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Un bacio bello a Sergio Bonelli, il papà di Mister No



Non avevo ancora compiuto quindici anni quando, nel giugno del 1975, uscì in edicola il primo numero di Mister No. Era un periodo in cui si pubblicavano tanti fumetti. Mio padre comprava Tex e Diabolik. Mio zio, un fratello di mio padre, Zagor e io i Fantastici Quattro, oltre all’abbonamento annuale a Topolino che mi aveva regalato la mia madrina di battesimo, e Selezione dal Reader’s Digest. I miei amici L’uomo ragno, Capitan Miki, Capitan Amerika. Il mio condominio era una grande edicola. Ogni piano un fumetto diverso.
L’uscita di Mister No fu annunciata con molto clamore e creò un’attesa spasmodica seconda solo all’esordio in tv di Nick Carter e Gulp, fumetti in tv di qualche anno precedente.
Il giorno dell’uscita del numero uno di Mister No uscii presto di casa. Era il giorno deputato alle compere per il guardaroba estivo. Maglie, pantaloni corti, sandali. Nonostante mettessi fretta a mia madre il giro dei negozi non terminò prima di mezzogiorno. E così quando le lancette dell’orologio si sovrapposero per diventare una sola fui finalmente libero di correre in edicola. Il primo edicolante mi disse che il numero era esaurito. Rimasi immobile e senza parole. «Ch’esucc’iss?» mi chiese l’omino da dietro il banco. «Niente» farfugliai e corsi via cercando un’altra edicola. L’asfalto era rovente nonostante si era all’inizio dell’estate. Poche persone in giro ma molte macchine. Il secondo, il terzo e il quarto edicolante mi diedero la stessa risposta: «N’g st’ce. È f’nut». Entrai in crisi profonda. Non ragionavano più. Vagavo in cerca di un’altra edicola. All’improvviso un’illuminazione. La stazione, pensai, la stazione. Lì ci sono due edicole, una di fronte all’altra, e sono sempre le più fornite della città. Mi trovavo dall’altra parte della città. Non ci pensai un attimo. Mi diressi verso la stazione. Durante il tragitto cercavo d’immaginare la prima striscia e contemporaneamente cominciavo a odiare le maglie, i sandali e i pantaloni che avevo comprato con mia madre.
Quando entro nell’atrio della stazione la confusione è totale. Sono arrivati contemporaneamente un treno da Milano e uno da Bari. Le edicole sono prese d’assalto. Decido di aspettare che la folla si diradi e mi siedo al centro della grande sala, proprio di fronte alla biglietteria. Dopo circa un quarto d’ora la folla non c’è più. Mi dirigo verso l’edicola alla mia sinistra, quella situata a destra rispetto all’entrata. Sono emozionato e con un filo di voce chiedo: «Avete Mister No?». «È l’ut’m» sospira l’edicolante. Vorrei quasi abbracciarlo e gridargli tutta la mia riconoscenza, ma so che non capirebbe, anzi potrebbe fraintendermi. Prendo la copia del fumetto e vado via. Sono sul marciapiede esterno della stazione ferroviaria, Mister No aperto tra le mie mani e sto leggendo l’incipit, la prima striscia. Leggo e cammino. Conosco la strada. Uno stridore di freni mi distoglie dalla lettura, non riesco ad alzare la testa e mi ritrovo a terra davanti alle ruote giganti di un autobus, Mister No al centro della carreggiata e alcune monete che rotolano davanti alla mia faccia. Poi il buio.
Quando riapro gli occhi sono al pronto soccorso. La luce non è più quella zenitale ma è il bianco di un neon che rende tutto uguale e omogeneo. Il sorriso di mia madre mi riporta alla realtà. Nessuna domanda, nessun rimprovero. Solo sorrisi. Impiego un po’ di tempo per capire dove sono e perché sono lì. Quando sono, di nuovo, in pieno possesso delle mie facoltà chiedo al medico che è alla mia sinistra: «Ma dov’è Mister No?». La sua risposta è un sorriso. Poi allunga un braccio dietro il paravento come a cercare qualcosa e riappare con il numero uno di Mister No. «Ci ha pensato l’edicolante che è uscito quando ha sentito la frenata dell’autobus. Ti ha riconosciuto e ha preso il fumetto».
Questo è il ricordo che ho di Mister No, la prima, vera collezione della mia vita. Quando questa mattina ho letto della morte di Sergio Bonelli, il papà di Mister No, un flusso ininterrotto di ricordi si è impossessato di me. Un bacio bello caro Sergio. Ovunque tu sia. Che la terra ti sia lieve.

Pubblicato il 26/9/2011 alle 17.20 nella rubrica Diario.

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