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La ferita della Shoah e i campi di concentramento in Abruzzo


«L’Abruzzo vanta il poco lodevole primato di essere la regione nella quale, durante la seconda guerra mondiale, il regime fascista istituì il maggior numero di campi di concentramento, ben 15, oltre a diverse località d’internamento libero». E ancora, «Fin da quando, nel 1994, appresi dell’esistenza dei campi di concentramento nella mia provincia, in seguito alla visione della mostra “Anni di Guerra. Teramo 1943-1944. Fascismo Resistenza Liberazione”, e iniziai le ricerche per la mia tesi, ho dovuto constatare come nel nostro paese, e nello specifico nella nostra regione, non esista un’adeguata politica della memoria». Sono rispettivamente l’incipit e la conclusione del saggio dello storico Costantino Di Sante, “I campi di concentramento in Abruzzo”, contenuto nel volume “I campi di Concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945)”, (2001, Franco Angeli).
In quegli stessi anni e più precisamente il 20 luglio del 2000 il Parlamento italiano istituisce il “Giorno della Memoria”. Così recita il primo dei due articoli di cui è composta la legge: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».
Dal 27 gennaio 1945 sono trascorsi sessantasette anni. E ancora oggi è vivo e sanguina nel cuore di ogni essere umano pensante, lo stesso, indimenticabile, dolore struggente che provarono i primi soldati dell’“Armata Rossa” che oltrepassarono i cancelli di Auschwitz. Quelle immagini sono immagini che dobbiamo portare sempre con noi. Ci appartengono perché appartengono al genere umano. Quel crimine è stato commesso contro ognuno di noi. Contro ognuno dei nostri figli. La “Shoa” che in ebraico significa disastro, catastrofe, ha segnato un punto di non ritorno nella Storia, per questo motivo abbiamo il dovere di alimentare e custodire la memoria. Tutto è utile perché ciò avvenga. Le parole, l’arte, il cinema, la musica, le canzoni.
«Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento, Ad Auschwitz c’era la neve il fumo saliva lento, nel freddo giorno d’inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento». Sono le prime strofe di Auschwitz, forse “la” canzone di Francesco Guccini, un nome che dice tutto senza dover aggiungere nulla.
Furono dunque quindici i campi di concentramento istituiti in Abruzzo durante la seconda guerra mondiale, con caratteristiche e internati diversi. A Casoli, Nereto, Notaresco, Tortoreto stazione e Tortoreto Alto furono destinati ebrei di nazionalità tedesca mentre nel campo di Lama dei Peligni e in quello di Civitella del Tronto, ebrei di varia nazionalità. Nell’asilo infantile “Principessa di Piemonte” di Chieti «sudditi appartenenti a stati nemici, in prevalenza inglesi e francesi». A Istonio Marina (Vasto) gli antifascisti italiani. A Lanciano l’unico campo femminile e tra le internate c’era Maria Eisenstein che con “L’internata n.6”, «ha lasciato l’unica testimonianza diretta di un campo di concentramento fascista». A Tollo i comunisti jugoslavi mentre a Città Sant’Angelo i cittadini dalmati. Nella Badia Celestina di Corropoli irredentisti slavi e comunisti italiani. Nella Basilica di San Gabriele i cinesi e infine a Tossicia famiglie di zingari. L’autore di questo studio è Costantino Di Sante che collabora con l’Università di Teramo ed è ricercatore presso l’Istituto Storia Marche.
Sono trascorsi dieci anni dalla pubblicazione del libro “I campi di concentramento in Italia”, ci sono nuovi materiali per alimentare la memoria di ciò che accadde in Abruzzo?
Quel libro fu il risultato di una delle prime ricerche sul tema, non solo in Abruzzo, da allora diverse pubblicazioni sono state realizzate sulla storia dell’internamento fascista. I campi del duce di C.S. Capogreco e I sassi e le ombre di G.Orecchioni sul campo di Lanciano, sono due preziosi esempi. Anche la mia ricerca è proseguita, ad esempio su alcuni aspetti biografici degli internati relegati in Abruzzo e sul riutilizzo delle strutture dopo la fine del conflitto mondiale e sui campi istituiti nelle Marche. L’emergere di nuovi documenti e testimonianze, potrà chiarire alcuni aspetti fondamentali: il rapporto tra i reclusi e la popolazione locale, il contributo dato dagli ex internati alla Resistenza e le responsabilità italiane nella deportazione verso i lager nazisti. Affinché non si dimentichi che la distruzione degli ebrei d’Europa riguarda anche noi italiani e abruzzesi, ritengo indispensabile che le istituzioni locali e il mondo della scuola continuino a porre l’attenzione su questi temi. Anche per questo sto lavorando a una nuova opera monografica che affronta i comportamenti e le scelte di coloro che furono coinvolti in questa storia.
Ci può dare qualche anticipazione.
Innanzitutto la ricerca è stata ampliata includendo anche le vicende che interessarono i prigionieri di guerra che si trovavano nei campi di Fonte d’Amore a Sulmona e Avezzano. L’intento di questo nuovo libro è offrire una mappa aggiornata dei comuni d’internamento, dei principali luoghi di partenza e di destinazione dei deportati. Si affronta inoltre la spinosa questione del collaborazionismo. Perché ci furono abruzzesi che aiutarono, mettendo a rischio la propria vita, e solidarizzarono con gli internati, ma vi fu anche chi ebbe nei loro confronti un comportamento razzista e antisemita e, dopo l’8 settembre 1943, partecipò alla loro deportazione o li denunciò ai nazifascisti. Occuparsi anche della storia dei carnefici è indispensabile per poter meglio capire come e perché si è arrivati ad Auschwitz. 
Nella parte finale del suo saggio, “I campi di concentramento in Abruzzo” sosteneva che «i risultati sono ancora insufficienti perché possa affermarsi l’esistenza di un’adeguata politica della memoria». L’istituzione della “Giornata della Memoria” è stata una vera svolta in questo senso?
“La Giornata della memoria” ha certamente contribuito a dare maggiore visibilità alle vicende legate alla Shoah. Ma la legge, non includendo anche le responsabilità del regime fascista, non ha permesso una riflessione più profonda e completa su come, anche nel nostro Paese, dalla persecuzione dei diritti degli ebrei si è passati a quella delle vite degli stessi. Ciò invece avviene in Francia, dove il 17 luglio ricordano la deportazione degli ebrei di Parigi avvenuta nel 1942, mettendo in risalto le responsabilità dei collaborazionisti francesi e del regime di Vichy. In poche parole, anche per la mancanza di un giorno della memoria sulla deportazione dall’Italia, i campi di concentramento in Abruzzo, ancora oggi, stentano ad essere riconosciuti come luoghi di storia.

Pubblicato il 23/1/2012 alle 9.22 nella rubrica Le mie recensioni.

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