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Diario
 


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26 maggio 2012

Godiamoci il presente, il futuro sarà quando sarà presente. Ovvero il mio grazie a Zdenek Zeman


Viviamo sempre un tempo altro rispetto all’unico tempo che esiste e che conta: il presente. Spesso proiettati verso un futuro migliore o attardati a ricordare ciò che eravamo e com’eravamo. E invece la vita va vissuta nell’unico tempo possibile, l’unico che esiste: il presente. È il senso del “Sabato del villaggio” che tutti abbiamo studiato alle scuole elementari. È, in fondo, la storia di Ulisse e del suo viaggiare. È più importante la meta del viaggio o il viaggiare? Io non ho mai avuto dubbi in proposito e quando s’intravede la meta è già iniziato un nuovo viaggio, è stato sempre così, sarà sempre così. È perciò il viaggiare il valore vero del viaggio, così come è la quotidianità il valore vero e immanente della nostra esistenza. Vivere e, se possibile, godersi fino in fondo tutti gli attimi della nostra vita che, messi uno accanto all’altro, determinano e disegnano il nostro percorso. Vale per le cose importanti, vale soprattutto per gli aspetti ludici. E siamo perciò arrivati al dunque. La domanda che in queste ore attraversa la città in cui vivo, Pescara, è per molti la stessa: Zdenek Zeman sarà l’allenatore della squadra in serie A? E anche la domanda che mi pongono in tante telefonate che ho ricevuto e ricevo in queste ore. Non solo telefonate ma anche mail, molte da persone che non conosco personalmente, in cui mi si chiede di essere messaggero nei confronti dell’allenatore del Pescara. Alcuni inviano poesie, altri brevi pensieri, altri ancora scrivono semplicemente grazie. Una testimonianza di affetto quasi imbarazzante che mi fa ripensare continuamente alle parole di Pier Paolo Pasolini.
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio si. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo».   
Aveva ragione l’ultimo vero intellettuale che ha avuto il nostro Paese, il calcio «è rito nel fondo, anche se è evasione» e il calcio unisce ciò che la società spesso divide.
In questi ultimi giorni i  quotidiani, sportivi e non, con titolo roboanti, hanno assegnato al tecnico di Praga molte panchine della serie A. Lazio, Fiorentina, Napoli, Genoa, e nelle ultime ore, sempre con più insistenza, la panchina della Roma, la città in cui vive la sua famiglia. Voci di mercato alimentate dallo strepitoso campionato che ha disputato la sua ultima creatura, il Pescara neo promosso in serie A. Questo chiacchiericcio agita non poco la vigilia dell’ultima partita di campionato, alla fine della quale ci sarà l’inizio dei festeggiamenti ufficiali voluti dalla società adriatica.
Quest’anno ho assistito a tutte le partite disputate all’Adriatico dalla squadra di Zeman e ho seguito la squadra in trasferta a Modena, Bari, Vicenza, Nocera Inferiore, Bergamo, Cittadella, Ascoli Piceno, Grosseto e Genova. Mi sono sempre divertito e ho trascorso delle bellissime giornate di festa. Soprattutto le partite in trasferta sono state un’occasione per conoscere meglio i colleghi con i quali ho viaggiato, pranzato e visitato città. Il viaggio d’andata come la costruzione di un sogno, quello di ritorno il godimento di quel sogno che si era concretizzato sotto i nostri occhi. Mentre scrivo mi torna in mente l’applauso dello stadio “San Nicola” di Bari all’uscita dal campo di Lorenzo “il primo violino” Insigne o l’emozione, scolpita sul volto di tutta la tribuna stampa, dopo aver assistito, in diretta, alla più bella azione corale di calcio in Nocerina-Pescara. Oppure il caffè che ci ha offerto uno steward prima della partita Sassuolo-Pescara. Si è avvicinato e senza che noi chiedessimo nulla ci ha invitato a bere: «Sono un estimatore di Zeman. È il miglior allenatore in circolazione e soprattutto è un grande uomo», ha detto a me e Sergio Cinquino, mio inseparabile compagno di viaggio, quasi con commozione. Ho vissuto tutti questi momenti semplicemente godendomeli e tenendo sempre a mente le parole di Pasolini, che il calcio appunto e «è rito nel fondo, anche se è evasione».
Un anno calcistico dunque indimenticabile, che mi ha riportato e restituito una felicità di bambino che non provavo da molto tempo. Per queste ragioni non mi spaventa il futuro della squadra e non mi spaventano le decisioni che prenderà  Zdenek Zeman. Sono felice di aver potuto vivere questa esperienza incredibile e sono felice di poter vivere ancora, tra poche ore, l’ultima recita del Pescara di Zeman per questo campionato. Per tutta questa gioia e bellezza che mi ha regalato l’unica necessità che avverto è di dirgli, pubblicamente, grazie, Grazie senza se e senza ma. Lo stesso grazie, senza se e senza ma, che mi auguro tutto lo stadio gli canterà questa sera.
Godiamoci il presente, il futuro sarà quando sarà presente.


23 maggio 2012

Giovanni Falcone, un eroe contemporaneo


Il pomeriggio del 23 maggio del 1992 ero ospite a casa di amici, faceva già molto caldo e mi aggiravo inquieto alla ricerca di una bibita fresca e di un libro. Erano quasi le sei del pomeriggio e la radio sparava musica a tutto volume quando all’improvviso cessano le note e irrompe la sigla di un notiziario fuori orario. «Attentato in Sicilia. Una quantità enorme di tritolo ha distrutto un tratto dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi porta a Palermo. Lo scoppio è avvenuto all’altezza dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine. Sembra che tra le persone coinvolte ci sia il giudice Giovanni Falcone». Poco dopo la tragica conferma: «Giovanni Falcone è morto in un attentato e con lui muoiono sua moglie Francesca Morvillo, e gli agenti della sua scorta».
Non conoscevo Falcone, ma avevo con lui e Borsellino, una familiarità e una vicinanza che era cresciuta negli anni. Ho sempre pensato, e penso tuttora, che quella grande stagione di speranza per la Sicilia e per l’Italia intera che é stata la “Primavera di Palermo” non sarebbe mai esistita senza il lavoro, le idee e il coraggio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Oggi ricorre il ventennale di quel barbaro agguato e come ogni anno anche quest’anno il 23 maggio si ricorderà Giovanni Falcone. Tanto fu avversato in vita tanto viene celebrato oggi. Gli furono contro i suoi colleghi, la politica tutta, dalla destra alla sinistra transitando per quella Democrazia Cristiana che soprattutto in Sicilia governava incontrastata e incontrastabile, gran parte della stampa, e quelli che comunemente chiamiamo “i poteri forti”. Lui non ha mai abbassato la guardia, dritto per la sua strada, dimostrando con il suo esempio che si può cambiare in meglio il mondo in cui viviamo.
Tra tutti i libri pubblicati sull’argomento quello che continuo a preferire è “Cose di Cosa Nostra”, venti interviste rilasciate tra il marzo e il giugno del 1991 dal giudice palermitano alla giornalista francese Marcelle Padovani. Un libro che è un testamento morale. Una narrazione che ci conduce dentro “Cosa Nostra”, ne svela il suo vocabolario, il suo modo di intessere relazioni e contagiare negativamente la società civile. «Sono nato nello stesso quartiere di molti di loro. Conosco a fondo l’anima siciliana. Da una inflessione di voce, da una strizzatina d’occhi capisco molto di più che da lunghi discorsi». Una narrazione che ricostruisce, in maniera puntuale, l’organizzazione criminale e il suo organigramma. I comportamenti e le regole. «Gli uomini d’onore sono in Sicilia probabilmente più di cinquemila. Scelti dopo una durissima selezione, obbediente a regole severe, dei veri professionisti del crimine. Anche quando si definiscono “soldati”, sono in realtà dei generali: O meglio cardinali di una chiesa molto meno indulgente di quella cattolica». Che ricostruisce la sequenza degli omicidi e delle responsabilità, il ruolo indispensabile dei pentiti e la sua idiosincrasia a processare la politica pur non esimendosi dall’esprimere giudizi a questo proposito. «Credo che Cosa Nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione».
In una delle tante ristampe Padovani propone una nuova e stimolante introduzione in cui si pone e ci pone alcune domande. «Spesso mi sono chiesta che fine avevano fatto le migliaia di ragazzi e ragazze che manifestavano la loro ostilità alla mafia nel ’92-‘93 dopo gli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Spesso mi sono domandata a cosa pensano oggi e credono oggi; se hanno dimenticato la loro rabbia di ieri; se hanno trovato un lavoro; se resiste alle mille insidie della vita quotidiana la loro scoperta della legalità».
Non conosco, ovviamente, quei ragazzi e quelle ragazze a cui fa riferimento Marcelle Padovani, ma sono certo che molti di loro oggi s’impegnano per gli altri grazie anche all’insegnamento di Falcone e Borsellino, perché come recitava uno striscione divenuto ormai famoso, e che raffigurava i due giudici sorridenti e in un atteggiamento complice, “le loro idee non moriranno mai”.
Ho conosciuto recentemente la sorella di Paolo Borsellino, Rita, ad un’iniziativa di raccolta fondi per beneficenza che si é tenuta a Pescara, nella mia città. Mi ha parlato di quei giorni e del dolore per la perdita che non scema. Quella sera, dopo quasi venti anni, sono riuscito finalmente a piangere. L’ho fatto solo quando Rita mi ha salutato e si é allontanata, per pudore.
«Si muore generalmente perché si é soli o perché si é entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si é privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non é riuscito a proteggere». 


22 maggio 2012

Fenomenologia del Pescara di Zeman


«Che bello è... quando esco di casa... per andare allo stadio... a vedere il Pescara... che bello è...», tutti i tifosi del delfino cantano e ripetono come un mantra questa sorta di nuovo inno alla gioia. Non un motivo che inneggia a una persona, o a un simbolo, ma un modo di vivere il calcio diverso dal solito “cliché”, quasi una nuova filosofia di vita. Siamo felici perché andiamo allo stadio a vedere il Pescara così come si può andare a teatro o al cinema piuttosto che ad assistere a un concerto. Questa è la prima, e forse più grande, vittoria di Zdenek Zeman, aver riportato entusiasmo tra i tifosi e soprattutto essere riuscito nell’intento di far vivere ogni partita di calcio come una festa. In altri stadi d’Italia le società sportive sono state costrette a far stampare, anche in maniera provocatoria, enormi striscioni con le facce dei tifosi per colmare i vuoti delle gradinate, all’Adriatico questo non è mai successo perché il Pescara di Zeman richiama pubblico vero che segue le partite con entusiasmo e partecipa attivamente allo spettacolo, spesso è esso stesso spettacolo nello spettacolo. I primi segnali di quello che sarebbe diventato con il passare dei mesi un rapporto positivo e felice, si ebbero già il 21 giugno dello scorso anno, giorno della presentazione dell’allenatore di Praga al porto turistico di Pescara. Zeman aveva allenato l’anno precedente il Foggia in Lega Pro e la squadra pugliese non è certo una piazza calcisticamente troppo amata dai tifosi pescaresi, eppure quel giorno migliaia di tifosi parteciparono a quella che sarebbe diventata la prima festa di una straordinaria e indimenticabile stagione agonistica della squadra adriatica.
Tutto aveva avuto inizio qualche giorno prima. È sera, anzi quasi notte, sull’autostrada che da Milano riporta a casa, dopo una riunione in Lega calcio, Daniele Sebastiani, Eusebio Di Francesco e Daniele Delli Carri, si sta decidendo il futuro della guida tecnica del Pescara. L’allenatore della promozione in serie B ha ricevuto un’offerta dal Lecce per allenare in serie A e l’occasione è troppo ghiotta per poter dire di no. E così mentre si celebra un distacco, inaspettato e anche per questo  doloroso, si comincia a costruire la squadra del futuro. «E se chiamassimo a Pescara il maestro di Eusebio?» è la domanda che risuona nella macchina. Per un paio di minuti il silenzio regna sovrano. «Ma chi è il maestro?», ancora silenzio. «Il maestro è uno solo: Zeman». Con queste parole inizia ufficialmente sull’A14, in una calda notte di giugno, la costruzione di una squadra destinata a restare nelle statistiche e negli annali della serie B per molti anni.
Il primo acuto proprio all’esordio in campionato con la vittoria esterna contro il Verona e così di vittoria in vittoria, nel giro di pochi mesi, il Pescara si propone all’attenzione generale come una delle possibili sorprese del campionato. Non tutti sono d’accordo su questa previsione, a Pescara come nel resto d’Italia. In molti sono scettici, dubitano sulle capacità di Zeman di poter davvero costruire un nuovo giocattolo come la prima zemanlandia. Eppure i segnali e l’attenzione dei media nazionali su Zeman e la sua nuova squadra sono la spia che invece una nuova favola sta per essere scritta in riva all’Adriatico. Il segnale più evidente di questa attenzione, che cresce giorno dopo giorno, è l’invito che Fabio Fazio rivolge a Zeman per partecipare, in prima serata e di domenica, alla trasmissione televisiva “Che Tempo che fa”. Quell’invito può, a ragione, essere catalogato come la prima vera svolta positiva della stagione per la squadra adriatica e il suo mentore.
Cresce la popolarità perché aumentano le vittorie e inizia una cavalcata trionfale che porterà il Pescara di Zeman a demolire molti record sia rispetto alla storia calcistica del Pescara sia all’intera serie cadetta. E tra tutti record spicca quello che si può definire il vero marchio di fabbrica di  Zdenek: il numero dei gol realizzati. Una macchina da gol che ha trovato in Immobile, Insigne e Sansovini interpreti d’eccezione, degni e meritori, già da oggi, di giocare e competere in categorie superiori. E con i gol e le vittorie aumenta progressivamente e in modo costante la presenza dei tifosi allo stadio Adriatico fino a battere un altro record: il maggior numero di spettatori paganti di tutta la serie B. Ormai è scoppiata in città, ma anche in gran parte dell’Abruzzo, la febbre per questa squadra che sembra invincibile. Sono tantissimi i tifosi che aspettano all’aeroporto il rientro della squadra da Crotone fino a notte inoltrata. Oltre duemila persone invadono pacificamente il Poggio degli Ulivi, il centro sportivo dove la squadra si allena, prima della sfida con il Verona. Più di mille seguono la preparazione della gara interna contro il Sassuolo, questa volta all’antistadio. E centinaia sono i ragazzi e le ragazze che abbracciano i calciatori al ritorno dalla vittoria contro il Cittadella.
È un crescendo continuo di emozioni e nulla sembra essere in grado di poter fermare i ragazzi di Zeman. Ma come in tutte le più belle favole “il cattivo” si appalesa all’improvviso e soprattutto quando meno te lo aspetti. Dapprima è l’inverno, non quello zemaniano da tanti incautamente invocato, ma l’inverno metereologico che con il suo carico, anche in questo caso da record, di neve non consente alla squadra di allenarsi per molti giorni. E poi in rapida successione eventi luttuosi che sembrano poter spezzare definitivamente un sogno che in molti avevano cominciato a cullare.
L’espressione che ho letto sul volto di Zeman il giorno della morte di Franco Mancini è una delle sensazioni più tristi e di dolore che io abbia mai provato in vita mia e insieme, con quella tristezza, però ho conosciuto e mi ha attraversato un sentimento di vicinanza, un pensiero intimo e personale che mi legherà per sempre ad entrambi.
Sul più bello dunque accade l’irreparabile e la squadra, ma direi anche i tifosi e l’intera città che si è appassionata alle gesta dei nuovi e giovani eroi zemaniani, sembra essere entrata in un cono d’ombra da cui non è capace di uscire con le proprie forze.
Nello spogliatoio dell’Euganeo e prima della partita Padova-Pescara accade qualcosa che forse non conosceremo mai nella versione originale. Zdenek Zeman parla ai suoi giovani allievi. Il momento è decisivo per le sorti del campionato. I ragazzi scendono in campo e sfoderano, forse, la migliore prestazione di sempre, battendo il Padova in casa propria per 6 a 0. Al gol di Cascione, il sesto, le lacrime solcano il viso e l’espressione spesso impenetrabile di  Zdenek Zeman. Quelle lacrime sono insieme un ricordo e un regalo che «aiutano a capire meglio che la persona umana viene prima di tutto. Il calcio, pur strepitoso e oltre ogni immaginazione come quello realizzato dal Pescara contro il Padova, è solo una conseguenza di un pensiero lungo e che viene da lontano. Quel calcio esprime bellezza e la bellezza chiama altra bellezza, e come afferma il principe Miškin nell’“Idiota” di Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”». Quella partita segna un’ulteriore e definitiva svolta positiva per il campionato del Pescara che regalerà emozioni e valanghe di gol ai suoi tanti, tantissimi, tifosi.
Ciò che ha costruito Zeman a Pescara, in meno di un anno, ha per questi motivi dell’incredibile. Una squadra invincibile che a detta di tutti, da Arrigo Sacchi a Pep Guardiola l’allenatore del Barcellona, esprime il miglior calcio possibile. Ma l’impresa eccezionale non è stata soltanto quella di vincere un campionato di calcio, piuttosto il modo con cui ha costruito e realizzato questo grande successo. Zeman ha vinto con una squadra ricca di giovani, giovanissimi, calciatori, in cui quelli più dotati, Lorenzo Insigne Marco Verratti, Ciro Immobile, solo per citare i più famosi, hanno messo al servizio del collettivo e quindi della squadra, il loro talento e la loro bravura. Ha vinto rispettando le regole con un comportamento in campo e fuori da parte dei suoi atleti difficilmente riscontrabile in altre realtà. Ha vinto infine rispettando sempre l’avversario e guadagnandosi anche per questo motivo la stima dei colleghi. Questa è la vera vittoria che Zdenek Zeman ha regalato al Pescara e all’intero Abruzzo. La dimostrazione plastica che se si svolge bene il proprio lavoro, si punta sui giovani come leva del cambiamento e si partecipa alla vita collettiva rispettando le regole, anche in Italia è possibile vincere. Un insegnamento che nasce dall’esempio che noi dobbiamo coltivare come uno dei fiori più belli del nostro giardino.
Nel frattempo a Pescara la festa ha avuto inizio, tutti sono felici, si abbracciano. Le strade sono piene di persone che ballano e cantano. Tra un po’ li raggiungerò anch’io. Adesso invece accendo il mio “iPod”e faccio partire “Natural mystic” di Bob Marley.
«There’s a natural mystic flowing to thru the air / If you listen carefully now you will hear…»
«Nell’aria fluttua una mistica spontanea  / Se ora ascolti attentamente la sentirai…»
È una della canzoni preferite di Franco. Franco Mancini. Il mio primo pensiero dopo questa strepitosa vittoria è per lui, “il giaguaro”. Bob Marley canta e la sua musica arriva dentro, diretta. Un bacio bello Franco, ovunque tu sia.



16 maggio 2012

La vertigine dello spazio


Gli edifici industriali dismessi così come le ex zone industriali esercitano, da sempre, un fascino particolare non solo nei confronti degli artisti ma anche dei semplici cittadini. Sono memorie della modernità, monumenti che diventano tali sotto i nostri occhi. Un fenomeno comune a molte città, non solo italiane. In alcuni casi la loro rivitalizzazione e ristrutturazione, paradigmatico il caso di Bilbao in Spagna, è il volano per la rinascita dell’intera città. Non so se succederà la stessa, identica, cosa per il progetto della “Città della Musica” sul sito dell’ex inceneritore a Pescara, certo è che le premesse ci sono tutte.
«L’area di progetto assume una posizione strategica all’interno dell’ambito metropolitano Chieti-Pescara che gravita intorno alla vallata del fiume Pescara. Con un progetto di riconversione delle numerose fabbriche dismesse, l’area si può affermare come luogo di una nuova centralità urbana, un nuovo “foro” nel punto di intersezione di due importanti infrastrutture viarie: l’asse attrezzato Chieti-Pescara e la circonvallazione Montesilvano-Francavilla», questo è il pensiero del progettista, il prof. architetto Luigi Coccia, (del gruppo di progettazione, 2C+dG, fanno parte anche gli architetti Isabella Cipolla e Carlo Di Gregorio) che “vede” una nuova centralità in luogo di un’area popolata di tanti, troppi, ex edifici. 
Il primo lotto della “Città della Musica” è stato realizzato sul sito dell’ex inceneritore, ma il progetto complessivo prevede la realizzazione di altri manufatti nelle aree limitrofe che andranno a costituire un vero e proprio nuovo centro culturale, obiettivo dichiarato dell’autore: «Una volta svuotato del suo meccanismo interno ormai in disuso, l’ex inceneritore viene riproposto nel suo valore di immagine e “riempito” di un nuovo senso tutto contemporaneo: da smaltitore di rifiuti a fabbrica culturale». Questa prima realizzazione, che si può identificare come “Mediateca per la musica”, contiene uffici, terrazza panoramica, caffetteria, internet point, sala audio/video, archivio musicale, hall, sala eventi, sale prova e spazio espositivo. La seconda fase prevede la costruzione di laboratori musicali, mentre la terza si completa con auditorium, sala di registrazione, arena per concerti e parco per la musica.
Ciò che colpisce di questo nuovo “cristallo” depositato tra il fiume Pescara e l’asse attrezzato, è la forza evocativa dello spazio interno. Un buco alto ventidue metri che toglie il respiro. Uno spazio costruito con rara maestria che sovrappone spazi a spazi ma che continua a poter essere letto come un’unica grande cavità ancestrale dalla quale tutto trae origine. «Il progetto intende esaltare la principale e forse unica qualità architettonica dell’edificio preesistente, quella vertigine dello spazio nascosta al suo interno, che, non appena varcata la soglia, si sprigiona percorrendo in verticale la nuova mediateca». Il rigore delle scelte compositive richiama alla mente il progetto della Turbinenfabrik costruita a Berlino nel 1909 da Peter Behrens, il maestro del Werkbund. Il richiamo è duplice, sia da un punto di vista squisitamente compositivo architettonico sia in relazione alla standardizzazione dei processi costruttivi. Nessun elemento del progetto è fine a se stesso così come nulla è concesso alla retorica dell’ornamento: tutto è ornamento e tutto è struttura. Lo stesso rigore ha caratterizzato l’approccio al cantiere e in particolare l’aver saputo coniugare l’interesse della committenza con l’ottimizzazione dei costi di realizzazione. 
Scrive Aldo Rossi nella sua “Autobiografia scientifica”: «Come nella descrizione del cavallo omerico, il pellegrino entra nel corpo del santo, come in una torre o un carro governato da una tecnica sapiente. Salita la scala esterna del piedistallo la ripida ascensione all’interno del corpo rivela la struttura muraria e le saldature delle grosse lamiere. Infine la testa è un interno-esterno; dagli occhi del santo il paesaggio del lago acquista contorni infiniti, come un osservatorio celeste». E quando si è cima all’edificio, nella zona dove è posizionato il bar, la testa dell’edificio, anche qui come nella statua del San Carlone di Arona, attraverso un nastro continuo di finestre è possibile abbracciare in un unico sguardo la Majella, il Gran Sasso e lo snodo contemporaneo delle strade che conducono in città. Artificio e natura, una delle più potenti dicotomie della modernità.


14 maggio 2012

Il bel gioco che appassiona


Il ventisei di agosto dello scorso anno allo stadio “Bentegodi” di Verona, nel primo anticipo di serie B alle ore 19.00, il Pescara vinceva la prima partita del campionato e iniziava nel migliore dei modi un’avventura destinata a restare nella storia del club adriatico e dell’intera serie cadetta. Non era ancora il Pescara di Zeman, non per tutti almeno, e veniva giudicato con sufficienza dalla grande stampa nazionale. Ai nastri di partenza le pretendenti alle tre poltrone che danno diritto a disputare il campionato di serie A erano altre. Il Torino innanzitutto, poi la Sampdoria, il Padova, il Brescia, il Bari, perfino il neopromosso Verona. Il Pescara no. Nessuno aveva pensato alla squadra adriatica come a una delle possibili rivelazioni del campionato. Nessuno tranne Zdenek Zeman.
Lo sguardo del tecnico di Praga era stato lungo come spesso gli succede nella scelta dei calciatori che chiama nelle sue squadre per trasformarli da giovani speranze in potenziali campioni. È successo in passato con Beppe Signori, Ciccio Baiano, Gigi Di Biagio, succede oggi, sotto i nostri occhi con Lorenzo “il primo violino” Insigne, Ciro Immobile “il bomber”, e con l’incredibile maturazione di Marco Verratti che in molti vedono già oggi come vice Pirlo nella Juventus campione d’Italia. Zdenek Zeman aveva visto bene. Sapeva che poteva costruire una grande squadra partendo da un nucleo solido di calciatori già presenti a Pescara come Marco Sansovini “il capitano”, Emmanuel Cascione “l’uomo ovunque”, Damiano Zanon “il nuovo Codispoti” e Andrea Gessa “il generoso”. Sapeva che attorno a questi calciatori avrebbe potuto far crescere e maturare alcuni nuovi talenti che aveva avuto con se l’anno precedente. Così è stato, oggi il Pescara è primo in classifica e, mancano due partite e un’ora di gioco contro il Livorno alla fine del campionato, ha segnato più di tutte le altre squadre, ottantasei sei gol, un’enormità. Più della Juventus di Del Piero e Buffon che alla fine del suo unico campionato in serie B, correva l’anno calcistico 2006/2007, si classificò prima segnando ottantatre reti. Nelle ultime cinque partite disputate ha segnato venti gol e ne ha subiti due, vincendole tutte. È oggi il Pescara di Zeman. 
Lo è nei numeri, nel modo con cui affronta le partite, siano esse casalinghe o in trasferta, lo è, soprattutto, per la bellezza che è capace di esprimere con il suo gioco in campo. Ed è proprio la bellezza il tratto distintivo delle squadre allenate da Zeman. I tifosi delle squadre che ha allenato in passato lo ricordano soprattutto per questa caratteristica, prova ne sia la generosità con cui hanno sempre riempito gli stadi dove giocavano le sue squadre. E oggi succede la stessa cosa a Pescara. Lo stadio Adriatico è spesso “sold out” e si vede gente di tutte le età che si diverte e canta e balla. Le persone partecipano attivamente alla partita, quasi come se giocassero tutte insieme, perché vedono in campo una squadra generosa che non simula falli, non protesta, rispetta l’avversario. Corre dal primo all’ultimo minuto e non si risparmia mai. Una squadra di persone serie innanzitutto. In un mondo popolato da imbroglioni e gente spesso incapace di svolgere il proprio ruolo, questo modo d’intendere il proprio lavoro rappresenta una meravigliosa eccezione con la quale è facile e bello potersi identificare. 
«Le pagine che seguono sono dedicate a quei ragazzi che un giorno, anni fa, incontrai in Calella de la Costa. Tornavano da una partita di calcio e cantavano: Vinciamo, perdiamo, ma ci divertiamo». Questa è la dedica di Edoardo Galeano per il libro più bello (parlo per me, ma so che pensano la stessa cosa in tanti, certo tutti coloro che ricordano a memoria la formazione degli ultimi vent’anni della loro squadra del cuore) mai dedicato a questo sport,  “Splendori e miserie del calcio”. La stessa, identica, filosofia di gioco e di vita appartiene a Zdenek Zeman, per questo ha tifosi in tutta l’Italia ed è spesso applaudito anche dai tifosi delle squadre avversarie. Da ieri sera il suo Pescara è primo in classifica, solitario. Quel «vinciamo, perdiamo, ma ci divertiamo», deve perciò essere leggermente modificato in vinciamo, vinciamo e ci divertiamo. Auguri Zdenek Zeman. Auguri per i suoi splendidi sessantacinque anni e grazie per la bellezza che ci ha regalato.



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