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City Room_l’approccio [3]

Usciamo alle otto meno un quarto. L’aria è tersa e fredda. Nei giorni precedenti c’è stata una bufera di neve che ha travolto tutta la costa, New York inclusa. Sono passate poco più di quarantotto ore da quella nevicata e le strade sono pulite e tutto sembra funzionare alla perfezione. Tracce testimoniano che ciò è realmente accaduto.



Per strada a quest’ora ci sono poche macchine, molti taxi e grandi camion. I grandi camion americani, pezzi pregiati che hanno arricchito la collezione di modellini che quasi tutti abbiamo avuto da bambini.



A casa di Maryann non abbiamo preso nulla, neanche un caffè. Vogliamo arrivare affamati alla prima colazione americana. Vogliamo farla proprio come gli americani, giornale in una mano e con l’altra spalmare burro, marmellata piuttosto che esagerare con la senape e il ketckup a guarnire il già abbastanza guarnito piatto che ci viene servito. Dopo aver prelevato un po’ di dollari al primo bancomat che abbiamo incontrato per strada, a New York non esiste il pericolo di restare senza soldi perché non trovi un bancomat. Li hanno sistemati dappertutto. Puoi trovarli dal tabaccaio, all’interno dei negozi di generi alimentari, nei negozi di giocattoli. Proprio dappertutto e le commissioni sono molto basse anche se prelevi con la carta di credito.
Scegliamo un metro diner che si trova proprio dietro l’angolo di casa nostra. Uova strapazzate, patate, succo d’arancia piccolo in dotazione più un succo large che chiediamo a parte. Per finire caffè. Appena ci siamo seduti ci hanno servito acqua con ghiaccio. Adesso stiamo decisamente meglio e siamo pronti ad affrontare la città che non dorme mai.



Questa mattina ci separeremo. Io andrò a visitare l’Empire State Building e il panorama che si può ammirare dalla sua cima mentre Lucia e Roberto andranno al The Volta show, una fiera internazionale d’arte, che si trova proprio di fronte all’ingresso dell’Empire.
Lucia è il direttore responsabile di una rivista d’arte, Segno, e Roberto ha una casa editrice che pubblica libri d’arte e di architettura e lavora anche per Segno. Loro sono venuti a New York perché in questi giorni si svolge una delle più importanti fiere d’arte del mondo, The Armory show.
Anch’io ho collaborato con Segno, in gioventù, scrivevo di architettura e ho imparato tante belle cose in quel lungo apprendistato. Anche per questo sono molto legato a Lucia e a Roberto. Oltre ovviamente a Umberto, il marito di Lucia, che è rimasto a Pescara perché non prende l’aereo e arrivare a New York in nave è possibile ma abbastanza complicato e soprattutto occorre tanto tempo.
Ci accordiamo per incontrarci, io e Roberto alle 13.00 al Madison Square Garden, mentre Lucia farà shopping al Macy’s. Un grande magazzino nel senso più pieno del termine, occupa infatti un’intero isolato di Manhattan.



L’Empire state building oltre a essere uno degli edifici più famosi e alti di New York è nell’immaginario collettivo l’edificio di King Kong che in un film del 1933, che s’intitolava proprio King Kong, diretto da Merian C.Cooper e Ernst B. Schoedsack, scala l’intero edificio per morire poi sotto colpi di mitra sparati da biplani a motore. Un film che ha visto parecchi remake e che è considerato tra i primi quaranta film americani di tutti i tempi.
Salire sull’Empire ha in se quindi qualcosa di epico e di affascinante. Non si sale solo per guardare Manhattan dal cielo. Salendo su quell’edificio ripercorri una storia che hai già vissuto. Così anche quando ti affacci per la prima volta dall’86 piano dell’edificio e guardi oltre il parapetto. Ciò che si presenta ai tuoi occhi, anche se è la prima volta che sali fin lassù proprio come fece King Kong prima di te nel 1933, lo hai già visto. Lo hai già visto perché quelle immagini, quell’America la vediamo tutti i giorni. Nei film, nei telefilm, nei telegiornali, sui giornali. Fa parte di noi, della nostra vita. E nonostante tutto ti emozioni. Ti manca il fiato perché tocchi con mano la grandezza dell’uomo e la sua capacità di saper sempre superare il limite. I grattacieli sono anche una sfida per superare il limite. E allora puoi lasciarti andare e guardare dall’alto dei tuoi 86 piani tutta l’isola di Manhattan. E non scenderesti più da quel posto. Le macchine giù in fondo e gli uomini sono lontanissimi mentre tu sei in cielo, lo sfiori, quasi.
Non resisto alla tentazione di salire più in alto. Volendo, con un supplemento di 15 dollari, puoi arrivare fino al piano 102. Pago e prendo il secondo ascensore che mi porterà tra le nuvole. E mentre aspetto l’ascensore, chissà da dove, emerge un ricordo legato all’America.
Quando avevo quattordici anni mi regalarono un maglione. Era tutto bianco con al centro un’aquila e la bandiera americana. A circoscrivere l’aquila e la bandiera, nella parte superiore c’era scritto in blu: I dream USA. Mettevo questo maglione ogni qualvolta dovevo incontrare una persona importante, a me cara. Così come lo mettevo per le interrogazioni a scuola. E ovviamente quando c’erano delle feste. Era diventato una specie di portafortuna fino a quando mia zia Rita, la sorella di mia madre, non ebbe la malsana idea di lavarlo in lavatrice. Ne uscì un quadro di arte contemporanea. Anche bello a pensarci adesso che la rabbia è quasi sbollita. Ma, ovviamente, non era più lo stesso. Non trasmetteva più nessuna aspettativa, nessun sogno. Era un guazzabuglio di colori e basta. E mentre penso al bel maglione bianco, che quando lo mettevo, soprattutto di sera, mi aiutava anche negli approcci con le ragazze, l’ascensore arriva al piano 102. Qui non ci si può affacciare e guardare giù perché c’è un vetro che non ti permette di farlo. In fondo è una delusione perché gli edifici si vedono, più o meno, nella stessa dimensione di prima, e hai la sensazione di essere al cinema. Ve lo sconsiglio. Se volete vedere New York dall’Empire fermatevi al piano 82, e con quei 15 dollari risparmiati ci potete fare la colazione il giorno successivo o comprarvi quattro magneti per il vostro frigorifero o una maglietta con King Kong che scala l’Empire.



Tra ricordi, foto e l’acquisto degli ormai noti magneti per il frigorifero, si è fatto tardissimo e mi devo affrettare se non voglio arrivare in ritardo all’appuntamento con Roberto. Ovviamente ho comprato il magnete con King Kong abbracciato l’Empire. So già dove piazzarlo, tra l’autobus rosso a due piani di Londra e il Partenone.
Arrivo puntuale al Madison Square Garden. Roberto è già lì e scatta foto anche se ormai è il sesto anno consecutivo che viene a New York. Decidiamo di mangiare qualcosa. Andiamo in un deli proprio di fronte a noi. Un pranzo frugale, molto frugale, e via al Madison. Qui la visita è molto veloce. Guardiamo le foto che celebrano la grandezza e i fasti dell’edificio e scopro che qui si è fatto e si continua a fare di tutto. Basket, pugilato, tennis, wrestling, concerti, avvenimenti politici. Tutto quello che vi viene in mente al Madison sicuramente ci sarà.



Nel pomeriggio facciamo una prima visita all’Armory show e per andarci prendiamo un taxi.
The Armory show è una fiera d’arte relativamente giovane ma che ha già soppiantato tutte le fiere esistenti. Gli resiste solo la fiera di Basilea, forse. Per questo motivo in questi giorni a New York si concentra il meglio dell’arte contemporanea di tutto il mondo. Ed è ovviamente tutto un fiorire d’iniziative. Accanto all’evento principale si svolgono contemporaneamente moltissime altre piccole fiere, come appunto Volta, dove sono stati questa mattina Lucia e Roberto. E a corollario delle fiere, eventi mondani legati al mondo della’arte e nella notte tante feste.



La fiera mi è piaciuta. Non ho visitato tutto perché ci torneremo con Maryann e quella sarà l’occasione per avere un incontro ravvicinato con l’arte contemporanea.
Alle 18.30 siamo alla sede dell’Istituto italiano di Cultura a New York. Ci spostiamo ancora in taxi perché i tempi sono molto stretti e perché qui, a differenza dell’Italia, non sono cari. 686 Park Aveneu. S’inaugurano due mostre e si presenta l’edizione speciale di una Moleskine stampata ad hoc per questo evento. (Uso da sempre le moleskine, anche adesso ne ho una in mano dove sto scrivendo questi appunti, ma non compro questa edizione speciale, non m’interessa. C’è poco spazio per scrivere e io le moleskine le uso per scrivere. Compro quelle con le righe e la fascetta color arancio).
Si sta bene qui. Dopo il saluto di rito del padrone di casa c’è il buffet. Vino rosso e bianco, acqua e grissini. Non è un granché ma questo passa il convento. C’è una bella atmosfera. Giornalisti, artisti, galleristi. Molti giovani. Tutti informali e nello stesso tempo eleganti.
È sera è sono molto stanco. Ho dormito poco e siamo usciti presto questa mattina.
Ma sono a New York, posso permettermi di essere stanco?
Quando finisce il party organizzato dall’Istituto italiano di cultura decidiamo di andare in giro senza una meta predefinita. Prendiamo la metropolitana e io approfitto per dormire un po’. Scendiamo e ci ritroviamo in St. Mark place un posto pieno di locali e di gioventù. Dopo un paio di giri a vuoto, optiamo per un pub irlandese. Non abbiamo fame, vogliamo solo bere.
È tardi quando usciamo dal pub e io ormai crollo per il sonno. Ho retto fin quando sono stato nel locale ma da quando siamo usciti non riesco a tenere gli occhi aperti. Dormirò di nuovo nella metropolitana e sarò immortalato da Roberto e taggato immediatamente su facebook.

Pubblicato il 15/3/2009 alle 12.26 nella rubrica City Room.

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