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Officina Einaudi, Cesare Pavese



In occasione del centenario della nascita di Cesare Pavese, 9 settembre 1908 S.Stefano Belbo, Einaudi ha pubblicato Officina Einaudi, lettere editoriali 1940-1950, un bel volume che ci presenta un Pavese inedito. Dai primi passi nella casa editrice torinese fino alla stesura e pubblicazione de La luna e i falò.
Un libro che ho atteso molto e letto con grande curiosità. In quelle lettere ho conosciuto un Pavese che non conoscevo e che mi ha insegnato molto. Buona lettura.

Officina Einaudi, Cesare Pavese
Officina Einaudi, lettere editoriali 1940-1950, è un libro che si può leggere in tanti modi. E si può leggere in tanti modi perché nel carteggio pubblicato c’é la genesi di una parte significativa della cultura italiana dagli anni quaranta ad oggi.  Testimonianza storica della nascita e dell’evoluzione di un laboratorio culturale che ha pochi riscontri nel panorama culturale non solo italiano. Le 254 lettere che sono presentate ci consentono inoltre di “guardare” da vicino l’evoluzione di una delle case editrici più importanti d’Italia e nello stesso tempo l’evoluzione e la maturazione di un uomo di grande cultura: Cesare Pavese.
Evoluzione e maturazione che non scalfiscono per nulla il suo essere in perenne tensione per la scrittura. Si percepisce la voglia, la necessità di avere sempre un riscontro immediato per ciò che scrive.
A questo proposito sono emblematiche due lettere, la prima e l’ultima del libro. La prima è del 25 settembre del 1940 ed è indirizzata a Carlo Muscetta, critico letterario poeta e molto altro ancora, maggiorente della casa editrice Einaudi subito dopo la Liberazione.
“E, scusa Muscetta, ma io faccio il poeta e il novellista. Mi par di sapere che delle mie poesie preferisci non parlare, ma chi sa che un giorno non ti sottoponga qualche raccontino. Che ne direbbe Alicata? Se traduco con ‘sapienza’ ed ‘entusiasmo’ la Stein, potrei anche provarmi a inventare qualcosa, no?”
L’ultima dell’8 giugno del 1950, scritta qualche giorno prima di morire sempre a Muscetta che nel frattempo è diventato il caro Mus.
“Ti è piaciuta la Luna e i falò? Ti è piaciuto il Mito? Ti piace la vita?”
Sono passati dieci anni e Pavese, che ha già diretto la sede romana della casa editrice e dirige quella torinese, si mostra sempre particolarmente attento al giudizio altrui.
Si può leggere in queste lettere un percorso editoriale e apprendere il mestiere di pubblicare libri. Un mestiere che prevede tante cose, inclusa la possibilità di pubblicare libri a pagamento.
“Caro Mus, ci scrive Spellanzon che vorrebbe stampare nell’Universale i Doveri dell’uomo con sua prefazione e note. I suoi amici ne comprerebbero 5000 copie. Se sei d’accordo, dillo; il contratto glielo faremo noi.”
Ma c’è molto altro da scoprire tra le carte di Pavese. Ad esempio il suo giudizio su un libro ritenuto da tutti un capolavoro assoluto della letteratura europea. In una lettera sempre indirizza a Muscetta scrive: “dove hai letto che io traduco, o abbia tradotto, l’Ulisse? Se ti scrivevo che è un libro che non sono mai riuscito a finire di leggere e che incarna per me la quintessenza dell’insopportabile. Per la stessa ragione non posso scriverci sopra.”
Oppure è possibile leggere vere e proprie dissertazioni sullo stile e sulle scelte editoriali.
“Io intenderei romanzo breve come una determinazione soprattutto stilistica. Va da sé che i novellieri sono esclusi.”
Un discorso a parte merita il carteggio con Giulio Einaudi, l’editore o il padrone a seconda dei momenti e delle circostanze.
“Apprezzo la tripartizione; invece almeno per ora non accetto la mia gerarchica destinazione a Torino. Il vino e le osterie di Roma mi vanno molto a sangue e per tutto l’oro del mondo non ne farei a meno. Inoltre, attualmente Roma è un ciclone di materiale anglo-americano che va giudicato, o manovrato, su due piedi. Se io vado, chi resta? Infine per ora i marciapiedi di Torino mi scottano assai. Regolati…C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere. La Natura insomma ci chiama, egregio Editore; e noi seguiamo il suo appello.”
E sempre riferendosi al suo datore di lavoro.
“A proposito, la voce a Roma è che sei fallito per 8 milioni e adesso tratti il concordato.
Cerca di capirmi: dico questo per renderti il tono in cui ci si muove, non perché i miei noti malumori antifinanziari abbiano importanza.”
Bella tutta la corrispondenza con Giaime Pintor, dalle prime lettere in cui ne parla con Muscetta “Ho conosciuto il vostro collaboratore Pintor, e mi pare un ottimo giovane. È qui militare e mi ha molto parlato di te e di certi tuoi motti”, fino alle ultime quando la frequentazione è divenuta ormai intima.
“Einaudi aspetta un figlio. Balbo va all’ospedale delle Molinette, Ginzburg era a letto, Venturi scappa continuamente, le bombe demoliscono una sede dopo l’altra, si è sempre lì lì per traslocare a Pinerolo e non ci si muove mai, Muscetta imperversa con la sua maledetta rivista, io mi scade la licenza. Basta. Fate voi e interpellateci il meno che potete.
Ciao.”
Se salverò le ossa le porterò a Torino scrisse in una di queste belle lettere pubblicate. A Torino morirà suicida il 27 agosto del 1950.

Titolo Officina Einaudi. Lettere editoriali 1940-1950
Autore Cesare Pavese
Editore
Einaudi
Anno 2008

Pubblicato il 25/11/2008 alle 9.26 nella rubrica Le mie recensioni.

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