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ZOSIA, di Enzo Verrengia [4]



Riassunto. Sergio riordina con un criterio molto personale l’ordine dei fatti culminati nell’uccisione di Zosia. Nella sua narrazione, torna sempre sulle conversazioni avvenute il giorno prima a casa di Andrea e Bruna. Intanto, però, il ritrovamento del cadavere innesca l’indagine.

Nessuno di noi aveva un alibi. Peggio ancora, nessuno di noi poteva confermare le dichiarazioni degli altri. Perché nessuno di noi si trovava in compagnia all’ora presunta in cui Zosia era stata uccisa.
Sempre che non l’avesse fatto uno sconosciuto o una torma di predatori umani, dalla mano pesante e dal carattere irritabile in un attacco di delusione.
L’onere, la pena o il merito di trovare il cadavere di Zosia attaccato dai gabbiani era toccato a Lorenzo. Lui correva ancora, malgrado gli anni trascorsi da quando vinceva ai cento metri nei tornei d’istituto. Qui, approfittava dell’alba sull’arenile compatto per non rinunciare alla sua consuetudine di aprire il giorno in velocità.
A me non piace correre. È da lepre o da coniglio. Preferisco passeggiare. Anche in pendenza, fra i pini che si susseguivano fin quasi sulla sabbia.
Bruna e Roberta erano scese a piedi sul litorale, in direzioni opposte. La prima verso il mercatino che occupava un poggio a strapiombo sul mare. La seconda verso la litoranea, diretta al breve assembramento di negozi fra gli alberghi e i condomini.
Andrea aveva preso la macchina. Anche Federico. E nessuno dei due si era preoccupato di altro che mettere in moto e fare manovra per togliersi dal piazzale antistante la villa. D’altro canto, nemmeno le donne e Lorenzo avevano ritenuto di dover informare sulle rispettive uscite. Normale. Viviamo senza accorgerci che tutte le nostre azioni possono costituire argomenti di indagine e ogni cosa un indizio. Il che risponde al problema che si pone Raskòl’nikov in “Delitto e castigo”: «Perché quasi tutti i delitti saltano fuori e si scoprono, e le tracce di quasi tutti i delinquenti si delineano così chiaramente?»
Inoltre, l’unico a poter giustificare la sua levataccia era Lorenzo, notoriamente devoto all’esercizio fisico. Ma neanche questo serviva da alibi. Anzi, accresceva i sospetti a suo carico, qualora vi fosse premeditazione. Approfittando della sua risaputa passione per la corsa, era andato fuori con il sole ancora basso e l’intento di uccidere.
Nella concitata rincorsa mnemomica che poi impegnò tutti nel ricordare il proprio orario di uscita dalla villa, sfuggì un dettaglio. Ci aveva comunque preceduto Zosia. Era stata lei a scendere per prima di casa. Uno qualunque di noi sei l’aveva poi seguita per ucciderla.
Lorenzo correva sulla battigia compatta quando aveva adocchiato lo stormo di gabbiani dai pigolii affamati. Picchiavano tutti verso un punto ai piedi della pineta, dove gli alberi mettevano radici sull’ultimo tratto di terreno, prima delle rocce e della spiaggia.
Il cadavere di Zosia l’aveva riconosciuto dai vestiti che portava. Quelli del giorno prima: un maglietta sbracciata e un pantaloncino di tela.
Si era fermato a non pochi metri dallo scempio. Con la mano in automatico al cellulare, sul quale avevo composto il 112.
Io ero arrivato dalla direzione opposta, camminando.
Lui mi aveva indicato il pasto degli uccelli con il mento e un pallore che gli schiariva l’abbronzatura di vacanze già consumate su altre coste.
- Non ti avvicinare. I gabbiani possono aggredire.
Raccomandazione superflua. Avevamo rivisto insieme “Gli Uccelli”, di Alfred Hitchcock.
Per liberare il corpo di Zosia da quei becchi affamati, dovemmo attendere i carabinieri sul loro corteo di due fuoristrada che segnarono la riva con il passaggio di gomme pesanti.
Sotto la ferrovia, si formava un ponte che dava l’accesso alla spiaggia dalla provinciale. Tre chilometri abbondanti fino al cadavere e a noi. Il primo a scendere fu il capitano. Ordinò a un graduato di sparare in aria per disperdere i gabbiani e i quattro colpi di automatica furono gli unici della vicenda, sebbene per compiere l’omicidio fosse bastata una mano nuda. Da individuare.
Il capitano Montichiari confermava la simmetria capovolta con cui lo stato disloca gli ufficiali dell’Arma: meridionali al nord e settentrionali al sud. Un bresciano già solenne e brizzolato a meno di quarant’anni non era esattamente in tema qui, sulle rive basse dell’Adriatico. Ma neppure in una barzelletta sui carabinieri.
Quando sentenziai che Zosia era stata uccisa, senza nemmeno avvicinarmi al cadavere, mi assorbì con un’occhiata. Ci incamminammo verso i resti della necrofagia e Montichiari prese il cellulare, scambiando impressioni con un “dottore” all’altro capo della linea.
- Di solito ci si aspetta una procuratrice trentacinquenne - lo stuzzicai.
- Sono tutte impegnate con la delinquenza organizzata. E il sostituto competente mi ha delegato. Dovrà accontentarsi di me.
Nonostante il lavorio dei gabbiani, l’ecchimosi sulla nuca di Zosia si notava alla perfezione.
- La causa di morte - esposi al capitano Montichiari. - Un fendente le ha spezzato il collo. Prima di cadere sulla spiaggia, per lei era già finita.
L’ufficiale mi dedicò soltanto la visione periferica dei suoi occhi: - Conosce il mestiere.
Non un complimento. Il principio di un’accusa.
Sperai di scagionarmi: - Faccio il consulente per la Farnesina. Per andare in posti sconsigliati, seguiamo corsi di pronto soccorso e traumatologia.
Montichiari si volse a Lorenzo: - Anche lei è del ministero?
- No. Ho una finanziaria.
Con gli altri, fummo acquisiti nel successivo fascicolo aperto dal capitano. Mi figuravo tutti, scremati dal corredo anagrafico e ordinati per cognome.
Cansiano Andrea: dirigente ASL.
De Carlo Bruna, coniugata Cansiano: pediatra.
Gentile Federico: informatore sanitario.
Javrosky Zosia, convivente del Gentile: disoccupata.
Losito Lorenzo: operatore finanziario.
Morrese Roberta, coniugata Losito: insegnante elementare.
Valenzano Sergio: ministero degli esteri.
Restammo a vegliare su Zosia, sfigurata dai gabbiani, fino all’arrivo del mezzo che doveva prelevare il corpo. In volo. Un elicottero anfibio della guardia costiera utilizzato per il soccorso in mare. Melodrammatica ed eccessivo, malgrado la mia preferenza degli apparecchi ad ala rotante come mezzi di trasporto. Posandosi sulla risacca, accrebbe la desolazione del litorale disertato dai bagnanti. Veniva il dubbio che non se ne fossero andati per la chiusura delle vacanze ma perché avevano presagito l’uccisione di Zosia.
(4. Continua.)

Pubblicato il 23/1/2009 alle 10.46 nella rubrica Racconti.

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