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27 novembre 2007

L’isola che trema, Gianni Bonina



Le rughe profonde che solcano la carne indurita e bruciata dal sole dei siciliani e delle siciliane che illustrano il libro di Gianni Bonina mi hanno fatto pensare, ancor prima di leggere L’isola che trema, viaggio dalla Sicilia alla Sicilia, ai volti dei lucani di Sud e Magia di Ernesto De Martino. Quando poi ho iniziato a leggere, queste immagini e questo pensiero mi sono spesso ritornate alla mente.
“Solo in Sicilia Polifemo sovrasta Ulisse nella considerazione popolare…perché la sua ribellione…è quella di chi non vuole stranieri nella propria terra”
e poi più avanti “Prima vengono i siciliani, poi la Sicilia. Che è ovunque, nel mondo, si trovi un siciliano: perché si può strappare un siciliano dalla Sicilia ma non si può strappare la Sicilia da un siciliano”.
Così si presenta Bonina e il suo biglietto da visita non può essere più significativo: questo è un viaggio, ci dice, ed è un viaggio che faremo in Sicilia per parlare della Sicilia e della sicilianità. Un viaggio fatto per ascoltare e conoscere gente piuttosto che per ammirare paesaggi, anche perché qui dei paesaggi sono parte integrante le persone, le loro storie. Le pause e i silenzi. “Luce e lutto”.
Un viaggio in cui il cronista, che riporta fedelmente ciò che vede e che ascolta, si trasforma in scrittore che affabula, nelle sue pagine più ispirate come Alicudi, per poi ritornare cronista e raccontare, attraverso il ritmo della vita dei suoi abitanti, una terra, la Sicilia appunto.
L’isola dei pastori erranti raccontata da Bonina ci riporta di nuovo a De Martino e a quella capacità di saper mescolare storia, rito e magia. Che ritroviamo ad esempio nella Sicilia di Ignazio Intrivinci che “Non diversamente di un pastore d’Ilio che vedendo Troia in fiamme e gli Achei in subisso pensa solo al suo gregge”. Un uomo e una storia che diventano poesia quando la riflessione si sofferma sullo scorrere del tempo: “La sua vita si è condotta nella Sicilia del feudo, colorato dell’azzurro del cielo, del verde dei pascoli e del giallo del maggese, nel ritmo lento delle figlianze, delle mute e delle transumanze: un siciliano mai divenuto miope per l’abitudine dei suoi occhi a guardare orizzonti infiniti dove la distanza delle montagne si misura coi colori che passano dal verde al marrone al celeste”.
I pastori e la civiltà della trazzera, i pastori e le credenze, i pastori e il tempo che non ritorna come il tempo di Giuseppe Ferrara che oggi ha ottanta anni e “Guarda ancora, per sola abitudine, il cielo tre volte al giorno, come una cura contro la vecchiaia: la mattina, a mezzogiorno e a mezzanotte, vedendone le variazioni: perché il tempo dà segnali delle sue intenzioni, a vantaggio dei contadini che dal tempo ricavano ricchezza e povertà e che al tempo sono legati come ostriche agli scogli”.
Il viaggio parte da Alicudi e finisce a Marsala da dove a sua volta partì Giuseppe Garibaldi per “fare” l’Italia e dove ancora oggi è possibile imbattersi in ”Cimeli garibaldini, documenti, berretti rossi e fucili a baionetta” di cui abbondano musei e qualche casa privata.
Tra Alicudi e Marsala ci sono venticinque tappe che attraversano tutta l’isola e accarezzano i tre mari che la circondano, Tirreno, Ionio e Mediterraneo. Un viaggio nell’entroterra, che ci porta da nord a sud e da est ad ovest.
Alicudi una piccola isola popolata dagli animali e dove gli arcudari, gli abitanti dell’isola, sono sempre stati contadini. Un’isola dove si muore di cancro e dove “il sesso arriva prestissimo e non ha nulla di misterioso. Poiché la regola è la promiscuità e non esiste letto che non sia attaccato a un altro letto, il corpo non ha segreti”. E proprio per questo “non è stato un caso se l’ottanta per cento degli arcudari votò a favore del divorzio manifestando uno spirito che voleva essere progressista mentre tradiva l’intenzione di non cambiare il mondo”.
Poi c’è Lentini dove l’esercito dei braccianti, oltre settemila, rappresentava la forza d’urto del Pci ed era pronta ad occupare piazza Umberto ogni qualvolta la tromba dal timbro argentino intonava l’Internazionale, rappresentavano un’avanguardia. Oggi i braccianti sono pochi e il Pci non c’è più, ma questa, forse, è un’altra storia.
C’è anche Gibellina che “si è concessa un tenore di vita che non può permettersi” e che non ha saputo perciò sfruttare la grande occasione che si era creata con la costruzione di un vero e proprio museo en plein air. Una grande inno all’arte che ha visto lavorare, spalla a spalla, artisti del calibro di “Alberto Burri, Pietro Consagra, Arnaldo Pomodoro, Giuseppe Samonà, Carla Accardi, Joseph Beuys, Mario Schifano, Toti Scialoja, Mimmo Paladino, Francesco Venezia e decine di altri artisti”. Un’esperienza, forse, unica al mondo che si è spenta troppo presto perché “L’arte ha bisogno di ricchezza per vivere e muore dove trova povertà di mezzi”.
In questo viaggio che attraversa un’isola che è anche una nazione, con la sua lingua, le sue tradizioni, le sue leggi, non potevano mancare, e non mancano, i luoghi della mafia e della letteratura. I corleonesi e Verga. Il padrino e Mastro Don Gesualdo. Luoghi dove “accanto al turismo del padrino sta prendendo forma un turismo del patrono” e luoghi della mente più che della realtà ovvero “nel paese che non c’è, perché la vera Vizzini, la più bella, è quella di libri”, un passaggio questo che mi ha ricordato uno dei libri che ho amato e che amo di più, Le città invisibili di Italo Calvino.
Con queste brevi osservazioni siamo pronti ora per affrontare un affascinante viaggio. Non servono né macchina fotografica, nè moleskine. Serve solo liberare la mente e lasciarsi guidare dalle parole di carta di Gianni Bonina.

Titolo L’isola che trema. Viaggio dalla Sicilia alla Sicilia
Autore Gianni Bonina
Editore Avagliano Editore
Anno 2006




permalink | inviato da oscarb il 27/11/2007 alle 19:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

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