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Il colore delle lucciole

Mi hanno chiesto dei racconti da pubblicare, nei mesi di luglio e agosto, su un quotidiano. Ho rispolverato racconti che avevo scritto un po' di anni fa. Questo è il primo.




Era seduta tra molte sedie vuote e il suo corpo, costretto in un abito minuto, sprigionava un’idea felice della vita. Io ero lì per un servizio giornalistico. Ascoltavo e cercavo di fissare i passaggi cruciali degli interventi per scrivere il mio pezzo. Inizialmente non l’avevo notata. Scrivevo e contemporaneamente ascoltavo. Fu dopo un po’ che il suo fissarmi, una sorta di attrazione magne¬tica, mi catturò.
Era seduta due o tre file più avanti, tutta spostata verso si¬nistra, dove la fila delle sedie si interrompe per far posto al grande salice che campeggia, solitario, nell’anfiteatro. Restai inizialmente un po’ stupito dalla sfrontatezza e dal¬l’autorità con cui mi guardava. Non riuscivo a fissarla negli occhi. Mi imbarazzava la sua fermezza, forse la sua bel¬lezza.
Mi ricordai che ero venuto per lavorare e cercai di concen¬trarmi su ciò che stava succedendo sul palco delle premia¬zioni. Ci provai e fu un fallimento. Non riuscivo più a to¬gliermi dalla mente la sua figura.
Cominciai a sognare e a scrivere.
«…Si alzò e si incamminò verso di me, fissandomi sempre negli occhi. Non ebbe tentennamenti. Mi arrivò accanto, spostò la ‘cartelletta’ che era sulla sedia al mio fianco, la posò in terra, si sedette.
Non parlò, non parlai.
Sentivo forte la sua presenza. I nostri corpi si attraevano e feci una gran fatica per mantenere la calma.
Accavallò le gambe e si sedette piegando leggermente le spalle verso sinistra dalla parte opposta alla mia. Potevo, da questa nuova posizione che aveva assunto, scorgere con molta nettezza il profilo del suo viso che avevo visto fino ad al¬lora sempre nella sua interezza. Svelava una ruga ab¬bastanza profonda; le disegnava un profilo della bocca che prima non avevo colto. Continuai a guardare quella ruga quasi m’aspettassi di scoprire chissà quali segreti o confi¬denze.
Volevo parlarle, ma non ci riuscivo. Pensavo continua¬mente a come rompere il ghiaccio ma mi ritrovavo sempre nella stessa condizione: la bocca impastata e la lingua che sembrava assopita. E allora cominciavo di nuovo a pensare a cosa dire; ma più mi sembrava di aver trovato la chiave di volta più arrossivo.
Provai molto imbarazzo e il pensiero che non aspettasse al¬tro che una mia parola mi metteva sempre più in una condi¬zione di inferiorità.
Un soffio di vento le sollevò il lembo del vestito lasciando trasparire la rotondità del ginocchio e portando con sé un leggero profumo di limone. Quest’odore, fresco, estivo, mi liberò da quella morsa in cui ero caduto e sembrò stemperare la mia ansia.
Mise la mano sulla mia e i nostri occhi si incrociarono. Restammo così per pochi attimi. Poi lei si alzò e tornò a se¬dersi dov’era prima, due o tre file più avanti tutta spostata verso sinistra…»
Un lungo applauso mi scosse dai miei sogni e mi riportò alla realtà. Mi voltai d’istinto, verso sinistra, verso il grande salice. File di sedie vuote.
Ripresi a scrivere. Le pa¬role ora scorrevano di nuovo veloci sui fogli. Mi voltai di nuovo. File di sedie vuote. Mi rasserenai.
Ormai il mio pezzo era quasi pronto, mancavano solo al¬cuni dettagli che avrei aggiunto il giorno successivo in re¬dazione. Ripiegai i fogli e nell’allungare la mano per pren¬dere la mia cartelletta mi accorsi che non era più sulla sedia. Era a terra, addossata alla fila che mi stava dinanzi. Con un gesto meccanico mi piegai per riporvi i fogli al suo interno, e allungandomi scorsi di nuovo la sua sagoma.
Un grande ventaglio nero con decori gialli e rossi e sfuma¬ture di viola le copriva parzialmente il viso. Continuava a guardarmi con la stessa intensità di prima. Ogni tanto si voltava verso il palco e nel farlo lasciava che io intrave¬dessi, da lontano, la sagoma prorompente dei seni, che nel muoversi restavano a mezz’aria, come sospesi, tra il vestito e il suo corpo.
Un altro applauso, più lungo di quello precedente, segnalò che la manifestazione era finita. Ci fu un gran trambusto. Signore ingioiellate che pressavano per essere fotografate accanto al divo dell’ultimo musical televisivo, uomini che parlottavano tra di loro mostrando una finta indifferenza per ciò che stava accadendo, bambini che correndo rovesciavano le sedie delle ultime file rimaste vuote dopo le premiazioni. Tutto questo durò diversi minuti. Minuti per me intermina¬bili.
Lei rimase immobile con il ventaglio tra le mani. Continuava a guardarmi, sola, vicino al salice, in quella fila interminabile di sedie vuote. Mi alzai, d’istinto, e m’in¬camminai verso di lei. Il cuore mi batteva forte. Le gambe mi tremavano e cominciai a sudare.
Inciampai una, due, tre volte.
«Mi chiamo Andrea e sono un giornalista» le dissi.
«Priscilla» mi rispose fissandomi negli occhi.
Mi sedetti vicino a lei dando le spalle al grande salice. Cominciammo a guardarci e nessuno dei due proferì parola. Mi persi nel suo sguardo.
«Forse è il caso di andare, stanno per chiudere» mi disse dopo un po’.
«Certo» le risposi con un filo di voce.
Mi alzai, spostai un paio di sedie per farla uscire con più fa¬cilità. Dopo l’uscita, oltre il cancello che delimitava lo spazio dell’anfiteatro, c’era il mare. Andammo da quella parte e cominciammo a camminare, senza scarpe, a piedi nudi, sulla battigia.
Sentivo il cuore battere forte nella gola mentre guardavo le auto sfrecciare sul lungomare. Priscilla non parlava. L’umidità della sera aveva or¬mai completamente bagnato i miei vestiti e cominciavo ad avvertire una stanchezza che pareva bloccasse anche i miei pensieri. Priscilla invece non mostrava il minimo fastidio. Il suo andare, al contrario del mio, era sempre più lieve. Arrivammo ai grandi alberghi, là dove la strada piega e la riviera si sdoppia. Continuammo a camminare sulla battigia e prendemmo la direzione nord che ci portava sempre più fuori città. Non una parola tra noi, eppure avevo, forte, la sensa¬zione di averci parlato a lungo. Mi sembrava di conoscerla bene dopo quella lunga passeggiata. Avevo acquistato familiarità con la sua muta presenza. Mi bastava incrociare il suo sguardo e strin¬gerle la mano.
Arrivati al punto in cui il fiume si ingrossa e si getta nel mare ci fermammo. Non sapevo bene che ora fosse; era si¬curamente molto tardi, mezzanotte, forse l’una. Ci se¬demmo sulla carena di una barca rovesciata. Cominciava a far freddo e le appoggiai la mia giacca sulle spalle. Con un movimento molto lento della mano la sfilò e la ripose sulle mie gambe. Restai stupito per la pacatezza del suo gesto e per l’indifferenza al freddo che mostrava. Dopo un po’ si alzò e si diresse verso la barca che era di fronte alla nostra. Cominciò a girarle intorno fin quando non riuscì a trovare un pezzo di legno con la punta ricurva. Notai che lo guardava e lo ispezionava con una cura maniacale; tolse delle appendici più piccole e ritornò verso di me. Si sistemò proprio di fronte, a gambe incrociate, e cominciò a disegnare esoteriche forme sulla sabbia. Disegnava cerchi concentrici che a in¬tervalli regolari si interrompevano per far posto ad altri centri concentrici. Non capivo bene quei disegni anche perché la luce dei lampioni che arrivava dalla strada era rada e mi impe¬diva di vedere fino in fondo. Provai ad avvicinarmi, ma lei mi fece cenno di stare seduto. Cambiò posizione e cominciò di nuovo a disegnare. La trama era sempre la stessa, cerchi concentrici che si interrompevano per far posto ad altri cer¬chi concentrici. Pur vedendoli meglio non riuscivo a capire il senso di quei disegni. Mi alzai e questa volta non mi fermò. Cominciai a girare attorno ai due disegni.
«Forse potresti spiegarmi cosa significano» le chiesi men¬tre continuavo a girare con la testa china cercando di capire da solo il loro mistero.
Non ebbi risposta. Mi fermai e mi accorsi che ero rimasto solo.
Priscilla era splendidamente nuda con i piedi immersi nel¬l’acqua e il vestito che galleggiava poco distante da lei. Provai ad avvicinarmi ma una forte luce, intensa e molto chiara, mi impedì di andare oltre. Mi coprii gli occhi con le mani esercitando una pressione così forte da provare dolore. Non avevo paura ma provavo un senso di forte smarrimento. Ci fu un gran boato seguito da un gran silenzio. Mi nascosi il viso con la giacca e mi accovacciai. Dopo un po’ rialzai la testa e mi accorsi che Priscilla che non era più lì.
Cominciai a cercarla, ma non la trovai; sembrava essersi volatilizzata. Dopo un po’ vidi il suo vestito che continua a galleggiare sulla riva. Restai attonito. Passai quasi tutta la notte su quel pezzo di spiaggia ma null’altro accadde.
Ritornai sulla strada e mi accorsi che nonostante l’ora tarda era ancora molto trafficata. Un via vai impressionante di macchine, batteva su e giù la nazionale in cerca di facili amori a buon mercato: il mercato delle lucciole. La con¬fusione mi rincuorava perché avevo bisogno di compagnia e quelle anime che vagavano nella notte mi davano sollievo.
Mentre camminavo, con passo sempre più veloce, per ¬tornare a casa i fari di una macchina illuminarono una delle ragazze. Aveva un vestito molto stretto e minuto e un grande ventaglio nero con decori gialli e rossi e sfuma¬ture di viola.
Mi fermai e cercai di farmi largo tra le macchine in coda che aspettavano tran¬quille il loro turno. Mi avvicinai tanto da poterla toccare.
«Priscilla come sei arrivata fin qui?» le chiesi con voce in¬credula.
«Gira al largo, devo lavorare» mi rispose con un’aria scoc¬ciata e stanca.
«Sono Andrea» le dissi assumendo un tono di voce più convinto.
«Và via, lasciami stare!» mi rispose più scocciata di prima.
Le auto che erano state buone fino a quel momento comin¬ciarono a strombazzare e capii che ero di troppo. Attraversai la strada e tornai sul lato del mare. Camminai di nuovo spedito fino a quando i fari di un’altra macchina illuminarono una ragazza che era un po’ più avanti, poi un’altra e poi un’altra ancora. Erano tutte uguali. Avevano tutte lo stesso vestito e un grande venta¬glio nero con ricorsi gialli e rossi e sfumature di viola.

Pubblicato il 1/7/2009 alle 16.12 nella rubrica Racconti.

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