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Edward Hopper. Il realismo come possibile racconto del mondo



«Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo», è una dichiarazione di Edward Hopper (1882-1967) che si legge all’inizio del percorso espositivo, prima vera mostra antologica che si tiene in Italia su uno dei più grandi e popolari artisti americani del ventesimo secolo. Milano e Roma le città che ospitano questo grande evento culturale. La mostra che approda in Italia, curata da Carter E. Foster, è un viaggio nell’avventura artistica di Edward Hopper. Un percorso di conoscenza, organizzato in sette sezioni e con 160 opere, che attraversa tutta la sua produzione e tutte le tecniche di rappresentazione. C’è l’Hopper incisore, l’Hopper acquerellista e l’Hopper più noto a tutti che dipinge a olio su tela. Un percorso per comprendere il certosino lavoro di preparazione che c’è dietro ogni suo lavoro. I quadri di Hopper sono, almeno nelle intenzioni dell’artista, opere compiute dove nulla è lasciato al caso.  E quando giungiamo di fronte a Morning Sun, la rappresentazione plastica di questo processo è sotto i nostri occhi. Di quest’opera, del 1952, possiamo ammirare il quadro, gli schizzi a penna sul quaderno, i disegni di studio con la Conté crayon, la sua matita preferita, e infine l’installazione del video artista austriaco Gustav Deutsch che propone un’opera interattiva ricostruendo la scenografia dello stesso quadro. Sul lato opposto della parete c’è una teca che contiene un quaderno, e poco più a destra un monitor multimediale che permette di sfogliarne le pagine. Il quaderno è uno di quelli per fare i conti, una sorta di diario di cassa, quelli con la copertina rigida per intendersi. Ogni pagina è disegnata. Disegni a penna e appunti. Quello che risulta subito evidente è l’attenzione maniacale per la luce, anche se si tratta solo di piccoli disegni. Qui si legge il tentativo di Hopper di fissarla sulla carta, catturarla e fermarla per sempre su quella parete, su quel porticato, o sul viso della moglie Jo che, dal 1924 data del loro matrimonio, diviene la sua unica modella. Lì di fronte a te, in quel preciso istante, c’è Edward Hopper, il raccontatore di storie. Di storie americane di tutti i giorni. Lontano dagli stereotipi che riescono a percepire una sola America che si sviluppa in altezza, frenetica. Hopper non è interessato alle mode, o alla trasformazione veloce della città che soprattutto all’inizio del 1900 è travolgente; al contrario la sua attenzione è catturata dai luoghi dove si è già depositata la polvere del tempo. Sono gli edifici vittoriani a stimolarlo piuttosto che i nuovi grattacieli di New York. Sono le sequenze anonime di edifici privi di valore architettonico a far scattare in lui la molla decisiva del narrare. Hopper li rende universali. Come non riconoscere infatti, in quegli edifici industriali con i serbatoi dell’acqua in cima a tutto e in quella periferia dell’impero, ciò che negli stessi anni ritrae l’italiano Mario Sironi? Immagini che rappresentano e restituiscono una solitudine fino a quel momento sconosciuta e perciò inespressa: la solitudine della nuova metropoli. Ecco dunque svelato l’arcano dell’affermazione di Hopper che leggiamo all’inizio del percorso. L’artista non riesce a trovare le parole per esprimere lo spleen della condizione contemporanea dell’abitare e del vivere. Quel senso di estraniazione che si prova di fronte al processo di meccanizzazione che sempre più attraversa la vita di tutti, e che di fronte a dimensioni non più controllabili ti fa pensare alla fuga come unica possibile via di salvezza. Come Charlie Chaplin in Tempi moderni anche Hopper s’interroga, con occhi altri, su ciò che i cambiamenti producono nelle persone, nel loro cuore innanzitutto.
«Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa» è la seconda affermazione di Edward Hopper che incontriamo proseguendo la visita. La luce attraversa la tela di Hopper e attraversandola cambia la percezione e la concezione stessa dello spazio e del tempo. I protagonisti dei suoi quadri sono sospesi in un presente eterno. Non hanno un prima e un dopo; vivono eternamente quell’attimo che Hopper sa cogliere. La sua pittura è anche per questo finzione. Più assomiglia alla realtà e più è finzione. L’uso della prospettiva in particolare gli serve per inventare questa finzione e creare storie. In realtà è la prospettiva che falsa lo sguardo sulla realtà, ma proprio qui risiede la creazione. E proprio qui, in questo paradosso, che prende corpo l’opera d’arte.

La sua pittura è per questo motivo anche cinema: per la capacità di saper “vedere” ciò che non c’è. Di saper immaginare una sequenza e poi quella successiva. Questa sovrapposizione dei piani, grazie all’uso improprio della prospettiva, rende l’opera di Hopper “navigabile”. E come se l’artista lasciasse spazio allo spettatore, ad ognuno di noi, per intervenire. Per interpretare ovviamente, ma anche per occupare quegli spazi lasciati vuoti, quegli scorci. I suoi quadri sono ricordi e forse, anche per questo, sono spesso solo porzioni di spazio; scorci appunto. Sulle sue tele ci sono persone, non la gente. Presenze immobili, che danno la sensazione di voler essere altrove. L’inquietitudine è la vera cifra stilista di Hopper, che riesce a trasferire questo concetto dalle persone alle cose e viceversa. Anche i muri, nelle sue tele, sembrano essere inquieti. Hopper materializza questa condizione e la trasporta su tela. Guardare un suo quadro t’innamora. Case, oggetti, persone, divengono una lente d’ingrandimento sulla condizione della modernità. In questo senso forma e contenuto in Hopper, spesso, si equivalgono. Entrambe hanno la capacità d’imporsi e di restare impresse nella mente di chi guarda.

Hopper ha saputo sovvertire il concetto di luogo comune. Come è stato scritto da più di un critico, è stato ammirato «per le strade che apre all’immaginario», ha saputo trovare la bellezza nel quotidiano, qualche altro ha scritto, e nella banalità.

«Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo.» Rileggendo questa frase alla fine del percorso e dopo aver visto le opere esposte ci si può rallegrare che Hopper non sia stato anche un grande scrittore. E ripensando a «Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa» si può affermare che la bellezza dei quadri di Hopper risiede in quella luce del sole racchiusa e custodita, per sempre, nelle sue tele.

Il suo è un realismo che trascende il significato stesso del termine per divenire il racconto di un mondo, il mondo che Hopper ha abitato e che è possibile ri-conoscere in altri mondi.

L’antologica Edward Hopper a Milano, ripercorrendo la sua storia artistica, si pone anche come la storia di molti.
Succede sempre così ai più grandi: raccontando di sé raccontano di noi.


P.S.: una notazione a margine merita il catalogo, edito da Skira, curato, come la mostra, da Carter E. Foster, che aiuta a capire le opere esposte e soprattutto, cosa sempre da sottolineare, è scritto bene. Da “esibire” assolutamente nella propria libreria.


Edward Hopper

14 ottobre 2009 – 31 gennaio 2010

Palazzo Reale – Milano, piazza del Duomo 12

www.edwardhopper.it


a cura
Carter E. Foster

progetto espositivo e direzione lavori
Cesare Mari, Paolo Capponcelli, PANSTUDIO Architetti associati


Orari

Tutti i giorni 9.30-19.30

Lunedì 14.30-19.30

Giovedì 9.30-22.30


Per informazioni e prevendita biglietti tel. +39 199 202202

www.vivaticket.it


 

Pubblicato il 27/10/2009 alle 9.6 nella rubrica Le grandi mostre.

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