanati il giorno della sua tumulazione.
«La mia morte è cominciata da tempo. Quando Mara è scomparsa ha portato via con sé tutta la mia voglia di vivere, ed ero già pronto a seguirla. Lei lo ha intuito e in extremis mi ha strappato la promessa di portare a termine il lavoro che avevo avviato negli anni della sua sofferenza e che in altro modo era anch’esso in punto di arrivo».
Il lavoro cui fa riferimento Lucio Magri è il libro “Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci”. Un grande lavoro di sintesi e un’originale interpretazione della storia del più grande partito comunista d’Occidente. Dalla sua fondazione, nel 1921, alla Resistenza. Dai fatti d’Ungheria del 1956 ai movimenti del Sessantotto. Dal compromesso storico alla svolta della Bolognina che il 3 febbraio del 1991 decreta la fine del Partito comunista italiano. Una fine inseguita e cercata anche sull’onda emotiva della caduta del Muro di Berlino che quasi impone la ricerca di una strada per “nuovo inizio” difficile da individuare e che ancora oggi stenta ad affermarsi. Un’analisi che ripercorrendo la storia del Pci ripercorrere anche cent’anni di storia d’Italia, che Magri è attento a collocare sempre in un contesto internazionale. Una riflessione puntuale e colta che pone a tutti quelli che sono interessati all’evoluzione del pensiero politico in Italia la domanda delle domande: perché un partito che già dagli anni Sessanta aveva raggiunto una sua maturità non riesce a conseguire il suo obiettivo più ambizioso, la “via italiana al socialismo”?  “Il sarto di Ulm” è tutto questo e anche la storia politica e intellettuale di un “militante eretico”. Eretico e con un pensiero sempre autonomo e distante da ogni “cliché”. Non allineato e autonomo al punto che dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, del 1968, decise di realizzare, con un nutrito gruppo d’intellettuali e militanti politici suoi compagni nel Pci, alla rivista politica mensile, “Il Manifesto”. Diretta dallo stesso Magri e da Rossana Rossanda, aveva, tra gli altri, come compagni di cordata Luigi Pintor, Valentino Parlato e Luciana Castellina. E sarà proprio Luciana Castellina, che con Lucio Magri ha condiviso un percorso politico per oltre quarant’anni, una delle protagoniste della giornata che il partito di Nichi Vendola, SEL, dedica al ricordo di Lucio Magri. 
La scelta di fondare “Il Manifesto” è la causa della radiazione dal PCI per Lucio Magri e suoi compagni di cordata. Luciana Castellina è testimone diretta degli eventi. Ecco come li ricorda nel suo libro “La scoperta del mondo”, in cui restituisce una testimonianza preziosa e ripropone una stagione in cui la militanza politica e l’impegno intellettuale consentiva alle giovani generazioni di condividere «la passione più bella: quella di cercare di cambiare il mondo». «Quella tessera del PCI n° 2158861, anno 1947, la conservo ancora, assieme a tutte le altre della mia carriera comunista: ventiquattro tessere del PCI, fino al 1970, quando proprio all’inizio dell’anno, a gennaio, vengo radiata per via dell’eresia del Manifesto […] Poi. Poi è un’altra storia. Ma resta che la scelta compiuta mi ha dato occhi e orecchie, mi ha fatto conoscere il mio paese. Credo di aver fatto la cosa giusta.  Non mi sono mai pentita; anzi, di quel partito, con tutti i suoi difetti, ho oggi una struggente nostalgia. Si dirà che si tratta della nostalgia di un tempo e non di un partito. Certo, anche. Ma quel tempo, senza quel partito, non sarebbe stato uguale».
La testimonianza della Castellina è, proprio per questo motivo, la testimonianza di chi ha vissuto in prima persona il percorso politico, intellettuale e umano di Lucio Magri. Una testimonianza preziosa che arricchisce la conoscenza di uno dei protagonisti della vicenda politica italiana degli ultimi anni che ci aiuta a comprendere meglio ciò che è stato ma anche ciò che sarà. Che contribuisce a costruire un pezzo di futuro. Futuro presente anche in un passaggio significativo della lettera di commiato di Magri. «Nel lungo e doloroso intermezzo ho avuto modo non solo di riflettere sul passato ma anche di misurare il futuro. E mi sono convinto di non avere ormai né l’età, né l’intelligenza, né il prestigio per dire o per fare qualcosa di veramente utile a sostegno delle idee e delle speranze che avevano dato un senso alla mia vita. Intendiamoci, non escludo affatto che quelle idee e quelle speranze, riformulate, non si ripresentino nella storia a venire: ma in tempi lunghi e senza sapere come e dove. Comunque fuori dalla mia portata».
L’ultimo pensiero Lucio Magri lo dedica a Mara, la sua sposa. È un “post scriptum”. «Ciò che desidero è semplicemente uno sguardo affettuoso, o almeno amichevole, rivolto a una coppia d’innamorati sepolti in un piccolo cimitero, insieme». L’ultima parola scritta da Lucio Magri è “insieme” ed è sottolineato. Chapeau.


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