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Terroni, Pino Aprile



«Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974 […] Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti […] di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore […]», così scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1974 a proposito dei misteri di un’Italia in piena adolescenza democratica. Pino Aprile ribalta l’Io so di Pasolini e lo sostituisce con un «io non sapevo», «ignoravo», «non potevo immaginare».
«Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto […] Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico […] Ignoravo che, in nome dell’unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma». Non so se Aprile abbia pensato a Pier Paolo Pasolini mentre scriveva Terroni, so che l’effetto che ha ottenuto è lo stesso. Un J’accuse che non può lasciare indifferente nessuno.
Il libro di Pino Aprile non è un libro di storia, tantomeno un saggio di economia politica. È una narrazione che cerca tra i fatti che elenca, tra le sue parole, il mondo da cui proveniamo. Una narrazione che diviene ancor più efficace quando la dimensione collettiva diviene storia delle singole persone. Quando la violenza non è più raccontata soltanto come spartito sul quale si sta scrivendo parte del processo unitario ma prende i nomi di Maria Izzo, stuprata prima e poi trafitta da una baionetta nel centro del paese, di Concetta Biondi stuprata e uccisa che era poco più che bambina o di Maria Ciaburri uccisa dopo essere stata violentata nello stesso letto in cui giaceva con il marito. È la storia della distruzione prima umana e poi fisica di un intero paese, Pontelandolfo (ma la stessa sorte tocca a Casalduni), che giunge sino a noi anche grazie alle pagine di un diario ritrovato dopo centoquattordici anni. Pagine scritte da Carlo Margolfo, un bersagliere della provincia di Sondrio. Una narrazione che diviene saggio di economia quando ripercorre la storia industriale del nostro Paese. «Alla vigilia dell’Unità […] la percentuale di popolazione attiva addetta all’industria era superiore al Sud rispetto al Nord». Dati, numeri e singole vicende che sfatano un altro luogo comune che vuole il Sud e la sua popolazione privi di una cultura industriale. L’annessione o l’invasione del Sud da parte dei piemontesi, come la definisce Aprile, crea anche le condizioni per un nuovo fenomeno fino ad allora sconosciuto per le popolazione meridionali: l’emigrazione. E per supportare questa tesi l’autore cambia di nuovo registro. La sua scrittura diviene narrazione fantastica, alla ricerca del mito. In alcuni periodi poesia. È il capitolo dedicato ai patriarchi, i grandi alberi del Sud.
Una storia contro o una contro storia è ciò che narra Pino Aprile. Una storia nella quale non c’è partecipazione e passione popolare agli eventi che videro la nascita della nostra nazione. E ancora una volta le tesi di Aprile attraversano i pensieri di Pasolini che nel lontano 1973 scriveva: «La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’é silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline».



Titolo
Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali.

Autore Pino Aprile
Editore Piemme
Anno 2010

Pubblicato il 17/12/2010 alle 10.12 nella rubrica Le mie recensioni.

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