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28 agosto 2012

Veronesi, Capossela e il magico John Fante


Il festival letterario “Il Dio di mio padre”, con il “reading”musicale in omaggio a John Fante, che si è svolto nella pineta di Torricella Peligna, ha scritto così una delle pagine più belle di questa estate abruzzese.
Poco prima dell’inizio dello spettacolo Sandro Veronesi ha tenuto una lectio magistralis sullo scrittore di “Chiedi alla polvere” che è stata seguita da alcune centinaia di persone in rigoroso silenzio. Veronesi è un fan di John Fante, come i suoi compagni di viaggio di questa magica serata d’Abruzzo, e questo è ciò che si percepisce fin dalle prime battute sul palco. Regna una grande armonia e un sentimento che accomuna e rende tutti più vicini gli uni agli altri. Si alternano alla lettura lo stesso Veronesi e Vinicio Capossela, entrambi capaci d’innamorare e creare un’atmosfera di dolce malinconia e nello stesso tempo gioiosa e di riflessione. Momenti di emozione alta sono quelli che è capace di creare attorno a se Dan Fante, il figlio di John, quando legge in lingua originale le sue liriche, superbamente interpretate in italiano dal bravo Domenico Galasso. Così com’è magnetico Ray Abruzzo quando in perfetto “american english” fa sentire a tutti i presenti la voce autentica di John Fante, in quel linguaggio che fu costretto a inventarsi perché, semplicemente, non esisteva. Collante tra le parole e le emozioni che queste suscitano, la musica di Vinicio Capossela. Un ritmo lento e che accompagna, che reitera pensieri, quasi un prolungamento dei paesaggi e della condizione dell’anima descritti da Fante. Sempre discreto, mai invadente, Capossela ha i tempi giusti per assecondare e accompagnare la lettura. E poi c’è il regalo finale. Siamo nella notte tra sabato e domenica, nelle prime ore della domenica, e la notte è sufficientemente alta quando si è testimoni di un piccolo evento nell’evento. Capossela ha appena raccontato una sua visita negli States e di una serata di struggente malinconia vissuta da “Musso & Frank” ultima traccia fantiana in Los Angeles. La richiesta di un ultimo brano diviene così la sua dedica a Renzo Fantini, senza del quale, sono parole sue, «forse non avrei il mio lavoro in questo modo». Vinicio si siede per l’ultima volta dietro al pianoforte a coda, e partono le note. «Che farò lontan da te pena de dell’anima…», e tutti, dal primo all’ultimo dei presenti non possono far altro che cantare e piangere e ringraziare John Fante per questa serata indimenticabile.


26 agosto 2012

«John Fante il suo cuore è qui»

Terminati i tornanti che dalla Valle del Sangro Aventino conducono su, fino ai 900 metri di Torricella Peligna, s’intravede il profilo del campanile e la sagoma delle case che preannunciano l’ingresso al paese, soprattutto si vede in tutta la sua bellezza il profilo della montagna madre, la Majella. Questa stessa immagine deve aver avuto negli occhi Nick Fante, il papà di John Fante, quando all’inizio del “secolo breve” fece il percorso inverso e si lasciò alle spalle questo panorama per andare a cercare miglior sorte in America. Chissà quante volte si voltò per imprimere nella sua memoria la forma della montagna madre. Certo non poteva immaginare che più di cento anni dopo quella partenza così defilata, quel piccolo paese avrebbe celebrato, addirittura con un festival letterario, anche la sua figura, che John, il figlio che avrebbe avuto proprio in quell’America nella quale aveva cercato fortuna e lavoro, aveva reso immortale in alcune delle pagine più belle della sua produzione letteraria.
Nick Fante è infatti il protagonista de “La confraternita dell’uva”, forse il libro più bello di John Fante, ma è anche Svevo Bandini nel romanzo d’esordio, “Aspetta primavera, Bandini”. E proprio in occasione della ristampa del suo esordio letterario John Fante scrive nell’introduzione, qualche settimane prima di morire, le sue ultime parole che in qualche modo riconducono al nucleo originale della sua famiglia. «Tutta la gente la della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c’è più niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina». Un’immagine familiare che diviene lirica per l’uso onomatopeico delle parole. Qui il “ciabattare” si sente, lo si può ascoltare, basta tendere l’orecchio e lasciare libera la fantasia. Dan Fante è il figlio di John e nipote di Nick e Mary Capoluongo, la donna del ciabattare. Ogni anno ritorna a Torricella Peligna proprio per “Il Dio di mio padre”, il festival letterario dedicato a suo padre. E ogni volta è come un’epifania. 
Anche Dan Fante è uno scrittore e vive a Los Angeles, negli Stati Uniti d’America.
Perché suo padre nell’introduzione alla ristampa di “Aspetta primavera, Bandini”, ha voluto ricordare la madre con un’immagine apparentemente banale ma che ha capacità di assumere una forte valenza poetica?
«Mio padre invecchiando è diventato cieco e pensava alla dolcezza della sua memoria. Dolcezza che ha partorito quell’immagine così bella del ciabattare di sua madre, mia nonna. Come se avesse voluto restituirle una centralità nella sua vita. La sua memoria seleziona e propone un’immagine della quotidianità e la trasforma in ode poetica».
Nei suoi libri John Fante non parla quasi mai direttamente dell’Italia eppure si legge e si respira una “italianità” forte.
«È meravigliosamente chiaro che sente il suo cuore italiano quando scrive. Ho sempre avvertito il suo amore per l’Italia e il suo orgoglio di essere italiano. Per me, come scrittore, è la stessa cosa, un’eredità che mi ha lasciato».
Che tipo di scrittore è stato suo padre?
«Uno scrittore bello. Le sue parole sono chiare senza esagerazione. Una scrittura essenziale e potente. Scrive in prima le persona e ciò è molto difficile proprio perché devi essere forte e potente. Gli scrittori americani hanno questa necessità: essere essenziali, semplici, spontanei. Quasi come un giornalista e lo stile di mio padre è molto simile a quello di un giornalista».
Spontaneità e sincerità che colgo anche nelle parole di Dan soprattutto quando mi mostra ciò che si è fatto tatuare sul braccio destro «perché nessuno osava dire la verità»: Nick Fante morto per alcolismo nel 1997. Nick era il fratello maggiore di Dan, portava il nome del nonno. Un atto di sincerità estremo.
«Quando vado via da Torricella Peligna e torno in America non penso mai alle sofferenze dei miei nonni, o di mio padre, ma porto via con me solo tanto amore». Chapeau.


23 agosto 2012

L'Abruzzo nelle pagine di John Fante


Sandro Veronesi e Vinicio Capossela ritornano insieme a Torricella Peligna dopo quindici anni, e ritornano per lo stesso motivo per cui erano venuti la prima volta: l’amore per John Fante e i suoi libri. Sono infatti tra gli ospiti più prestigiosi della settima edizione de “Il Dio di mio padre” festival letterario dedicato proprio a John Fante, con la direzione artistica di Giovanna Di Lello giornalista e filmaker, che si svolgerà a Torricella Peligna dal 24 al 26 di agosto. 
«Tra le tante cose che si può essere nella vita, si può essere dei fantiani. Cioè “fan” di John Fante […] I fantiani sono un manipolo agguerrito sparso in tutto in tutto il mondo che custodisce e predica il verbo. Io ne faccio parte». Identificarsi in Arturo Bandini è la caratteristica dei fantiani dice Sandro Veronesi in apertura della puntata del programma televisivo “Magazzini Einstain”, andata in onda su Rai Tre nel 1997. Veronesi, uno degli autori oltre che conduttore del programma, si reca a Torricella Peligna accompagnato da un altro “fantiano” d.o.c., Vinicio Capossela. «Un posto di vento e di silenzi. Da cacciatori» sono le prime parole che il cantautore pronuncia alla vista del paese da cui partì alla volta dell’America Nick Fante, il padre di John. Quel programma televisivo, un vero e proprio pellegrinaggio in terra d’Abruzzo, ha avuto il merito di accendere i riflettori su un personaggio fino ad allora poco conosciuto in Italia. Molte cose da allora sono cambiate e oggi, il paese che diede i natali a Nick, Torricella Peligna organizza questo festival letterario che trasforma ogni anno, da sette anni, un piccolo comune di circa 1500 abitanti nel centro dell’universo fantiano. Anche quest’anno, nei tre giorni dedicati al festival, numerosi incontri e ospiti prestigiosi.
Ci sarà il figlio di John, Dan Fante, Masolino e Caterina D’Amico, il primo docente di letteratura americana e la seconda direttrice della casa del Cinema di Roma. Igiaba Scego, scrittrice italo-somala, Federico Moccia, scrittore e neo sindaco di Rosello, l’attore italo americano Ray Abruzzo.
L’edizione di quest’anno rende omaggio al romanzo “Full of Life” pubblicato nel 1952 e che quindi festeggia i suoi primi sessant’anni. Alle ore 23.00 di domenica 26 agosto, in chiusura del festival dunque, ci sarà una lettura collettiva del romanzo il cui incipit sarà declamato in lingua originale dal figlio di Fante, Dan e dall’attore Ray Abruzzo. Saranno invece l’attore Domenico Galasso e gli allievi del laboratorio di lettura interpretativa “Il respiro della scrittura” che prenderanno il testimone e continueranno la lettura del romanzo in lingua italiana. 
Il festival si apre, la mattina di venerdì 24 agosto, con la consegna del “Premio John Fante Opera prima Abruzzo” a Barbara di Gregorio per il libro “Le giostre sono per gli scemi” pubblicato da Rizzoli nel 2011. Nel pomeriggio ci sarà invece prima la presentazione e a seguire la premiazione dei finalisti del “Premio John Fante Opera prima”. I tre finalisti, selezionati da una giuria tecnica composta da Francesco Durante, traduttore delle opere di Fante per l’Italia, Masolino D’Amico ed Emanuele Trevi, sono Francesco Targhetta, “Perciò veniamo bene nelle fotografie” (ISBN), Donatella Di Pietrantonio, “Mia madre è un fiume” (Elliot) e Giuseppe Di Piazza con “I quattro canti di Palermo” (Bompiani). Sabato 25 agosto è la giornata di Sandro Veronesi e Vinicio Capossela. Il primo terrà, nel pomeriggio, una “lectio magistralis” su John Fante, mentre la sera sarà protagonista di un “reading” di brani delle opere fantiane insieme al cantautore di origine irpina. Sempre nella giornata di sabato, alle ore 16.00, ci sarà la presentazione dei romanzi di due autrici abruzzesi, Angela Capobianchi, “Esecuzione”, e Francesca Bertuzzi, “La paura”. 
«Quando anche i Santi ti voltano le spalle, ti resta John Fante», scrive Vinicio Capossela nella prefazione a “La confraternita dell’uva”, forse non siamo arrivati a quel punto ma certo un viaggio con destinazione Torricella Peligna in questi ultimi spiccioli di estate rappresentano un buon investimento per il nostro futuro.
Il programma completo con tutti gli appuntamenti del festival è disponibile sul sito www.johnfante.org


15 agosto 2012

Volevo essere Paolo Valenti


«Cosa farai da grande?». Quando da bambino ti pongono questa domanda, la domanda a cui tutti i bambini devono rispondere almeno una volta nella vita, ti senti, oserei scrivere sei, anche se solo per un attimo, realmente al centro dell’attenzione e del mondo. Normalmente la risposta è sempre al di sopra delle righe, anche perché chi la pone si aspetta una risposta al di sopra delle righe. Astronauta, calciatore famoso, modella, attore sono le risposte più gettonate, quasi mai invece ci sono figure che appartengono alla quotidianità che abitiamo come il fornaio, l’operaio, l’impiegato piuttosto che la donna delle pulizie o la badante. Se si realizzassero davvero i sogni dei bambini vivremmo in un mondo di persone perfette, belle, brave e soprattutto con un lavoro molto remunerativo. Sappiamo invece che non è così e che sono pochi quelli che riescono a realizzare i propri sogni. Daniele Barone, quarantasettenne pescarese, è un ex bambino fortunato che invece ha realizzato il suo sogno nel cassetto. Ci ha sempre creduto, fin da giovanissimo. Dopo interminabili ed estenuanti partite “a pallone” sulla spiaggia di Pescara, quando rientrava a casa si chiudeva a doppia mandata nella sua stanza e immaginava di essere Paolo Valenti. Bastava capovolgere una sedia e “trasformare” altri mobili in oggetti da studio televisivo e la camera si trasformava, all’improvviso e come d’incanto, nel regno di “90° minuto”, la trasmissione culto per ogni appassionato di calcio che si conviene, e solo allora poteva avere inizio il suo gioco preferito: fare il giornalista sportivo. Una passione custodita e coltivata negli anni che lo ha portato prima a lavorare in una radio privata, “Daba dj” il suo nome d’arte, e poi «nel 1984 la radio per la quale lavoravo, Radio Flash, venne comprata dal gruppo TVQ e in quell’estate, abbastanza casualmente, dopo aver raccontato a qualcuno che avevo la passione per il giornalismo, mi spedirono in Trentino Alto Adige per seguire il ritiro estivo precampionato della Pescara calcio. Feci le mie prime interviste all’allenatore, Enrico Catuzzi, ai calciatori, ma soprattutto la mia prima telecronaca: l’amichevole Pescara-Campobasso. Le squadre si scambiarono il centravanti, De Martino al Pescara e Rebonato al Campobasso. La partita finì 1-1 e le reti furono segnate proprio dai due attaccanti». Dopo questa prima esperienza televisiva, l’ex bambino che sognava di diventare come Paolo Valenti, inizia una serie di collaborazioni con la carta stampata, qualche lavoro di ufficio stampa ma soprattutto emigra a Telemare, altra emittente televisiva locale. «Mi occupavo di tutti gli sport. La domenica succedeva spesso, dopo aver seguito un incontro di serie C di calcio ed avere realizzato i relativi servizi, di dover correre al Palaelettra di Pescara per gli ultimi minuti di una gara di pallacanestro e senza sapere nulla sull’andamento della gara, recuperando informazioni da qualche collega, improvvisare interviste post-gara, facendo finta di aver seguito ogni canestro. In quegli anni è nata anche la grande passione per la pallanuoto, seguendo con lo squadrone di Manuel Estiarte, Amedeo Pomilio e Marco D’Altrui, che ho avuto la fortuna di seguire in tutta Italia». Il 1987 è invece l’anno della chiamata alle armi, marinaio alla Capitaneria di porto di Ortona, vicino a casa ma lontano dallo stadio Adriatico al punto da non poter seguire da vicino, come gli sarebbe piaciuto, la prima promozione in serie A del Pescara di Galeone. Si rifà con gli interessi l’anno successivo che lo vede protagonista in televisione, questa volta su Rete 8 r come responsabile della redazione sportiva. In studio con lui il capitano di quel Pescara, Gian Piero Gasperini, oggi uno dei migliori allenatori italiani, e tanti personaggi famosi del mondo del calcio. «Mi ricordo con affetto di Enrico Ameri, già abbastanza anziano, che veniva a trovarci da Roma affrontando il viaggio con la sua vecchia Fiat Uno. Ogni volta c’era da fare una preghiera e sperare che potesse rientrare a Roma sano e salvo». Un anno di formazione molto importante per Daniele Barone soprattutto perché conosce e frequenta personaggi che solo qualche anno più tardi diventeranno personaggi di primo piano a livello nazionale. «La prima intervista a Massimiliano Allegri la feci sotto una palma dell’allora Motel Agip a Marina di Città S.Angelo. Un paio di giorni prima di partire per il ritiro estivo, lui parlava e due metri più in indietro la sua fidanzata, la ragazza di Livorno passata “alla storia” per essere stata abbandonata sull’altare. Mai avrei immaginato che quel ragazzo impacciato sarebbe diventato l’allenatore campione d’Italia. Oggi, siamo molto amici, mi manda sms per farmi distrarre durante le telecronache, per farmi ridere e indurmi a sbagliare». Ormai il sogno di diventare come Paolo Valenti si sta lentamente trasformando in realtà, una realtà che diventa di nuovo come un sogno il diciassette dicembre del 2000 quando realizza la sua prima telecronaca per una partita di calcio di serie A. La partita è Inter-Brescia, si gioca alla scala del calcio italiano, e il commento tecnico è affidato alla voce di Beppe, “lo zio”, Bergomi. La partita finisce 0-0 ma l’emozione di quel giorno è ancora tutta negli occhi e nel cuore di Daniele. Ormai il grande salto c’è stato e Daniele fa parte in pianta stabile della grande squadra di Sky sport. Nel 1994 Sky acquista i diritti della Serie B ed affida proprio a lui la responsabilità di gestire il nuovo palinsesto per la serie cadetta. «La grande novità fu “B Side”, il primo magazine dedicato alla serie B: un’ora di collegamenti e servizi. Una trasmissione molto fortunata. Con me in studio si alternavano Vincenzo Guerini, Stefano Nava e Maurizio Iorio». Poi sono arrivate anche la serie A e la Champions League anche se il suo, rimane il volto Sky della serie B. Tra pochi giorni invece taglierà un nuovo e prestigioso traguardo: inviato alle Olimpiadi di Londra. «Sarà la mia prima Olimpiade, un grande onore e una grande emozione poter andare a Londra. Seguirò i tornei, maschile e femminile, di pallanuoto. Mio compagno di telecronaca sarà Pino Porzio, ex allenatore della Pro Recco, medaglia d’oro con il settebello che vinse le olimpiadi di Barcellona 92». 
«Se puoi sognarlo, puoi farlo» diceva Walt Disney il papà di Topolino, un insegnamento utile e una strada da seguire. Daniele Barone quella strada l’ha seguita è oggi quel sogno di bambino è il suo lavoro.


15 agosto 2012

L'arte di salvare l'arte


«Chi salva anche una sola opera d’arte, salva la bellezza», sono parole di Tonino Guerra, poeta, vincitore del premio Oscar nel 1973 per la sceneggiatura di “Amarcord”, film di Federico Fellini. E proprio da una sollecitazione del poeta di Santarcangelo di Romagna nasce una bella storia che oggi è diventata una mostra, “Tesori ritrovati d’Abruzzo: l’arte di salvare l’arte”, che chiuderà i battenti il 7 ottobre e che si svolge nella Rocca Ubaldinesca di Sasso Corvaro in terra marchigiana.
La mostra, curata da Giovanna Di Matteo, Fabio Fraternali e Agnese Vastano, presenta diciotto opere d’arte sacra provenienti dall’Abruzzo e danneggiate dal terremoto del 6 aprile del 2009 dell’Aquila.
Ci svela l’arcano di questa bella storia italiana Salvatore Giannella, giornalista e curatore di “Polvere di sole”, l’ultimo libro di Tonino Guerra di cui è stato amico di lunga data. «L’ultima volta che abbiamo parlato con Tonino dell’Abruzzo è stato per ricordare il terremoto che ha sconvolto l’Aquila. Eravamo riuniti nella giuria del Premio Rotondi ai salvatori dell’arte e ci chiedevamo che cosa poter fare per dare un segnale di solidarietà a quella popolazione. Fui incaricato di un sopralluogo. Con mia moglie Manuela arrivammo in un deposito nella piana del Fucino dove ci fecero vedere le “Madonne” terremotate, decine di opere sacre di grande valore rese irriconoscibili dalla violenza del sisma. Al ritorno, il giurato Tonino Guerra non ebbe esitazioni: “Dobbiamo restaurare quelle Madonne ferite dal terremoto”».
L’appello ha avuto una grande eco e ci sono stati riscontri importanti. Le opere esposte sono state adottate da singoli cittadini, famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche. 
All’appello ha risposto un’umanità varia. C’è lo stilista Ottavio Missoni, il primo a farsi avanti, che ha adottato la “Trasfigurazione di Cristo”, proveniente dalla chiesa di Santa Giusta. Sempre dalla stessa chiesa provengono le tele “S.Michele Arcangelo, opera di Vincenzo Conti di Francesco di Sulmona datato 1800, “l’Assunzione della Vergine, opera del XVII sec. attribuita a Giacinto Brandi, “l’Angelo Custode del XVII sec., e “l’Annunciazione, del XVIII sec. C’è Michelangelo Rossi, che sotto le macerie dell’Aquila ha perso la figlia, l’ingegnere aerospaziale Michela. L’amministrazione comunale e la popolazione di Sassocorvaro con in testa il sindaco, Antonio Alessandrini. Un noto imprenditore alberghiero di Pesaro e Urbino, il conte Alessandro Pinoli Marcucci. Il Distretto Lions 108/A, che ha adottato la “Maddalena penitente” dalla chiesa di San Flaviano. E ancora una famiglia di restauratori di Aramengo, in provinica di Asti, la famiglia Nicola, che ha permesso il recupero totale del “Ritrovamento della vera croce” di Giulio Cesare Bedeschini dalla chiesa di San Francesco di Paola, è stata anche promotrice di una raccolta fondi in Piemonte, da Madrid e dal lontano Lussemburgo.
Giovanna Di Matteo, esperta delegata dall’Arcivescovo dell’Aquila, ha coordinato i lavori, mentre le opere in mostra sono state restaurate dai laboratori di Francesca Aloisio, Berta Giacomantonio, L’Aquila, Elisabetta Sonnino, Roma e Nicola restauri, Aramengo.
«[…] noi parliamo di bellezza quando godiamo qualcosa per quello che è, indipendentemente dal fatto che lo possediamo», ha scritto Umberto Eco, mettiamoci in viaggio dunque e godiamo anche noi di questa bellezza ritrovata.


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