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ZOSIA, di Enzo Verrengia [5]



Riassunto. L’inchiesta sull’uccisione di Zosia è condotta dal capitano Montichiari. Il quale per prima cosa scopre che nessuna delle persone coinvolte ha un alibi per le prime ore del giorno in cui è avvenuto il delitto.

L’omicidio di Zosia, per il solenne e brizzolato capitano Montichiari, poteva essere avvenuto all’interno stesso della villa di Andrea e Bruna, tanto ci chiamava tutti a una probabile colpevolezza. L’ufficiale dell’Arma scartava la tesi del balordo o dell’accolita respinti. Dalla perizia necroscopica sulla salma non si denotavano moventi sessuali. A Montichiari premeva acclarare il nostro piccolo assortimento, a partire dalla proprietà immobiliare.
Ordinaria e niente affatto cospicua, la villa non apparteneva al Dottor Andrea Cansiano, dirigente dell’ASL e protagonista recente di una lotta alla malasanità con il licenziamento di una cerchia di medici accusati di avere provocato la morte dei loro pazienti. La proprietaria era sua moglie, la professoressa Bruna De Carlo, luminare di chirurgia pediatrica, era apparsa in televisione durante le guerre balcaniche, celebrata dall’ONU dopo una serie di interventi nell’Europa orientale. Non meno straordinari dei suoi trapianti effettuati in occidente.
Il ragionier Lorenzo Losito, con la sua finanziaria, aveva contribuito a innescare un megaprestito di banche locali alle aree più disagiate dell’Europa orientale, da dove l’ex Impero del Male si era ritirato per inadeguatezza. Lo coadiuvava la sua brillante coniuge, la maestra Roberta Morrese, che favoriva scambi pedagogici con gli istituti elementari di quei Paesi usciti da una terza guerra mondiale mai combattuta ad armi nucleari e perduta sul piano dello sviluppo.
Quanto a Federico Gentile, la sua qualifica di informatore scientifico suonava irreale fra tante celebrità. Compresa la mia che, pur essendo tutt’altro che visibile in termini di giornali e televisione, aveva l’autorevole supporto della Farnesina. Dal Ministero mi qualificavano “collaboratore”. Il capitano stampò la mail e me la sventolò da dietro la scrivania del suo ufficio al comando stazione.
- “Collaboratore” non significa “innocente di diritto” - sbraitò.
- No - gli concessi.
- Cominciamo da questa riunione fra amici nella villa dei Cansiano.
- Dei De Carlo, capitano  ribadii. - L’ha ereditata Bruna dai suoi, e lei e il marito non ci vanno quasi più, d’estate. Hanno acquistato qualcosa di più consono a Zermatt, con vista sul Cervino. La villa, qui, la sfruttano solo per queste rimpatriate.
- Appunto, parliamone - mi incoraggiò Montichiari. Non per ascoltare pettegolezzi, ma per acquisire agli atti la mia versione delle circostanze. Un altro modo di definire la delazione.
- Si ritrovano nei periodi meno frequentati. Che so, a febbraio, prima del caldo, o a fine estate.
- E lei?
- Io? Dopo il liceo, li avevo persi di vista per i miei incarichi poco sedentari. - Puntai l’indice sullo stampato della mail inviata dalla Farnesina. - Poi, cinque anni fa ho ripreso a incontrarli e mi toccano anche le rimpatriate alla villa.
Montichiari aprì la mano destra e la spinse verso di me: - Cinque anni? La stessa epoca del viaggio di Gentile in Polonia. Da dove è tornato con la morta.
- Piace anche a lei la matematica, capitano?
- Sì, quando trasforma le coincidenze in possibili moventi. Lei, cinque anni fa, ritrova il Gentile, già suo compagno di liceo, che ha divorziato e torna dalla Polonia con una donna giovane e attraente. Un incentivo a rinfocolare l’amicizia.
- Varrebbe anche per Andrea e Lorenzo. Il dottor Cansiano e il ragionier Losito. Anche loro hanno conosciuto Zosia cinque anni fa, ma si vedevano da prima con Federico, con il Gentile. Non avevano mai perduto i contatti, dopo il liceo.
- A proposito, perché, anche se ha fatto il liceo, Losito è ragioniere?
- Perché gli interessava lavorare subito nelle finanziarie e, anziché sopportarsi quattro anni di economia all’università, ha dato la maturità commerciale da privatista.
- Poteva risparmiarsi il liceo.
- No. Lì era più facile prepararsi un buon matrimonio. La Morrese. Roberta. Figlia di latifondisti che hanno investito una congrua parte di profitti agricoli nella finanziaria del Losito. Tutti recuperati con gli interessi.
Montichiari annuì. Quindi si sporse in avanti: - Tutto questo, però, va molto indietro nel tempo.
Sì. Anche quello che avevo omesso. Lo scotto di essere scartato da Bruna in favore di Andrea.
- Avviciniamoci all’epoca dell’omicidio. Il giorno prima, alla villa.
Non un giorno intero. La metà. Eravamo arrivati per l’ora di pranzo, rimandandolo soltanto di quei pochi minuti frivoli da dedicare all’aperitivo, subito inquinati dai risentimenti verso Zosia.
Risentimenti culminati nella lite del pomeriggio, che riferita a un capitano dei carabinieri, sfociava nella delazione.
- Sa, qui noi dopo pranzo abbiamo l’abitudine della controra - iniziai.
Un altro assenso muto di Montichiari.
- Federico, il Gentile, non l’ha sciupata per la pennichella. Lui diceva che Zosia era una bomba a tempo e voleva consumare la miccia prima dell’esplosione.
- Chiarisca.
- Era molto più giovane di lui e poteva succedere che lei si stancasse. Oppure che per il Gentile arrivasse l’età delle ridotte prestazioni.
L’assolo di Federico aveva praticamente invaso tutte le orecchie di casa. Soprattutto quelle di Roberta, che a cena, dopo la mia conversazione a due con Bruna, era andata sull’esplicito nelle recriminazioni su Zosia.
- Sai che cosa mi dà fastidio di voi che venite qui a disastrare le famiglie? - le aveva urlato. - La spudoratezza. Vi fa piacere che si “senta” come siete brave.
- Se qualcuno si sentiva, era Federico - la corresse Andrea, a testa bassa.
- Ma che, siamo bambini? - si schermì Federico, compiaciuto.
- Bambini? - gridò Roberta. - Io vado all’est per educare una nuova generazione di bambini, o meglio bambine, che devono crescere con il rispetto della propria persona. Non siamo tutti corpi da vendere, hai capito, Zosia?
- Tu e tu vende lo stesso, con matrimonio - aveva replicato la polacca, con quella sua magistrale abilità di superare il volume altrui a sussurri.
Bruna si era lasciata assalire dal demone del rancore, pronunciando per la prima volta un epiteto inequivocabilmente osceno all’indirizzo di Zosia.
Roberta aveva travalicato. Non tutti i segni sul cadavere erano dei gabbiani. Alcuni derivavano dai graffi inferti a Zosia da Roberta prima che la bloccassimo.
(5. Continua.)

Pubblicato il 24/1/2009 alle 9.39 nella rubrica Racconti.

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