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Dai diamanti non nasce niente.



La vita, la musica e le passioni di Faber a Roma.

Fabrizio de Andrè. La mostra sbarca a Roma. Dopo Genova e Nuoro, la capitale d’Italia apre le porte del rinnovato e prestigioso Museo dell’Ara Pacis a Fabrizio De Andrè con una grande mostra multimediale. Sono passati undici anni dall’11 gennaio 1999, il giorno della sua morte, e continuiamo ad ascoltare le sue canzoni come se niente fosse successo. Non abbiamo rimosso la sua scomparsa ma è così bello e soprattutto contemporaneo il materiale che ha lasciato che al dolore per la perdita si affianca la riconoscenza, al rimpianto la voglia di continuare ad ascoltare la sua musica. De Andrè ha saputo dare alla coscienza collettiva un grado di consapevolezza nuovo, perché se è vero che le problematiche dell’uomo sono destinate a rimanere sempre le stesse, lui ha saputo raccontarle con una poetica coniugata a una dimensione letteraria alta. I poeti sono bravi soprattutto per la loro capacità di testimoniare al presente, e in questo Faber è stato immenso. Forse non a caso  Mario Luzi considerava Fabrizio De Andrè un suo collega, un poeta appunto.
La mostra è un viaggio, un’esperienza emozionale, nella vita di De Andrè, dove ognuno può crearsi il percorso che più preferisce. Per cogliere tutto ciò bisogna organizzarsi e programmare una vista di alcune ore.
Una lunga scalinata in discesa, che termina su una bella gigantografia di De Andrè dormiente accanto a un termosifone durante una pausa del tour con la PFM del 1979, introduce al primo ambiente. Un grande parallelepipedo nero invaso dalla musica e dalla voce di Faber. La sala è tagliata in due in senso longitudinale da sei grandi schermi trasparenti; alle pareti i testi delle canzoni che ascolti. Sono i testi originali, con le cancellature e gli appunti. Ogni schermo, lasciandosi attraversare dalle immagini, propone un frammento musicale alla fine del quale si materializza la figura di Faber. Il nero ti avvolge come la musica. E poi quella voce, che al buio e nel silenzio risuona come magica. Molte persone si muovono sicure in quel buio, nessuno parla, qualcuno canta. Ed è solo la prima stanza. Proseguendo nel percorso espositivo sei ora in un corridoio stretto e lungo segnato e misurato da leggii e tavoli multimediali posti sulla sinistra. In questo secondo ambiente inizia il percorso di visita che puoi personalizzare. Si può scegliere tra diversi pannelli tematici posizionati sui tavoli multimediali che attivano una serie di proiezioni.
Il terzo ambiente è quello più suggestivo. La sala dei tarocchi infatti, oltre a presentare parte della scenografia del tour “Le nuvole”, esibisce tre grandi schermi, i tarocchi appunto, dove in loop vengono proiettati i personaggi delle canzoni di Faber e le relative canzoni. Anche in questa sala è possibile interagire creandosi il proprio tarocco e lasciare un segno del proprio passaggio. In fondo, a chiudere la serie dei tarocchi, il pianoforte di casa De André e una gigantografia che ritrae Fabrizio al piano.
Di fronte agli schermi subito dietro i tarocchi, una piccola sala cinema nella quale viene proiettato un video con contributi dell’archivio Rai, molti dei quali inediti. Quando entri t’imbatti in una giovanissima e strepitosa Enza Sampò che circuisce un Fabrizio De Andrè poco più che ragazzo. Ti si apre il cuore. Lo vedi, davanti a te, che suona, solo, con la chitarra e quattro fari che lo illuminano. E mentre lo riascolti ti accorgi che è sempre stato un classico, fin all’inizio della sua carriera. Quella voce meravigliosa, capace di scandire le parole una a una, che le fa capire e comprendere. È attuale e contemporaneo non solo per i testi e per la musica ma anche per come è vestito e per la sua figura. E mentre comincio a scrivere sulla mia moleskine questi primi appunti, arrivano le note di “Amore che fuggi, da me tornerai”. Che riapre il cuore e ti dà vita. Enza Sampò adesso è seduta, spalle alla telecamera, tra tante sedie vuote e ascolta Fabrizio. Non ha fretta De André. Non ha fretta di rispondere alle sue domande. Si lascia attraversare dal tempo e questo scorrere nuovo del tempo, quest’attesa, aiuta a riconciliarsi anche con il proprio tempo. Riattraverso quegli spazi pieni di nero e di silenzio. D’improvviso ecco di nuovo la voce di Fabrizio. Mai inopportuna, sempre complice.
Esco che è ormai sera e fa un po’ freddo. Mentre cammino, con la musica e la voce di Fabrizio nella testa, le immagini e quel buio non mi abbandonano, quasi non mi accorgo che sto passando davanti all’altare dell’Ara Pacis, l’insigne monumento voluto dal Senato romano per celebrare le imprese di Augusto del 13 a.C. Un trionfo di marmo e di bianco. Questa vista un po’ mi scuote e mi distoglie dal torpore. Forse saranno gli “odori” oppure le variopinte ragazze cantate da De André a farmi ritornare in me.
Fabrizio De André era un anarchico nell’animo, nel cuore e nel corpo. E come un anarchico è sempre andato in direzione ostinata e contraria.
«Non chiedete a uno scrittore di canzoni che cosa ha pensato, che cosa ha sentito prima dell’opera: è proprio per non volerlo dire che si è messo a scrivere. La risposta è nell’opera» ha scritto Fabrizio De Andrè.
Adesso, che sono ormai in macchina e sto per ripartire, per non disperdere quelle risposte accendo l’MP3. «Quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento, un giorno qualunque li ricorderai, amore che fuggi da me tornerai, un giorno qualunque li ricorderai, amore che fuggi da me tornerai…»



Fabrizio De Andrè, La mostra
24 febbraio 2010 – 30 maggio 2010
Museo dell’Ara Pacis - Roma, lungotevere in Augusta
www.arapacis.it

a cura di Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica, Pepi Morgia
percorso multimediale Studio Azzurro

Orari
martedì-domenica 9.00-19.00

Pubblicato il 23/4/2010 alle 15.14 nella rubrica Le grandi mostre.

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