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niente di personale



Ignazio Marino e il testamento biologico
Ignazio Marino ha detto chiaramente che se dovesse passare la legge sul testamento biologico proposta dalle destre dovremmo indire un referendum con l’intento di abrogare questa legge. Un ragionamento lineare sia da un punto di vista della sostanza, lo dico perché sono d’accordo con le tesi che sostiene Marino, sia da un punto di vista prettamente politico. La destra ha fatto una forzatura a tramutare in un disegno di legge il decreto legge non firmato dal presidente Napolitano e perciò Marino, avverte che ulteriori forzature saranno rigettate al mittente. E cosa succede nel Pd, il partito di Marino? A fronte di una sparuta schiera di deputati che si sono schierati a favore dell’ipotesi Marino, i “cosiddetti” big, Franco Marini e Livia Turco hanno bacchettato il professore. Veltroni, D’Alema, Bersani tacciono. Rutelli si è già espresso in parlamento votando a favore della proposta di legge.
Di tutto di più. Mi chiedo come può un partito che ha l’ambizione di andare da solo alle elezioni politiche per battere la destra e porsi quindi come alternativa politica e culturale al pensiero che attraversa Berlusconi e soci a non avere un’idea condivisa al proprio interno su tematiche così importanti e attuali. Non si tratta di avere un pensiero unico su nulla ma di tracciare una rotta per una comunità che potrebbe riconoscersi in un progetto politico. E certo non è un bel biglietto da visita girare l’Italia e dire che sul testamento biologico siamo, il pd intendo, con Marino ma anche con Rutelli.

Il professor Romano Prodi
Mentre in Italia tornano in auge Mastella e Lamberto Dini, Gasparri fa il capogruppo al Senato del più grande partito italiano, Schifani il presidente del Senato, Francesco Rutelli vota con la Pdl la legge sul testamento biologico, Veltroni e D’Alema continuano a giocare a sceriffi e indiani o a guardie e ladri se preferite, e il centro sinistra continua a sciogliersi come neve al sole, la Brown University, una delle più importanti università statunitensi nomina Romano Prodi, il professor Romano Prodi, professor at large. Un incarico per i prossimi cinque anni per insegnare all’Institute of International Relations.
“Romano Prodi is one of the world’s most respected political leaders,” said Brown University Provost David Kertzer.  “His perspectives on recent European and global developments will greatly enrich the intellectual life of our students and faculty. Prime Minister Prodi is eager to return to a university setting and is looking forward to interacting with students and faculty at Brown.”
Romano Prodi è uno dei leader politici più rispettati al mondo, così si esprimono sul “professore” oltre oceano. Qualche tempo fa, all’indomani della caduta del governo Prodi, quando tutti davano addosso al professore, scrissi che bisognava ringraziare questo professore democristiano che aveva provato a lavorare su un progetto politico nuovo per l’Italia: l’Ulivo. Lo aveva fatto prima solo sulla forma, la coalizione elettorale, poi ci stava provando sul piano politico. Mentre sul primo ha avuto ragione in due occasioni, quando ha vinto la doppia sfida con Berlusconi, nel secondo caso ha perso in entrambe le occasioni. Il pollice verso fu nel primo caso di Fausto Bertinotti e nel secondo caso di Clemente Mastella. Ma nel frattempo tutti gli altri esponenti del centro sinistra giravano lo sguardo dall’altra parte, sperando, ognuno, che fosse arrivato il proprio turno. E infatti arrivò il turno prima di Rutelli e poi di Veltroni. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Oggi, mentre nell’agone politico del centro sinistra i soliti galli continuano a beccarsi, il professore gira il mondo a dispensare consigli e formare nuove leve di dirigenti.
In quanti potranno fare questo quando la loro carriera politica sarà terminata?
Provo ad azzardare una risposta: nessuno.

Dopo l’Abruzzo, la Sardegna
Il centro destra e il modello Berlusconi sembra non conoscere più ostacoli. Veleggia con gran sicurezza verso il mar di Sardegna e s’impone con un larghissimo margine su Renato Soru. Del resto basta guardarsi intorno e ascoltare ciò che le persone dicono e come si comporta per capire che l’Italia è cambiata. Ha subito un profondo cambiamento nel corso degli ultimi quindici anni. Prima quasi impercettibile, oggi evidente. Prevale e ha cittadinanza in ogni dove il non saper far nulla e si propongono modelli che esaltano questa proposizione. Tutti si sentono legittimati a parlare su tutto, si attraversa tutto lo scibile umano e non conta più il sapere e il documentare il proprio sapere, conta solo l’apparire. Apparire e basta. Possibilmente senza parlare. Solo farsi vedere. Vale a Palermo coma a Bari, a Roma come a Milano, a Cagliari come a Venezia. I media, giornali, televisione, oggi anche internet, fanno da cassa di risonanza quando non sono in prima persona i propositori di questi nuovi, vecchi,  modelli di vita.
Non sembra esserci nessuno che si pone in alternativa a questo modo di essere. O meglio nessuno riesce a bucare lo schermo mediatico per rendere palese che non siamo tutti uguali. E mentre nel cortile del centro sinistra si continua menare il can per l’aia dall’arena del centro destra si governa quasi tutto il paese.
L’Abruzzo e la Sardegna partivano da situazioni differenti. In Abruzzo è stato arrestato il presidente della Giunta, Ottaviano Del Turco, i suoi più stretti collaboratori oltre a qualche assessore, e perciò la partita, forse anche giustamente, sembrava persa in partenza. Un’alternanza che non fai mai male alla democrazia dettata da un avvenimento traumatico come può essere l’arresto del presidente della Giunta. In Sardegna la situazione era diametralmente opposta. Renato Soru si dimette perché dal suo partito, il pd, non c’è condivisione su un progetto strategico per lo sviluppo dell’Isola: la legge urbanistica. Quindi si va al voto con Soru che ricompatta tutta la coalizione di centro sinistra e il segretario del pd, Veltroni, in prima fila per segnare il nuovo corso.
I risultati di entrambe le competizioni ci dicono che in entrambi i casi il centro destra vince, e vince con ampio margine.
Il pd in primo luogo e tutto il centro sinistra devono capire perché succede tutto questo e per farlo c’è una sola strada: indire i congressi di tutti i partiti di quella coalizione e uscire con un nuovo progetto e una nuova classe dirigente.
Se non ora, quando?

Pubblicato il 17/2/2009 alle 12.34 nella rubrica Niente di personale.

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