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Fenomenologia di Zeman



«Come spiegherebbe a un bambino cos’è la felicità?» chiesero una volta a Eduardo Galeano, «Non glielo spiegherei», rispose, «gli darei un pallone per farlo giocare». Giocare con un pallone è sinonimo di felicità per il grande scrittore uruguaiano che al pari di tanti intellettuali sudamericani, con Osvaldo Soriano, l’autore di “Triste solitario y final”, su tutti,  non ha mai snobbato il gioco del calcio. Al contrario gli ha dedicato libri e molte sue riflessioni sul tema sono state pubblicate dai più prestigiosi giornali del mondo. Se per un attimo chiudiamo gli occhi e ci lasciamo trasportare dalla fantasia riusciamo perfino a vedere il bambino di Galeano che, con il pallone tra i piedi, corre verso la porta avversaria e prova a segnare un gol. L’essenza del calcio in fondo è tutta qui: segnare un gol in più dell’avversario. Vincere e farsi sommergere dall’abbraccio dei compagni di squadra. Il calcio che propone Zdenek Zeman è proprio questo: la ricerca costante del gol, non casuale ma attraverso la costruzione di un gioco di squadra. Un calcio tutto d’attacco che predilige il costruire. Le squadre di Zeman non scendono in campo per distruggere il gioco dell’avversario, cercano il gol e la vittoria attraverso la costruzione del proprio gioco. Una filosofia di vita più che un’esigenza tattica. Il tecnico venuto da Praga è un uomo normale in un mondo, quello del calcio, che normale non lo è mai stato. Una persona a cui piace il proprio lavoro e a cui piace lavorare, abituato ad esprimere sempre il proprio pensiero senza infingimenti e senza troppi calcoli. Come quando con la sua attuale squadra, il Pescara, piazza otto calciatori sulla linea di centrocampo in attesa del calcio d’inizio, nemmeno i bambini quando giocano in spiaggia osano tanto. Zeman è così: prendere o lasciare.
«A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare […] Il gioco si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti e pochi spettatori, calcio da guardare, e lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire che si giochi», è ancora il pensiero di Eduardo Galeano, parole non molto diverse da quelle pronunciate da Zeman nel 1998, e che fecero tremare il “palazzo” del calcio. «A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco». Calcio come gioco, divertimento, e ricerca della vittoria senza barare, senza trucchi. La proposizione di uno spettacolo agonistico in grado di soddisfare i tifosi per riempire gli stadi con gente in carne ed ossa e non con striscioni in cui sono dipinte persone che sventolano bandiere anch’esse dipinte, così com’è capitato di vedere recentemente in alcuni stadi italiani.
«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio si. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo». Così si esprimeva Pier Paolo Pasolini in un’intervista a Guido Gerosa per “l’Europeo” nel dicembre del 1970. E l’assoluto rispetto che Zeman manifesta nei confronti dei tifosi, ma più in generale rispetto al pubblico che assiste alle partite di calcio, sembra trovare un fondamento culturale, quasi filosofico, e contestualmente un riscontro nel pensiero del poeta che riposa a Casarsa, uno degli intellettuali più raffinati che l’Italia abbia mai avuto.
Quando arrivò in Italia, nel 1968 a ventuno anni, da una Cecoslovacchia privata della sua autonomia e della libertà, era semplicemente il nipote di Cestmír Vycpálek, oggi è Zdenek Zeman. Un uomo, prim’ancora che un insegnante di calcio, amato e rispettato per le sue idee e per i valori che queste esprimono. In una società sospesa tra l’effimero e l’apparire la sua figura si erge come eroe culturale, quasi come civilizzatore di una società. «Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti. Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente» e ancora «Pretendo che ogni giocatore dia il meglio di se stesso, nel rispetto dell’esigenza di fare spettacolo. Se non vinciamo, nessun dramma. Mi basta che i ragazzi abbiano dato il massimo». Per giungere all’affermazione più forte, «Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole», che in un contesto come quello del calcio professionistico suona quasi come rivoluzionaria. A differenza di molti suoi colleghi si occupa personalmente della preparazione fisica della squadra, si è diplomato all’Isef di Palermo con il massimo dei voti con una tesi in medicina dello sport, quasi a voler continuamente dimostrare che non c’è nessuna differenza tra teoria e pratica.
Per tutte queste ragioni, esercita un carisma che supera il mondo dello sport che va oltre le stesse divisioni che questo, alcune volte, artificialmente alimenta. Ha allenato la Lazio e successivamente la Roma ed entrambe le tifoserie lo amano. È applaudito in quasi tutti gli stadi d’Italia e le tifoserie avversarie lo rispettano. Durante le sedute di allenamento infrasettimanali, non è difficile vedere sugli spalti giovani allenatori che prendono appunti e cercano di carpire i segreti del suo mestiere. Gli hanno dedicato un film, “Zemanlandia” il titolo, alcuni libri ed è il protagonista del romanzo di Manlio Cancogni, “Il mister”. Antonello Venditti gli ha dedicato una canzone, “La coscienza di Zeman” contenuta nell’album “Goodbye Novecento” che bene esprime e sintetizza il suo pensiero sul calcio e sulla vita. «È una torrida sfida, ideologicamente proibita, agli schemi d’attacco, il palazzo risponde col tacco. Ma il tempo sta scadendo ormai, tieni palla dai, il pareggio mai, tu non lo firmerai, Perché non cambi mai[…] La folla sta impazzendo ormai, all’attacco vai, in difesa mai, tu non ti fermerai, Perché non cambi mai, Perché non cambi mai».
Cultura del lavoro, idee, valori, serietà, spirito di sacrificio, l’interesse generale (della squadra) prima di quello del singolo e cultura, se ci pensate bene è tutto ciò che serve per guadare questo tempo sbandato che abitiamo.
Ma ora è giunto il tempo di scendere in campo. Tutti in piedi a battere le mani, gioca il Pescara di Zeman. Non è ancora Zemanlandia, quando lo sarà bisognerà allacciare le cinture di sicurezza. Nell’attesa, buon calcio a tutti e divertitevi.

Pubblicato il 13/9/2011 alle 9.10 nella rubrica Cultura.

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